La primavera araba del 2011, le elezioni presidenziali del 2012, i disordini del 2013, ed ancora le elezioni del 2014, e le più recenti del 2018. Le riforme costituzionali, e quelle sul terzo settore. Nell’Egitto che non abdica al suo ruolo nella regione del Middle Est and North Africa, le dinamiche interne sembrano restringere gli spazi di partecipazione fra società civile ed Istituzioni, queste ultime sempre più espressione del potere militare, di cui il Presidente Fattah al-Sisi è stato a lungo esponente. La storia recente dei governi egiziani ha sempre avuto fra i suoi maggiori protagonisti esponenti dell’élite militare. La società civile stenta a trovare i propri spazi di partecipazione, sia istituzionale che non.

Abdel Fattah al- Sisi è nato al Cairo, ha 64 anni ed è l’attuale Presidente della Repubblica araba d’Egitto. Primo protagonista di una politica estera sempre più variegata ed influente su molteplici fronti, è la figura da osservare anche per comprendere le dinamiche interne della terra dei faraoni.

Esponente di spicco delle forze armate, riesce a scalare le gerarchie militari ed ottenere la direzione dei servizi di intelligence egiziani già sotto la presidenza di Hosni Mubarak, anch’egli brillante membro dell’esercito prima di entrare in politica, guidare il paese, e capitolare solamente sotto il vento delle Primavere Arabe arrivato a soffiare anche sulle proteste di Piazza Tahrir.

Sotto la presidenza Morsi, il Generale al-Sisi, ricopre invece sia l’incarico di comandante delle Forze Armate sia di ministro della Difesa, profilando così il suo ruolo egemone sul più grande esercito di uno stato di Africa o Medio Oriente. Sarà proprio in forza di questo ultimo incarico che guiderà il golpe contro il leader della fratellanza musulmana, proclamerà alla radio nazionale la presidenza ad interim del magistrato Adli Mansur, sospenderà la Costituzione, ed infine gareggierà nella competizione elettorale del 2014 nella quale trionferà con quasi il 97 per cento dei consensi.

La sua leadership conferma la tendenza dei paesi della regione ad affidarsi a uomini forti degli apparati militari, fenomeno che affonda le proprie radici fin nel passato dei processi di decolonizzazione – guidati appunto da élite dell’esercito – e del quale l’Egitto pur sicuramente rappresentando un unicum non è riuscito ad esserne estraneo. Leadership che viene riconfermata nelle elezioni presidenziali tenutesi nel marzo del 2018, vinta nuovamente con percentuali bulgare, quando la sua longa manus già si era diramata nei gangli del tessuto sociale.

La competizione elettorale fu infatti ridotta al minimo, tanto che l’unico candidato sfidante del Generale fu Mostafa Moussa, a capo del partito El-Ghad che già aveva allontanato i suoi componenti più reazionari, dichiarò che egli stesso avrebbe votato per al-Sisi. Per quest’ultima tornata elettorale l’affluenza alle urne ha faticato a raggiungere 41 per cento, ed è facile supporre che su ciò abbiano influito le riforme volte proprio a modificare i rapporti fra lo Stato ed appunto la società civile.

Cardine di queste riforme è sicuramente la cosiddetta Law 70 approvata dal Parlamento egiziano nel maggio del 2017. Al suo interno vengono regolamentati i comportamenti e le condotte di associazioni, comitati, organizzazioni non governative, ed in generale delle realtà del terzo settore, limitandone fortemente il campo di manovra. Da quando la norma è entrata in vigore, infatti, è previsto che ogni tipologia di organizzazione a scopo sociale debba essere registrata da un ente ministeriale creato ad hoc, che ne controlla finalità ed aree di competenza. Lo Stato si riserva il diritto esclusivo di trattare alcune materie che ritiene delicate o che possano danneggiare la morale della nazione, che spesso però coincidono con le stesse materie per le quali le ONG sono più sensibili come immigrazione, violenza ed abusi. Per le organizzazioni che contravverranno a tali indicazioni sarà possibile il congelamento dei fondi, il quale reperimento viene complicato dal divieto di accedere a fondi internazionali e di poter collaborare con organismi stranieri.

I sindacati, inoltre, già vessati dalle leggi inerenti alle manifestazioni collettive promulgate nel 2013, che prevedevano la reclusione fino a cinque anni per qualunque riunione pubblica di più di 10 persone senza anticipata autorizzazione, sono stati messi sotto controllo ed infine dichiarati illegali.

Più recentemente un altro poderoso giro di vite alla partecipazione civile è stato assestato attraverso la riforma costituzionale che ha aggiunto alla Carta 2 nuovi articoli e 14 nuovi emendamenti. Il mandato del Presidente della Repubblica è così stato esteso da 4 a 6 anni, estensione valevole anche per il mandato in corso, ed è stato abolito il limite di due mandati consecutivi, portati a tre. Lo stesso Presidente avrà la facoltà di porre l’ultima parola sulla nomina di giudici e di pubblici ministeri, mentre la nomina del ministro della Difesa sarà decisa da un consiglio di generali. Gli emendamenti, infatti, definiscono l’esercito “guardiano e protettore dello Stato d’Egitto, della democrazia e della Costituzione”, e offrono, se necessario, un rilevante indizio di quanto al Cairo potere militare e potere politico vadano saldamente a braccetto.

Un’ulteriore difficoltà a distinguere abbigliamento civile ed uniforme militare all’interno delle stanze dei bottoni egiziane è dovuta al fatto che anche il potere economico sia amministrato in larga misura dalle divise.

Si stima che sotto il controllo dell’esercito vi sia circa il 50 per cento dell’economia nazionale grazie alla gestione di aziende che producono beni di prima necessità come pane, latte, carne e pesce, ma anche aziende attive nel campo della tecnologia, degli elettrodomestici, del turismo e dei resort, con la possibilità di offrire tutto ciò alla popolazione a prezzi calmierati e approfittando perciò di un cospicuo vantaggio competitivo. Il potere diventa di conseguenza anche denaro, catena di distribuzione, posti di lavoro, ed anche e soprattutto sotto quest’ottica si devono leggere i grandi investimenti che sono stati intrapresi, come l’ampliamento del Canale di Suez, lo sfruttamento dei giacimenti di gas di Zohr, e la costante ricerca di fondi esteri, in particolare frutto delle rassicurazioni delle banche saudite e del placet di Donald Trump, che ha visto nell’uomo del Cairo un alleato ideale.

Il percorso imboccato da al-Sisi sembra quindi voler ricalcare le orme di uno dei suoi predecessori, quel Gamal Ab del-Nasser (in foto sopra) ricordato tra i più influenti e celebri protagonisti della politica mediorientale contemporanea, e del quale l’attuale Capo di Stato egiziano cerca di riproporre una visione del Paese prediligendone gli aspetti più nazionalisti a discapito dell’anima socialista. La gestione del dissenso e dei disordini interni, in particolar modo i frequenti episodi di estremismo di matrice islamica nella penisola del Sinai, porta sempre più alla delegittimazione della fratellanza musulmana, che in Egitto conserva tuttora un considerevole ruolo nel welfare comune attraverso scuole, presidi sanitari ed associazione caritatevoli, ed un controllo capillare sulla stampa, sia cartacea che digitale, spesso censurata. All’interno di questa cornice gli spazi di democrazia appaiono limitati per quella parte di società civile che invece richiede più partecipazione ai processi decisionali, e l’orizzonte che si profila sembra svelare un accentramento di potere sempre maggiore.

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