L’artico sta gradualmente acquisendo rilevanza nelle agende di molti dei Paesi di entrambi gli emisferi. Il cambiamento climatico che imperversa su tutto il globo, ai poli ha degli effetti più profondi e provoca mutamenti più rapidi e destabilizzanti per l’ambiente, per la biodiversità e per le dinamiche socioeconomiche. Lo scioglimento dei ghiacci polari, che in termini scientifici significa innalzamento del livello dei mari, acidificazione degli oceani e assottigliamento dello stato di permafrost, in termini economico-commerciali significa la possibilità di aver un più facile accesso ai ricchi bacini di minerali e di idrocarburi artici non ancora esplorati, nonchè la possibilità di aprire nuovi canali commerciali lungo i rinomati passaggi a Nord-Est e a Nord-Ovest. L’antitesi tra le drammatiche conseguenze ambientali e le opportunità economiche e commerciali provocate dallo scioglimento dei ghiacci chiama gli attori coinvolti nello sviluppo di tutta la regione ad una forte azione collaborativa che abbia coscienza che in questa area i ritmi di sviluppo, urbanizzazione e globalizzazione hanno viaggiato con velocità diverse dal resto del mondo e che uomo e natura vivono in un rapporto fortemente interdipendente.

 Al di fuori delle istituzioni e dei forum internazionali, che fino ad ora hanno contribuito a rendere l’Artico un’area teatro di collaborazione piuttosto che di competizione, sembra che il principale responsabile dello sviluppo dell’intera zona sia l’evoluzione dei rapporti del “triangolo artico” rappresentato da Russia, Stati Uniti e Cina. Negli ultimi anni infatti c’è stata una forte crescita degli interessi artici nell’agenda di tutte e tre le potenze, per cui non è assolutamente fuorviante immaginare l’Artico come un altro palcoscenico di confronto geopolitico tra le tre potenze. La Russia di Putin punta moltissimo sullo sviluppo infrastrutturale dei territori del Nord. In realtà la ricerca di campi petroliferi in Artico risale già al periodo sovietico. L’impoverimento delle riserve di idrocarburi continentali e la possibilità di accedere ai bacini artici rende lo sviluppo della penisola di Kola, della zona di Jamalo Nenec e della repubblica di Komi una priorità della Russia guidata da Putin. Il costante ampliamento della già numerosa flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare, poi, certifica le intenzioni russe di proteggere e salvaguardare i territori e le acque artiche sotto la sovranità russa. Con il fissaggio della bandiera russa nel fondale marino polare avvenuto nel 2007, inoltre, la Russia intendeva affermare davanti agli occhi del mondo i propri diritti di sovranità sui territori artici. Sicuramente fu un gesto di forte impatto mediatico ma, in realtà, fu frutto di collaborazioni internazionali: il progetto fu finanziato da Frederik Paulsen, un imprenditore e filantropo svedese e organizzato da un gruppo australiano-americano di appassionati di esplorazione delle acque profonde.

Gli ambiziosi progetti cinesi che riguardano la partecipazione alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali volte allo sfruttamento di risorse ancora inesplorate e spedizione scientifiche che aiutino anche a prevedere il comportamento della calotta artica lungo le rotte commerciali, hanno generato non poche reazioni a livello internazionale e contribuito in maniera sostanziale alla costruzione della narrativa dell’Arctic race. Già nel 2013, anno in cui la Cina raggiungeva un successo diplomatico atteso da anni con l’entrata come membro osservatore permanente nell’Arctic Council, Rainwater titolava l’articolo in cui illustra le ambizioni artiche cinesi “Race to the North: China’s Arctic Strategy and its implications”. L’autore inquadra però la strategia cinese nella retorica del soft power messa in atto in tre diversi ambiti: “scientific diplomacy, participation in Arctic institutions and resource diplomacy”. E conclude affermando che il successo cinese in questi tre ambiti ha permesso alla Cina di acquisire “[…] peacefully (a limited) say in Arctic affairs”. Inoltre è importante constatare come la strategia ufficiale cinese, espletata nel libro bianco pubblicato a Gennaio 2018, dichiari ufficialmente di rispettare la sovranità degli Stati sui loro territori regolati dalla United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS). E proprio sul rispetto della Convezione e sull’applicazione della stessa sembra essere modulata la strategia cinese che trova nella definizione di “Area” nell’art. 1 come “seabed and ocean floor and subsoil thereof, beyond the limits of national jurisdiction” e nell’articolo 136 “its resources are the common heritage of mankind” la possibilità di far valere i propri diritti in Artico.

La strategia artica americana, di contro, sembra essere quella più in ritardo. I fattori che sicuramente incidono sono l’assenza di una flotta di rompighiaccio adeguata, la mancata ratifica di UNCLOS e l’assenza di una strategia artica che guardi al futuro della regione. Il report redatto dallo United States Government Accountability Office mette in luce come meno del 5% dello spazio marittimo artico americano è stato sondato con gli standard moderni (secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration, NOAA); evidenzia la mancanza di infrastrutture per un supporto adeguato di aviazione alle operazioni di ricerca e salvataggio e rileva una difficoltà nella comunicazione che incide sulla capacità di rispondere prontamente alla perdita e fuoriuscita di petrolio. A sostenere la retorica narrativa dell’Artico come il prossimo scenario per una competizione internazionale sono anche articoli come quelli della rivista National Geographic. Infatti articoli come  “As Arctic Ice melts, a New Cold War Brews” e  “A thawing Arctic is Heating up a New Cold War” di certo contribuiscono a promuovere l’immagine di un Artico come palcoscenico per un prossimo conflitto.

Certamente lo schiudersi di grandi opportunità commerciali ha facilitato e, in parte obbligato, molti Paesi ad aumentare i livelli di guardia sui confini nazionali in zone estremamente remote e di difficile controllo. Lo stesso Mike Pompeo, Segretario di Stato statunitense a Rovaniemi ha affermato: “This is America’s moment to stand up as an Arctic nation and for the Arctic’s future, because far from the barren backcountry that many thought it to be … the Arctic is at the forefront of opportunity and abundance”. Ma resta di fondamentale importanza considerare come, in realtà, la composizione sia geofisica che geopolitica artica obblighi tutti gli attori a considerare la transnazionalità di ogni azione intrapresa, a prescindere dalla sua natura. L’apparato legale che negli anni si è costitutito in Artico, affiancato dall’eccellente, e sottovalutato, ruolo di istituzioni quali l’Arctic Council, ha contribuito a risolvere dispute anche decennali tra i diversi Stati. Negli anni infatti la maggiore consapevolezza della transnazionalità degli eventi, specialmente quelli legati al cambiamento climatico, ha reso evidente come competizione e confronto militare siano ben più pericolosi, e addirittura controproducenti, di collaborazione e partenariati che, per esempio, hanno aiutato l’isolata Russia dei tempi post-conflitto ucraino a trovare il sostegno cinese nei mastodontici progetti infrastrutturali per lo sviluppo di gas naturale liquefatto nella penisola di Yamal. Certo lo scacchiere diplomatico è di lettura tutt’altro che semplice, ma resta doveroso distinguere tra interessi e competizione.  

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