Domenica 31 marzo si terranno le elezioni amministrative in Turchia. 57 milioni di elettori saranno chiamati a votare in tutte e 81 le province del paese tra cui le più importanti città della nazione (Istanbul, Ankara, Izmir, Bursa…). Le elezioni seguono idealmente il referendum sulla trasformazione del paese da repubblica parlamentare a presidenziale che ha rafforzato e prolungato la morsa del presidente-sultano Recep Tayyip Erdoğan e del suo partito AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo). Elezioni imponenti non solo per il numero dei candidati (si decideranno 30 sindaci metropolitani e 1.351 sindaci dei distretto comunali, 1.251 governatori provinciali e 20.500 consiglieri comunali) ma anche per l’enorme mole di risorse mobilitate e per le implicazioni future e geopolitiche del paese tra congiunture economiche negative, evoluzione delle relazioni internazionali e malumori tra importanti settori dell’opinione pubblica che potrebbero riversarsi nelle urne.

Il partito del presidente si presenterà alle elezioni alleato con Partito del Movimento Nazionalista (MHP), braccio politico dei famigerati Lupi grigi dando vita alla coalizione dell’Alleanza del Popolo sottolineando l’importanza del fattore identitario nella narrativa recente anatolica. A sfidare la macchina da guerra erdoganiana sarà lo storico CHP (Partito Popolare Repubblicano secolare e eredità di quel kemalismo già dogma insondabile e oramai sempre più flebile retaggio) in coalizione con l’ İYİ Parti (Buon partito) della “pasionaria” Meral Akşener sotto l’egida dell’Alleanza Nazionale in tutto e per tutto un blocco pragmatico da opporre all’ascesa insostenibile di Erdogan nella vita politica turca.

L’economia al centro della campagna elettorale in un periodo non propriamente felice per le finanze di Ankara tra un crisi inasprita dalle sanzioni di Washington in seguito alla crisi diplomatica e al raffreddamento delle relazioni bilaterali tra i due partner Nato. Il Sistema economico turco, in passato tra le più solide e floride del panorama mediorientale, sta vivendo un periodo di recessione con conseguente aumento dell’inflazione che si riversa sul fondamentale mercato dei beni di prima necessità. Di fronte a un aumento della disoccupazione attestata all’12% e dei prezzi alimentati (30% di rincaro dallo scorso anno) il governo ha cercato di rispondere con un maggiore intervento statale nei settori in difficoltà dichiarando guerra all’inflazione alimentare con metodi non convenzionali come l’apertura e il patrocinio di mercati ortofrutticoli a prezzi calmierati. Allo stesso tempo l’indice dei titoli di riferimento turchi continua a scendere (questa settimana del 5%) complice la decisione governativa di trattenere la liquidità nelle banche turche in lire difendendo la valuta ed evitandone una pericolosa deriva impazzita prima delle elezioni.

I settori maggiormente colpiti dalla crisi e dalle distorsioni risultano i giovani, le minoranze (curdi e soprattutto i milioni di siriani profughi della guerra civile) e le fasce popolari periferiche che contribuiscono ampiamente all’aumento sostanziale dei tassi di emigrazione verso l’Europa e oltreoceano. Una “fuga di cervelli” che priva il paese di conoscenze e assett fondamentali negli ostentati piani di espansione assertiva della nazione nelle prossimità mediorientali ed economiche.

Di fronte a statistiche macroeconomiche sconfortanti Erdogan sta dirigendo la sua infaticabile campagna elettorale glissando su temi alternativi, cavalcando l’orgoglio nazionalista, l’islamismo e l’onnipresente teoria del complotto internazionale. La decisione, passata abbastanza in sordina nei media occidentali, di ritrasformare in moschea la splendida basilica di Santa Sofia ad Istanbul, già principale luogo di culto e retaggio della bizantinità ortodossa e museo nazionale, è sintomatica della spinta propulsiva della retorica presidenziale verso il carattere sunnita del suo potenziale elettorato e una profonda sfida ai valori della coesistenza e del laicismo kemalista.

Ha fatto inoltre discutere la decisione di Erdogan di proiettare spezzoni del massacro di Christchurch in Nuova Zelanda durante i sempre partecipati comizi dell’AKP in tutto il territorio nazionale: il gesto di un sconsiderato esponente dell’alt right diviene potente strumento propagandistico contro un presunto complotto occidentale e un odio pregiudiziale islamofobo all’interno di una cornice di ritrovata conflittualità secolare con l’Occidente cristiano. La Turchia di Erdogan si erge a leader della comunità islamica superando la fitna (divisione) settaria canalizzando un sentimento di forte rivalsa (e eccessivo vittimismo) capitalizzando risultati geopolitici che si riflettono nei dibattiti di politica interna e nelle urne. La decisione israelo-americana di avallare l’occupazione del Golan è stata, inoltre, l’ennesimo assist verso un politico abile e spregiudicato che oltre ad un innato protagonismo carismatico può altresì contare sulla totale accondiscendenza dei media statali tra TV, giornali e mezzi di informazione online.

Il colpo di stato del 2016 (presunto o meno) con il seguito di profonda repressione, incarcerazione e orwelliano intervento dello stato ha sfibrato e indebolito l’indipendenza e inferto un colpo letale alla resilienza del messaggio dell’opposizione che mai come in questa tornata elettorale ha goduto di così poco spazio di espressione nell’etere. Mentre si affievolisce la condanna internazionale e perdura lo stato di carcerazione di numerosi intellettuali, esponenti della società civile (recente quello del professore dell’università di Galatasaray Füsun Ustel, condannato a quindici mesi di carcere per aver firmato una petizione), giornalisti o attivisti delle sempre più rare proteste di piazza persiste uno stato di malumore in alcuni ambienti delle cosmopolite città occidentali e nelle regioni curde di prossimità con la Siria e l’Iraq. Il Partito Democratico dei Popoli (HDP), principale espressione della repressa e corposa minoranza (il 25% della popolazione turca, maggioritaria nel sud-est) ha deciso di non presentare esponenti nelle maggiori circoscrizioni per protestare contro lo stato di carcerazione del leader Selahattin Demirtaş accusato di complicità nell’attentato ma proprio i voti della minoranza rischiano di essere decisivi per l’esito delle elezioni.

Di fronte a questa sfida Erdogan ha scelto un approccio pragmatico tra condanna dell’establishment dell’HDP, screditandoli tra la cittadinanza millantando presunti legami transfrontalieri con i terroristi del PKK (e dell’ala militante YPG impegnata nel Rojava siriano) e un appello alla componente religiosa sunnita dell’elettorato curdo più sensibile alle tematiche religiose, alla reislamizzazione degli spazi e del messaggio sociale e nazionale del paese mentre prosegue l’occupazione illegale del cantone siriano di Manbji, la pressione sull’entità curda ad est dell’Eufrate e il supporto all’enclave jihadista nel nord della Siria in stallo. Islam, economia, nazionalismo e politica estera le tematiche di un elezione che travalica i confini dello stato riversandosi nelle vicende oltre confine. Nonostante l’assoluta preminenza di Erdogan nei media, la sempre più flebile trasparenza e correttezza nelle dinamiche elettorali (senza dubbio si ripeteranno brogli, manipolazioni e intimidazioni mentre il CHP denuncia da mesi fraudolenti tentativi di gerrymandering elettorale), la retorica del ricatto esclusivista queste elezioni rischiano di rappresentare una pesante battuta d’arresto per l’assertività erdoganiana e per l’ambizioso riequilibrio delle alleanze e della postura geopolitica del paese.

In foto Fethullah Gülen è un predicatore e politologo turco (autore di oltre 60 libri), studioso dell’Islam e leader del movimento Gülen, conosciuto più significativamente come Hizmet (Il servizio). Ha fondato una rete di scuole principalmente in Turchia ma anche in altri paesi – secondo molti architetto del tentato colpo di stato del 2016 in Turchia

Il candidato CHP Mansur Yavaş è ampiamente favorito nella corsa di sindaco della capitale mentre ad Istanbul Binali Yıldırım, già primo ministro, presidente dell’Assemblea Nazionale e già leader dell’AKP arranca dietro al più giovane repubblicano Ekrem İmamoğlu. Sfide difficili anche quelle di Bursa, Eskişehir e Antalya mentre è più probabile un affermazione del blocco governativo a Adana e Balıkesir. La Turchia è di fronte a un bivio tra ulteriore affermazione del divisivo bellicismo dell’incendiario Erdogan e un parziale e graduale ritorno su percorsi di avvicinamento al blocco occidentale e nuovamente la scelta è nelle mani degli elettori. Quanto il messaggio, gli avvenimenti recenti e la potente retorica neottomana e islamista riusciranno a far presa sugli elettori a scapito di preoccupazioni materiali come l’economia e le libertà civili avrà importanza nelle prossime mosse in agende del governo turco. La Turchia si appresta al voto ma il mondo la osserva!

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