Quando Walter Lippmann scrive “Public Opinion” (1922), applaudito dal mondo intellettuale americano e dalla comunità degli affari, traccia un solco profondo, per i successivi decenni, nel terreno delle relazioni tra media, potere politico e società.



Prima di esercitare la carriera di giornalista di politica estera (fu proprio lui a coniare il fortunato termine “Guerra Fredda”), Lippmann ricopre per un breve periodo la carica di sottosegretario al Ministero della Guerra e, al termine del primo conflitto mondiale, è uno dei consiglieri del presidente americano Wilson per quanto riguarda la stesura dei 14 punti. Durante la Grande Guerra è profondamente influenzato, insieme ai maggiori esponenti del mondo dell’informazione americano, dal sistema di Propaganda inglese. Bisognava giustificare agli occhi della popolazione l’ingente prelievo fiscale per condurre le operazioni belliche e, soprattutto, urgeva far sentire tutti partecipi ad una guerra che necessitava di più soldati e di un fervente consenso popolare. A tal proposito si prodigò il Ministero dell’Informazione inglese che, in seguito all’invasione delle truppe tedesche in Belgio, diffuse notizie dettagliate su presunte atrocità commesse sulla popolazione belga. La notizia- rivelatasi completamente infondata qualche anno dopo- convinse il sistema dei media americano che, fomentato dagli interessi commerciali della potente industria delle armi, la diffuse ancor prima dell’entrata in guerra. Per preparare lo Stato ad una guerra totale, in termini di coinvolgimento ideologico e popolare, occorreva “irreggimentare” le menti dei cittadini controllando i flussi di notizie.

A tale scopo nasce la “Commissione («un bel nome orwelliano» secondo Chomsky) Creel” con chiari intenti propagandistici: la necessità di entrare in guerra contro le crudeli truppe tedesche che stavano terrorizzando le popolazioni europee, e ripristinare la libertà e la democrazia di cui gli Stati Uniti d’America sono (e saranno) un modello planetario ed uno strenuo difensore. È una fase importante della storia americana poiché cambierà per sempre la cultura di un popolo che, tradizionalmente pacifista dopo le lunghe e sanguinose guerre interne, si riunisce orgogliosamente attorno al proprio esercito, baluardo ed esportatore di libertà contro i regimi imperialisti e totalitari.

Lippmann è positivamente impressionato da questa vittoriosa esperienza, tanto che nel 1922 dà alla luce “Public Opinion” con l’intento di esporre le proprie idee sulla funzione dei media nella società, come “governatori” dell’opinione pubblica. Il suo punto di partenza è «le idee (della popolazione) si riferiscono a fatti che sono fuori dal campo visuale dell’individuo e […] ciò che l’individuo fa si fonda […] su immagini che egli si forma o che gli vengono date». Secondo l’autore, inoltre, gli interessi della società sono incomprensibili all’opinione pubblica. Essa può provare a governarli solo tramite l’azione di «uomini responsabili» scelti all’interno di una “classe specializzata”, composta da esponenti del mondo politico, economico, intellettuale in rapporto osmotico. Da parte sua, la popolazione è un «gregge smarrito» a cui, per problemi di reddito, tempo libero e livello d’istruzione, viene difficoltoso reperire informazioni.

Questi uomini responsabili intercettano gli interessi comuni e forniscono alla società le informazioni e le immaginiper perseguirli. Assolvono a questo compito le autorità politiche ed intellettuali, i leader comunicativi e i mezzi di comunicazione di massa che plasmano, fino ad orientare, il pensiero della popolazione riguardo le questioni poste al centro dell’agenda pubblica. E la guerra, in nome della libertà dei popoli e della democrazia, è un tema che ha dominato profondamente la scena pubblica americana degli ultimi decenni: ha permesso la crescita esponenziale della produzione; ha dimostrato al mondo le capacità militari degli Stati Uniti; ha eletto il paese a modello occidentale di benessere e life style; ne ha aumentato l’influenza in quasi tutte le aree del globo.In poche parole, la guerra ha imposto gli USA come prima potenza economica, mondiale e ideologica. Il notevole apporto dei mezzi di comunicazione di massa nel conseguimento di questo obiettivo ci riporta agli scritti di Lippmann, il quale si chiede: «Cos’è la Propaganda se non lo sforzo di modificare le immagini a cui reagiscono gli individui?».

(Lippmann Walter, L’Opinione pubblica, trad.it. di Cesare Mannucci, Roma, Donzelli, 2004)

 

 

 

 

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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