La recente sconfitta alle elezioni amministrative nelle tre maggiori città della Turchia, Istanbul, Ankara e Izmir il 31 Marzo scorso, non ha mancato di far parlare immediatamente di “primavera turca”, di “nuovo corso”, di “fine degli oligarchi”. Sembrava davvero così, specialmente prendendo in esame il caso di Istanbul, che da venticinque anni era la roccaforte del partito di Erdogan, l’AKP. La vittoria del candidato Imagoglu, per quanto abbia avuto un margine di scarto molto basso, (di 21mila voti al primo conteggio, fatto scendere poi a 19mila al secondo, ma attestandone comunque la vittoria) era da considerarsi comunque, ed a tutti gli effetti, l’avanzamento del nuovo. Vincere Istanbul avrebbe potuto rappresentare la prima tappa di un forse lungo e complesso processo di democratizzazione da portare avanti a livello nazionale.

Il 6 Maggio, però, l’AKP ha vinto il ricorso presentato alla Commissione Elettorale Centrale per annullare la recente elezione di Imamoglu ad Istanbul, accusando brogli elettorali, il coinvolgimento della comunità di Fetullah Gulen tra gli ispettori elettorali, e l’inammissibilità al voto di decine di migliaia di cittadini accusati di golpismo e terrorismo. Nulla di nuovo: l’urlo all’imbroglio, condito da manie di persecuzione e dall’ossessione su teorie di complotto riguardo il nemico Gulen è ormai routine dell’azione politica di Erdogan.

Il 23 Giugno, dunque, si tornerà a votare ad Istanbul. Nessun stupore anche qui. Erdogan stesso aveva fatto chiaramente capire quale sarebbe stata il suo immediato passo politico nel momento in cui il suo candidato avrebbe perso, e specialmente in una città strategicamente importante per il Sultano come Istanbul. La città ha per Erdogan oltre che un’importanza simbolica, anche una centralità strategica in quanto polo economico del paese, da sempre nelle mani delle élite politiche islamiche schierate dalla parte dell’AKP e della stessa famiglia del Sultano, e per tale motivo non può permettersi di lasciarla nelle mani dell’opposizione.

Una mossa, quindi, prevedibile e già annunciata, dal momento in cui certamente non è la prima manifestazione di illiberalità da parte di Erdogan se ripercorriamo a ritroso i suoi ultimi cinque anni al potere. Il calo del livello di democrazia in Turchia è palese agli occhi di chiunque.

L’annullamento del voto ad Istanbul ed il ritorno alle urne ha dimostrato solo una cosa: che, inutile girarci attorno, la Turchia ha perso ogni minimo briciolo di democrazia che le era rimasta.

È facile dire che Erdogan possa aver peccato di ubris. Certo, quello di quattro giorni fa potrebbe essere tranquillamente considerato il tipico errore politico dell’uomo corroso dal potere, oppure di un uomo ormai in preda a un disturbo delirante e vittima del suo cervello impelagato da paranoie. Potrebbe dimostrare la correlazione tra il ritorno al voto e l’indebolimento dell’AKP, generare un’ulteriore sconfitta del partito di Erdogan e potrebbe portare ad un ulteriore isolazionismo della Turchia da parte dell’Unione Europea. Certo, potrebbe sicuramente succedere tutto ciò. Ma la verità potrebbe anche essere più semplice di quel che sembra. La verità potrebbe essere che Erdogan ha ormai messo un nuovo tassello importantissimo nel suo progetto di rendere la Turchia uno stato dispotico. Dopo l’annullamento delle elezioni a Istanbul è chiaro che l’eliminazione legale di ogni opposizione politica era l’elemento necessario per passare dall’utilizzo del termine “democrazia illiberale” a quello di “regime autoritario” per riferirsi al paese di Erdogan. Rendere la Turchia un paese a conduzione dinastica è ormai da anni il chiaro disegno di colui che viene definito il “sultano”, un piano improntato sulla connotazione ideologica di orientalismo, di neottomanismo, della riaffermazione di una identità islamica; e ci sta riuscendo.

Molto probabilmente quello a cui assisteremo sarà lo stesso approccio che l’Unione Europea sta utilizzando da tempo: ignorare il problema. Le relazioni tra UE e Turchia semplicemente vedranno protrarsi il periodo di stallo che ormai va avanti da anni. L’isolazionismo continuerà, e sicuramente non sarà una mossa efficace o innovativa da parte dell’UE, ma ne confermerà solamente il suo atteggiamento passivo nei confronti della questione. Le politiche di isolazionismo non sono servite negli ultimi anni e non serviranno ora, se consideriamo che ogni forma di isolamento della Turchia riesce ad incrementare solo risentimento e senso di esclusione all’interno della popolazione turca, e che la contrapposizione all’Europa, considerata adesso un nemico, è uno dei cavalli di battaglia del presidente turco per accrescere consenso popolare.

Erdogan ha dimostrato che, possa essere in futuro considerato un errore politico o meno, chi detiene il potere nel paese è solo e soltanto lui, e non c’è opposizione che tenga. Dopo aver trasformato la Turchia da sistema parlamentare a presidenziale, aver dimezzato, soppresso, schierato i media dalla sua parte, ed aver asservito le maggiori aziende alla sua famiglia, serviva solo la totale soppressione di un reale partito d’opposizione. Ciò che ha ottenuto Erdogan nel far annullare le elezioni ad Istanbul ha un valore soprattutto simbolico: ha dimostrato di essere davvero il Reis, e non sarà facile fermarlo.

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