Fra i leader più attivi nel mercato globale degli armamenti, guida un Paese che oggi conta uno degli eserciti più potenti al mondo.   L’acquisto e la vendita di armi per disegnare le traiettorie delle relazioni internazionali egiziane

 

Il più numeroso esercito di uno Stato africano o mediorientale? Quello egiziano. La forza – sia storica che attuale – della terra dei faraoni non si può comprendere se non si pone sotto i riflettori la vastità del suo comparto militare, arrivato oggi ad essere il nono più potente al mondo.
Gli accordi commerciali stipulati per migliorarlo e ammodernarlo, inoltre, sono un’ottima cartina di tornasole per interpretare l’evolversi delle relazioni internazionali del Cairo. Partner di lungo corso sono gli Stati Uniti d’America, i quali hanno fornito un’assistenza costante ai vari governi egiziani che si sono succeduti negli ultimi decenni.Si stima che siano oltre 40 i miliardi di dollari concessi dalle casse di Washington in poco meno di trent’anni di collaborazione e che la maggior parte delle attrezzature dell’esercito nordafricano, come i veicoli corazzati, gli elicotteri e gli arei sia da combattimento che da trasporto, siano di stampo USA.

Una flessione dei più che cordiali rapporti fra le due potenze era avvenuta a seguito della repressione della Fratellanza Musulmana nel 2013, quando al democraticamente eletto Presidente Morsi, si avvicendò un colpo di Stato che spinse l’allora POTUS Barack Obama a vietare temporaneamente le esportazioni di armi verso la nazione africana.Oggi, invece, il contributo a stelle e strisce si concretizza in più di un miliardo di dollari all’anno, nonostante iniziano ad essere diverse le voci interne al congresso statunitense che gradirebbero una politica meno assistenzialista nei confronti dell’Egitto.

Il paese delle piramidi ricopre un ruolo e una posizione strategica per gli alleati occidentali, America in primis, che apprezzano particolarmente il meticoloso lavoro di antiterrorismo delle divise egiziane. La lotta all’estremismo della regione è uno dei maggiori successi di Fattah al-Sisi, Presidente dell’Egitto che ben conosce il mondo militare essendone stato uno dei vertici nazionali, e che nel 2014 – quando era Ministro della Difesa – istituì la Rapid Deployment Force, un braccio operativo delle forze armate in grado di affrontare le sfide dell’era contemporanea. La RDF è composta principalmente da fanteria meccanizzata, corpi corazzati, unità di difesa sia aerea che anticarro, unità di ricognizione altamente specializzate ed uno scudo aereo di massima efficienza. Un pacchetto che compete con i migliori sistemi NATO e con la concorrenza di attori ostili quali Turchia e Qatar, e che non sarebbe stato possibile senza il protagonismo egiziano nel mercato globale degli armamenti.
Se, infatti, i rapporti con le cancellerie europee di Francia e Germania hanno da tempo garantito al Cairo un considerevole sviluppo del settore navale militare – la prima con la vendita di fregate e porta-elicotteri, la seconda con la vendita di sottomarini – è volgendo lo sguardo a est che si intravedono le dinamiche più interessanti.

In arrivo direttamente da Mosca sono i nuovi Su-35, aerei da combattimento di produzione russa, oggetto di una commessa siglata nel 2018 per oltre 2 miliardi di dollari.Sono jet in grado di schierare missili aria-aria fino a una distanza di 300 chilometri e di trasportare una moltitudine di armi aria-terra, oltre che un pesante missile antinave.Ammaliati dalle prestazioni degli aerei nel conflitto siriano, dove la Russia è stata ed è tuttora ago della bilancia, l’Egitto ne ha ordinati due dozzine per sostituire parte della sua flotta. Oltra al settore dell’aeronautica, la cooperazione militare con la Federazione Russa si estende al comparto dei missili guidati, dei missili anticarro, e da una considerevole quantità di hardware.Un’inchiesta del Washington Post, che sarebbe venuto in possesso di documenti del ministero degli Affari Esteri del Cairo, presume inoltre che l’ambizione del Generale al-Sisi si sia spinta addirittura alla porta della controversa Corea del Nord. 

Era agosto 2016 quando l’agenzia di spionaggio americana aveva segnalato alle autorità doganali egiziane un mercantile sospetto battente bandiera cambogiana ma partito proprio dalle coste delle Corea del Nord e diretto verso il Canale di Suez. Bloccata la nave si era scoperto un carico nascosto di più di 30’000 granate a propulsione, un bottino di circa 26 milioni di dollari che le Nazioni Unite hanno classificato come il più grande sequestro di munizioni nella storia delle sanzioni nordcoreane.  Una sfortunata coincidenza se non fosse che i documenti, raccolti fra marzo e maggio 2017, rivelerebbero che l’acquisto del carico incriminato sia stato ordinato proprio da alti dirigenti militari egiziani.
Nel biennio 2016-2017, in aggiunta, l’Egitto era uno dei dieci membri non permanenti del consiglio di sicurezza ONU che, in risposta ai continui test nucleari del Supreme Leader Kim Jong-un, aveva votato il divieto di commercio di armi – e non solo – con il regime di Pyongyang. Una vicenda, quest’ultima, che non solo dimostra la spregiudicatezza del Cairo nel raggiungimento dei suoi obbiettivi, ma che rivela che nella sua fitta rete di relazioni internazionali l’interesse venga sempre prima della diplomazia di facciata.Meccanismo che – ovviamente – funziona tanto per l’acquirente quanto per il venditore, ne è dimostrazione anche il nostro belpaese.

Nonostante infatti una rilevante parte della società civile e dell’opinione pubblica italiana identifichi il governo egiziano come responsabile dell’uccisione del giovane ricercatore Giulio Regeni e della carcerazione dello studente dell’Università di Bologna Patrick Zacky, cospicue sono le commesse siglate fra Roma e il Cairo.

Il rapporto della Rete Disarmo ha recentemente fatto luce sull’export di armamenti intercorsi fra i due paesi nell’anno 2019.
L’Egitto risulta il primo compratore mondiali di armi italiane negli ultimi dodici mesi, raggiungendo la cifra record di 871 milioni di euro fra cui spiccano 32 elicotteri dell’azienda Leonardo.Lo shopping militare di al-Sisi è addirittura centuplicato negli ultimi quattro anni, se si guarda solo al “negozio” Italia.

Una spesa decisamente non indifferente per l’esercito arabo, in particolare se si sommano tutti gli accordi in essere, sia formali che non.
La strategia a lungo termine egiziana, però, è quella di ridurre la dipendenza da importazioni sviluppando una produzione di armamenti che porti all’autosufficienza.
Nel 2019 gli investimenti per la fabbricazione interna di sole munizioni hanno raggiunto quota 7,5 miliardi sterline egiziane – pari a circa 480 milioni di dollari – che sono serviti per implementare 84 linee di produzione diverse. Importanti passi in avanti sono inoltre stati compiuti nella modernizzazione della produzione di veicoli blindati, di droni, e nel settore navale.

Uno sforzo complessivo immane, che al Cairo sperano porti altrettanto immani dividendi. Sicuramente il livello di sicurezza del Paese dai pericoli e dai tumulti della regione è aumentato esponenzialmente, ed ha concesso al governo la libertà di intraprendere ingenti investimenti in progetti di sviluppo e grandi infrastrutture.
Crescita militare, quindi, come volano e rete per ambiziose riforme economiche, ma non solo. La posizione di forza che l’Egitto è riuscito a conquistarsi rinforzando costantemente il proprio comparto militare è anche strumento di influenza per tutta l’area, in particolare per il continente africano.
Addestramenti, esportazioni d’armi e un vasto know-how nella prevenzione e lotta al terrorismo sono le carte che il Cairo sta utilizzando per estendere il suo profilo egemone su Nordafrica e Medioriente, e mostrare i muscoli ai suoi competitor diretti: i già citati Qatar e Turchia, ma soprattutto alla Repubblica Islamica dell’Iran.

La crisi nella vicina Libia non mostra facili soluzioni all’orizzonte, mentre quella decennale in corso in Siria gode di una calma momentanea solo apparente, indizi entrambi di imminente complessità. L’Egitto di al-Sisi ha le spalle coperte.

 

 

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Davide Agresti

Davide Agresti

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