Le elezioni in Israele sono terminate. Secondo i risultati ufficiali (a scanso di sorprese) la prossima Knesset avrà questo aspetto: l’Alleanza centrista Blu e Bianca al primo posto con 32 seggi, al secondo posto, con 6 seggi in meno rispetto alla precedente elezione il Likud dell attuale primo ministro Benjamin Netanyahu (il grande sconfitto di questa tornata) con 31. Successivamente vi è l’alleanza della Lista Araba Unita con 13 seggi. Poi arriva il partito ultra ortodosso sefardita Shas e Yisrael Beytenu, laicista e di destra con nove seggi ciascuno, seguito da Giudaismo Unito della Torah con otto. Sette seggi per il contenitore di destra ed estrema destra Yamina e infine Labour-Gesher con sei e il Campo Democratico con cinque. Il blocco religioso di destra ha un totale di 55 seggi, il centro-sinistra ne ha 56 e di conseguenza, come ampiamente previsto Avigdor Lieberman si troverà nella posizione di “kingmaker” nella formazione di un prossimo governo. Ad urne chiuse quali scenari si aprono per la prossima Knesset?

Governo di unità

Tra le opzione più calde abbiamo la possibilità di una coalizione composta da Likud e Bianco Blu, ampiamente sollecitata da Lieberman e Blue and White sulla scia dei risultati di ieri. Tuttavia, ci sono molte forme che un governo del genere potrebbe assumere e ciò lascia aperta la questione più significativa di chi dovrebbe essere  il primo ministro. Il risultato si saprà solo dopo lunghe ed estenuanti consultazioni, prese di posizione e compromessi che richiederanno settimane, se non di più. Un governo di unità potrebbe vedere Netanyahu come premier o Gantz al suo posto ma il risultato più probabile dovrebbe essere una sorta di rotazione in base alla quale uno di loro servirebbe da primo ministro per i primi due anni, per poi passare la palla all’altro. Un governo di unità potrebbe anche includere Likud senza Netanyahu, come hanno spesso insistito Gantz e i suoi, che hanno impostato una parte della campagna ponendosi come antitesi al governo e alla figura dell’attuale primo ministro. Likud, tuttavia, finora è rimasto fermamente alle spalle del suo presidente di vecchia data e Gantz potrebbe dover scendere a compromessi. Tuttavia, se Likud finisce per accantonare Netanyahu, si apre una nuova questione: chi prenderà le redini del partito, la cui leadership è stata monopolizzata da un uomo per un decennio e mezzo? Potrebbe essere il numero due, il portavoce della Knesset Yuli Edelstein, il ministro degli esteri Israel Katz, il ministro della pubblica sicurezza Gilad Erdan, il rivale interno di Netanyahu Gideon Sa’ar o qualcun altro. Un’altra domanda è se il governo di unità includerà Yisrael Beytenu. Likud e Blu e Bianco hanno abbastanza seggi Knesset per formare una coalizione, rendendo superfluo il partito di Lieberman ma una coalizione più grande si troverebbe ad essere più stabile. Anche altre parti potrebbero potenzialmente unirsi a un governo di unità, sebbene ciò possa sollevare obiezioni all’interno dei due partiti vincitori. I partiti ultraortodossi potrebbero unirsi nonostante la presenza della loro nemesi Yair Lapid, il numero due di Blu e Bianco con il quale i partiti haredim hanno giurato di non sedere al governo dopo essersi linciati per tutta la campagna elettorale. Non è da escludere che questa coalizione includa anche l’alleanza di destra Yamina ma è più probabile che Gantz e i suoi preferiscano coinvolgere il fronte più moderato della squadra di Yamina in caso di scissione del gruppo.

Governo di destra con Lieberman

La coalizione che ha governato Israele fino a quando Yisrael Beytenu si tirato fuori nel novembre 2018 includeva tutti i partiti di destra e religiosi. Tuttavia, dopo che Lieberman ha respinto tutte le offerte di Netanyahu di formare di nuovo un simile governo dopo le elezioni di aprile rendendo indispensabile il voto di martedì scorso è estremamente improbabile che accetti di entrare in un altro governo alle stesse condizioni. C’è una piccola possibilità, tuttavia, che i partiti ultraortodossi, pur di non finire all’opposizione, optino per un compromesso con Lieberman sulla richiesta di quest’ultimo di approvare un disegno di legge che regola la coscrizione militare degli studenti delle yeshivot (scuole religiose ultra ortodosse), legge di fronte a cui i religiosi si sono sempre battuti con fermezza. Visti i risultati elettorali ci sono forti possibilità che Lieberman non sia disposto ad accontentarsi di questa concessioni e continui, ulteriormente, a spingere per un governo di coalizione.

Governo di centrosinistra

Nella sua campagna elettorale Likud ha insistito molto, cercando di spaventare un apatico elettorato di destra, che sia Lieberman che il leader della formazione araba, Ayman Odeh, avrebbero raccomandato Gantz come primo ministro. Tuttavia, un governo che include entrambe le parti sembra impossibile visto il disprezzo radicato tra il partito espressione della minoranza araba e la formazione laica nazionalista. Lieberman, famoso per prese di posizioni niente affatto tenere nei confronti dei cittadini arabi di Israele ha piu volte chiarito che non si unirà a una coalizione con i partiti arabi e la maggior parte delle fazioni all’interno della Lista Unita ha reagito con indignazione all’iniziativa di Odeh di cercare un accordo politico con Gantz e i suoi. L’ex generale ha la possibilità di formare un governo di minoranza con il sostegno esterno dei partiti arabi ma nessuno dei partiti sarebbe entusiasta di tale accordo e il governo che ne deriverebbe sarà di conseguenza, molto incerto terreno. Un’altra opzione potrebbe essere che i partiti ultraortodossi si uniscano alla coalizione Bianco e Blu con il supporto di Labour-Gesher e Campo democratico. Governi di centrosinistra che hanno incluso i partiti Haredi non sono una novità nella giovane storia di Israele ma Shas e Giudaismo nella Torah negli ultimi decenni sono diventati forti sostenitori del Likud. Un dilemma difficilmente risolvibile.

L’ennesima elezione

Un improbabile scenario di stallo ripetuto potrebbe portare il paese al voto per la terza volta in meno di un anno ma questa è un’opzione che nessuno partito vuole visto il lungo periodo  di tempo in cui la sede del potere nazionale dovrà restare vacante, i costi elevatissimi dalla perdita di fiducia del mercato e dall’inefficienza oltre che i malumori da parte di un’opinione pubblica sempre più disillusa. Molti partiti, così come il presidente Reuven Rivlin, hanno promesso di fare di tutto per evitare un’altra elezione. Stante cosi le cose è essenziale che sia i partiti maggiori che le compagini minori si siedano a un tavolo (o a diversi) e comprendano la reale situazione di incertezza del paese, dando vita a soluzioni attendibili tra compromessi, riposizionamenti e persino riappacificazioni.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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