Il risultato elettorale va analizzato a mente fredda, dopo qualche giorno dalle consultazioni elettorali. Per analizzare il voto russo mi sono preso quasi una settimana di tempo, il tempo di capire se qualcuno avrebbe gridato al complotto o al broglio elettorale; ma niente di tutto questo è accaduto, almeno questa volta sembra che tutto sia filato liscio. 

 

Durante il fine settimana del 12 e 13 settembre 2020, i cittadini russi erano chiamati all’elezione di 18 governatori, 11 parlamenti regionali, alcuni deputati della Duma in consultazioni suppletive, oltre al rinnovo di alcuni enti locali. La risposta dei cittadini russi alla chiamata alle urne è stata importante, tanto che la Federazione Russa, secondo l’ultimo censimento con una popolazione di 140 milioni di abitanti, ha visto la partecipazione al voto di circa 35 milioni di persone; un dato importante, in quanto rappresenta e attesta che  ¼ della popolazione ha deciso di recarsi al voto. Numeri e statistiche  in questo caso non sono solo dati fini a se stessi, ma sono dati indicativi di un sentimento ben più profondo;  l’alta affluenza alle urne rappresenta un attestato di fiducia nei confronti del Presidente Putin. Il partito del presidente “Russia Unita”, vince praticamente ovunque fosse candidato e non solo dove era considerato  favorito.

In Crimea ad esempio, il sindaco di Sebastoboli Mikhail Razvozhaev, ottiene oltre l’80% dei consensi, nel Tatarstan il presidente della Repubblica, Rustam Minnikhanov,  sfiora il 90% dei consensi, nonostante l’attacco ricevuto a pochi giorni dal voto  da parte della ‘Fondazione anticorruzione’ di Navalny, su presunte ricchezze di famiglia nascoste all’estero. Nella regione di Irkutsk, Siberia sud-orientale, il candidato sostenuto dal Cremlino, Igor Kobzev, si trovava a dover affrontare la forte concorrenza del comunista Mikhail Shchapov, molto radicato sul territorio in virtù delle sue battaglie sociali e ambientaliste, che però si è fermato al 26% contro il 60% del candidato di Russia Unita. I candidati filo-governativi si impongono senza problemi con percentuali oltre il 70% nelle regioni di Rostov, Krasnodar, Kostroma, Bryansk, Leningrado, Chuvashia, Penza, Tambov, Kamchatka, Voronezh, Perm e Komi. Anche nei due distretti di Mosca dove si è andati al voto in elezioni suppletive per la Duma a spuntarla sono stati i candidati di Russia Unita.

Al di là dei numeri e dei candidati, come scritto in precedenza,  il voto della scorsa tornata elettorale, poneva sotto giudizio popolare le accuse rivolte a Putin  circa il caso Navalny. Date le polemiche che per settimane si sono protratte sul presunto “avvelenamento di Stato”, avvenuto secondo molti osservatori stranieri, esclusivamente da parte dell’establishment del Cremlino nei confronti del primo oppositore di Putin, le elezioni assumevano un forte carattere simbolico. Questa tornata elettorale poteva essere l’occasione buona, se ben sfruttata dai detrattori di Putin, sia in patria che all’estero, per indebolire e screditare la leadership del Presidente russo; ma gli elettori russi hanno fatto chiaramente capire che il sostegno al proprio presidente è pressoché immutato, concedendo il maggior numero di preferenza a Russia Unita, anche in quei collegi che erano dominati da Navalny.

Nella fattispecie le città di Novosibirsk e Tomsk, erano i centri dove Navalny e i suoi sostenitori avevano concentrato tutti i loro sforzi in campagna elettorale, ed erano date per vittorie certe da parte degli oppositori di Putin. La prima città, Novosibirsk è stata messa sotto la lente di ingrandimento da parte dei cittadini, perché l’apparato amministrativo locale era stato accusato di  recente di speculazioni, per favorire alcuni costruttori locali; mentre la seconda città,  Tomsk era la roccaforte  degli attivisti di Navalny. Nonostante ciò però, in entrambe le città, Russia Unita ha vinto e si posizionata come primo partito. A Novosibirsk con il 38% dei consensi e a Tomsk con il 24,5%. Il resoconto delle scorse elezioni sul territorio federale russo può riassumersi con una semplice frase, sfruttando Navalny qualcuno voleva dare la spallata a Putin che però ha incassato il colpo ed è rimasto in piedi.

 

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Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
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