Fu esiguo il prezzo grazie al quale gli Stati Uniti si assicurarono la sovranità dell’Alaska nel 1867, circa 7,2 milioni dollari. Un territorio che solo nel tempo si è rivelato di estrema rilevanza geopolitica e con un potenziale nascosto notevole. Un territorio che oggi permette agli Stati Uniti di avere una voce all’interno del Consiglio Artico e occhi su ciò che succede anche all’estremo Nord del mondo. Ma quale strategia la potenza americana ha riservato a questo avamposto artico? 



Spesso gli Stati Uniti sono stati definiti una potenza artica debole che dedica poca attenzione alle dinamiche dell’estremo Nord. Per quali motivi? Una flotta di rompighiaccio estremamente limitata, la non ratifica di UNCLOS (unico Stato artico a non ratificare) e l’assenza di una strategia a lungo termine, sono i tre principali motivi per cui gli Stati Uniti sono in notevole ritardo rispetto ai competitor.

Eppure l’Alaska, unico Stato americano all’interno del Circolo Polare artico, vanta la superficie più estesa tra tutti gli Stati americani e un potenziale energetico e minerario notevole: secondo uno studio del Bureau of Ocean Energy Department, la piattaforma continentale americana che a Nord si estende nel Mare di Chukchi e nel Mare di Beaufort contiene circa 24 miliardi di barili di petrolio e circa 105 trilioni di metri cubi di gas naturale oltre a risorse minerarie, tra cui zinco e nickel, per un valore pari a 1 trilione di dollari. Ma, come ben sappiamo, l’estrazione di queste risorse oltre a presentare sfide logistiche e tecnologiche notevoli, richiede ingenti investimenti e soprattutto una visione a lungo termine.

Mentre il traffico lungo il Passaggio a Nord Ovest nell’arcipelago canadese e il Passaggio a Nord Est lungo la costa russa ha visto un sostanziale incremento che ha migliorato i collegamenti tra Europa e Asia, le acque polari americane hanno prevalentemente favorito un traffico destinato al sostentamento americano locale.

 

Probabilmente l’emblema della negligenza della strategia polare americana è rappresentata dalle estremamente limitate capacità della flotta delle sue rompighiaccio: la Polar Star entrata in serivzio nel 1976 è al momento in servizo in Antartico, la Polar Sea entrata in servizio nel 1978 non è operativa dal 2010, e la Healy è una rompighiaccio di media grandezza. Il confronto con le oltre 40, di cui alcune a propulsione nucleare, della flotta russa è doveroso per interpretare il differente indice di priorità assegnato all’artico dalle politiche governative delle due potenze.

La poca attenzione riservata dagli Stati Uniti all’estremo Nord si è tradotta nel tempo anche in un apparato infrastrutturale deficitario che ha serie conseguenze sulla sicurezza nella navigazione, sull’accuratezza delle informazioni ambientali, sulla previsione di eventi atmosferici e scioglimento dei ghiacci e sulle operazioni di ricerca e salvataggio. Il report redatto dallo United States Government Accountability Office mette in luce le conseguenze legate alla debolezza di questo apparato.

Eccone alcuni esempi: secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) meno del 5% dello spazio marittimo artico americano è stato sondato con gli standard moderni; la NOAA ha anche riscontrato che le osservazioni per le previsioni climatiche aggiornate sono estremamente limitate; mancanza di infrastrutture per un supporto adeguato di aviazione alle operazioni di ricerca e salvataggio (la stazione aerea più vicina a Utqiagvik, centro lungo la costa dell’Alaska, dista 945 miglia); difficoltà nella comunicazione che incide sulla capacità di rispondere prontamente alla perdita e fuoriuscita di petrolio; assenza nell’artico americano  di un “harbour of refuge” (porto o ingresso protetto che offra protezione dal mare mosso) designato dall’ International Maritime Organization (IMO).

Lo stesso report sotttolinea come nonostante siano state intraprese alcune iniziative dalle singole agenzie responsabili per porre rimedio, senza una strategia governativa che valuti i rischi dovuti alla debolezza delle infrastrutture artiche e che inidirizzi le stesse agenzie verso un miglioramento delle infrastrutture artiche, viene meno la certezza che ci si stia muovendo nelle giusta direzione ed in sinergia con le priorità nazionali.     

 

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Marco Volpe

Marco Volpe

Ciao a tutti,sono Marco Volpe,analista dello Iari per la regione artica. La mia passioneper l’estremo Nordviene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tantotempo,raggiunto attraverso un percorsoiniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpretare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica,soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.
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