Mercoledì 8 maggio si sono tenute le elezioni in Sudafrica ma i risultati ufficiali sono arrivati solo il 12 maggio complice la difficoltà negli spogli nelle regioni densamente popolate ma economicamente e socialmente disagiate del centro e centro est. Le lezioni nel gigante africano hanno sancito una sostanziale continuità del partito da decenni al governo ma sono emersi particolari degni di nota in talune frange dell’elettorato principalmente etnico e un segnale ambiguo verso la leadership dell’attuale presidente Cyril Ramaphosa, in carica dal dicembre del 2017 e a capo dell’African National Congress (ANC) che regge i destini della nazione fin dal 1994, cioè dalla fine del regime di Apartheid.

Elezioni importanti non solo a livello locale ma anche in chiave internazionale vista le crescenti difficoltà economiche e sociali del paese non passate inosservate dalla comunità internazionale. Analizzare i candidati, i risultati a livello nazionale e le differenze a livello locale può aiutarci a comprendere la realtà di un paese subsahariano in preda a importanti cambiamenti strutturali. Orientarsi nell’immenso ginepraio dei partito regionali, etnici, religiosi può essere complicato per neofiti dell’area geografica quindi ci concentreremo sui principali.

I risultati

Con un affluenza del 66% (in calo di ben sette punti dalle precedenti elezioni del 2014) l’ANC ha senza dubbio trionfato ottenendo il 57.50% dei voti (più di dieci milioni di votanti) e 230 seggi su 400 nell’Assemblea Nazionale. Un risultato importante ma un calo di cinque punti percentuali dalla precedenti elezioni continuando un trend negativo e scendendo per la prima volta sotto il 60%. Seconda classificata l’Alleanza Democratica di Mmusi Maimane (partito liberal centrista maggiormente pragmatico) in calo di due punti percentuali (20.77%) ma al momento unica seria opposizione allo strapotere dell’ANC. Mentre il partito di Ramaphosa ha vinto in otto provincie su nove l’Alleanza democratica è riuscita a trionfare solo nel suo feudo della provincia del Capo, dove la popolazione di bianchi sudafricani e multirazziale (sostenitori di Maimane e sostanzialmente avversi al populismo dell’ANC) è elevata e persistono standard sociali ed economici più elevati. Terzo risultato per i “Combattenti della Libertà Economica” (EFF) del leader discusso Julius Malema che con il 10.79% dei voti guadagna diciannove seggi aggiuntivi all’Assemblea e quattro punti percentuali in più. Guadagni percentuali anche per il quarto e quinto classificato (3.38% e 2.38%) il partito nazional – federalista zulù “Partito della Libertà Inkata” dell’istrionico Mangosuthu Buthelezi e l’indipendentista afrikaner e conservatore “Fronte della Libertà Più” guidato dal veterano Pieter Groenewald.

Lo stallo al vertice e l’ascesa dell’estrema sinistra populista

La vittoria dell’ANC non è certo una sorpresa per sondaggisti e analisti come il previsto calo nei sondaggi frutto non solo del rafforzamento di partiti nazionalisti e federalisti ma dei tanti scandali collezionati dalla precedente legislatura Zuma e del peggioramento delle condizioni di vita del sudafricano medio o della proiezione internazionale del paese. Ci si aspettava un risultato più incoraggiante per l’Alleanza Democratica ma l’elettorato non ha premiato il pragmatismo delle soluzioni del secondo partito virando su formazioni populiste o nazionaliste. Il vincitore di queste elezioni è sicuramente il partito di Malema (in foto) che da terza forza in Assemblea mette a rischio la fragile tenuta del paese. L’invettiva violenta contro i residui privilegi dei bianchi, le venature razziste contro l’immigrazione dai paesi confinanti e la retorica del complotto straniero hanno spostato la campagna elettorale su toni violenti e divisivi che hanno fatto breccia su quella parte dell’elettorato confuso e insoddisfatto dall’andamento del paese. Gli ideali panafricanisti, marxisti e antioccidentali hanno certamente sedotto i sudafricani lasciati al margine dall’arricchimento recente del paese e quindi disposti a chiudere un occhio di fronte allo squadrismo e alla violenza effettiva propagandata ed esercitata dal movimento. Segnale negativo non solo per gli oltre cinque milioni di immigrati africani provenienti dai paesi limitrofi (Zimbabwe e Mozambico in primis) sottoposti a pesanti disparità, trattamenti discriminatori quando non veri e propri raid e pogrom razzisti fomentati dal cinico interesse degli accoliti di Malema ma anche per la minoranza cinese e indiana che da decenni reggono il settore manifatturiero e commerciale del paese e i legami con le rispettive madrepatrie.

Un paese spaccato

L’aumento della insicurezza sociale e dell’odio interetnico nonché la conclamata minaccia allo status e ai diritti della minoranza bianca ha permesso la crescita del Fronte della Libertà + con il suo programma elettorale teso a un raggiungimento dell’autonomia, contraria allo democrazia rappresentativa e forte portavoce degli interessi, della cultura e identità degli afrikaneer (i discendenti dei coloni olandesi pionieri creatori del primo nucleo del Sudafrica che diventerà colonia britannica). Dalla fine dell’apartheid, dalla preminenza istituzionalizzata la minoranza bianca ha conosciuto un peggioramento dello status che si è riflesso in alti livelli di emigrazione, esclusione sociale e tassi di violenza e criminalità mirata. Le politiche populiste dell’ANC tesa a integrare nel mercato lavorativo le popolazioni delle diverse etnie africane hanno introdotto un sistema di quote razziali che in parte ha escluso i bianchi da posizioni tradizionalmente ricoperte (esercito, funzionari, avvocati) contribuendo a creare una faglia tra la residua élite bianca del sud e il nuovo fenomeno del sottoproletariato tra questa categoria etnica.

Recenti ed efferati casi di criminalità, l’esproprio coatto dei terreni di epoca coloniale, la retorica razzista dei partiti panafricanisti o di identità nera e le congiunture economiche della nazione hanno contribuito al rafforzamento di un identità afrikaneer e velleità autonomiste e auto segregazioniste (impossibile non menzionare il modello della realtà di Orania) oltre a nostalgie revansciste per un passato di dominazione. L’abbandono da parte del governo centrale, il forte grado di autonomia delle distinte comunità etniche in una nazione di nazioni frammentata e scarsamente coesa (11 lingue e altrettanti gruppi etnici) ha visto il riemergere delle velleità federaliste della popolazione di etnia zulu nelle aree dove questa etnia costituisce la maggioranza (KwaZulu – Natal e Gauteng ovest e nord del paese).

Forti del loro numero, del contributo alla lotta anticoloniale e antibritannica (memorabili gli scontri con le giubbe rosse di sua maestà Vittoria) nonché del grado di autonomia sottolineato dalla costituzione sta lentamente riemergendo un istinto di autodeterminazione e separatismo dal governo centrale. Più volte l’attuale re degli zulu Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, retaggio arcaico di quel sistema africano di regni tradizionali integrati negli stati nazione, ha chiesto una maggiore attenzione e investimenti da parte di Pretoria nelle svantaggiate aree dell’ovest facendo leva sul forte supporto e prestigio sociale nei confronti della comunità costringendo le autorità centrali a mediare con un potere semi ufficiale ma imprescindibile. Afflati autonomisti presenti anche nelle altre comunità etniche come negli oltre sei milioni di “coloured” multirazziali predominanti nel maggiormente sviluppato est del variopinto paese.

Sviluppi

Quello che esce dalle elezioni è un paese maggiormente spaccato, diviso lungo faglie etniche, sociali ed economiche e appare difficile che l’ANC possa affrontare le criticità che la nazione sta vivendo in questo preciso frangente temporale. L’economia sta rallentando mentre il paese rimane ai vertici per corruzione, disparità sociali, diffusione di servizi nell’ambito dell’istruzione e sanità. Le politiche populiste e socialiste dell’ANC hanno si integrato una maggiore percentuale di sudafricani nell’economia del paese ma persiste una debolezza strutturale che si distingue tra le differenti regioni del paese. La recente polemica sulla scarsità o cattiva distribuzione dell’acqua potabile nelle popolose township del paese o gli inediti blackout sono entrati in parlamento e hanno indebolite in parte il fragile contratto sociale messo in piedi dall’ANC post Mandela. Alcune posizioni controverse (le critiche ad Israele con la conseguente minaccia di interrompere le relazioni o l’interventismo negli affari interni dei paesi limitrofi tra gli altri) potrebbero acuire l’isolamento internazionale mentre è il fronte interno a destare preoccupazione con l’aumento inarrestabile del crimine organizzato e violentemente spontaneo, l’estendersi dell’epidemia dell’HIV (18% dei sudafricani ne è affetto) e il protagonismo del populismo etnico – religioso che sta danneggiando irrimediabilmente gli equilibri, già fragili, della nazione arcobaleno

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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