La 74esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha mostrato ancora una volta con chiarezza la profonda divergenza di vedute sul sistema internazionale tra gli Stati Uniti d’America e la massima organizzazione a carattere universale. Le considerazioni di quest’ultima, espresse dal Segretario Guterres, appaiono alquanto pessimiste circa i principali temi dell’agenda globale e le sfide che la comunità internazionale sta affrontando. In occasione dell’annuale discorso sullo “status of the world”, Guterres ha avvertito i leader mondiali sui rischi derivanti dalle controversie sino-americane, definendole un “gioco politico a somma zero”. Uno dei punti salienti del Guterres-pensiero è la preservazione dell’ordine internazionale attraverso un approccio globalista che tenda al rafforzamento delle istituzioni multilaterali. “Bisogna fare tutto il possibile per mantenere il sistema economico attuale, un’economia universale basata sul rispetto del diritto internazionale e su un mondo multipolare”: questo è il monito che lancia il Segretario ai Capi di Stato, Ministri degli Esteri e ambasciatori. Ma quali sono le sfide internazionali che più preoccupano il capo delle Nazioni Unite?               

Dai conflitti irrisolti in Libia, Yemen e Afghanistan – con la ferma condanna delle ingerenze esterne che “rendono il processo di pace ancor più complicato”- alle tensioni regionali nel Golfo, un’area per cui serve un piano di sicurezza regionale che includa la navigazione e l’ammorbidimento delle sanzioni americane contro l’Iran, passando per l’invettiva contro le azioni unilaterali che minacciano l’efficacia del diritto internazionale (il riferimento è alla decisione di Washington di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele). Ma soprattutto Guterres chiama ad una svolta sui temi ambientali, scagliandosi contro l’utilizzo esasperato dei combustibili fossili ed esortando i governi ad incentivare modelli di produzione più sostenibili. “Viviamo in un mondo dominato dall’inquietudine”: una frase che riassume efficacemente lo “stato del mondo” alla lente d’ingrandimento del Segretario delle Nazioni Unite.

Qualche ora dopo, tocca al Presidente degli Stati Uniti Trump. Il suo discorso, il terzo davanti l’Assemblea Generale, è un formidabile manifesto della sua visione del mondo e delle relazioni internazionali. I primi minuti sono dominati da temi di politica interna statunitense, tanto da far apparire il discorso come l’annuale “State of the Union” piuttosto che un intervento davanti la massima organizzazione multilaterale internazionale. Agita con fierezza la capacità militare americana; i risultati economici, fiscali e occupazionali della sua amministrazione; il raggiungimento dell’indipendenza energetica grazie all’innalzamento della produzione di petrolio e gas; gli sforzi nella difesa del confine con il Messico. Successivamente partono gli sferzanti attacchi all’approccio multilaterale ed internazionalista, notoriamente disprezzato dall’inquilino della Casa Bianca. “Il futuro non appartiene ai globalisti, ma ai patrioti […] Il sentiero verso la pace, il progresso, la libertà, la giustizia ed un mondo migliore per l’umanità inizia dalle vostre case”.

Il Presidente, così, inizia a recitare il consueto copione dell’America first nelle relazioni con i partner internazionali. La riforma del WTO, che regola il commercio internazionale, è fondamentale, perché la normativa attuale ha danneggiato imprese, lavoratori e consumatori americani. Poi l’ennesima denuncia contro le pratiche scorrette perpetrate dalla Cina nel settore commerciale: barriere di mercato, sussidi statali pesanti, manipolazione di valuta, dumping sui prodotti, trasferimenti di tecnologia forzata e furto della proprietà intellettuale e segreti commerciali su vasta scala. Trump si mostra ottimista nel raggiungimento di un accordo con la Cina e definisce – non è la prima occasione – Xi Jinping “a great leader”.  Successivamente, parlando dell’Iran, rassicura i leader mondiali sulla contrarietà statunitense ad un conflitto nella regione del Golfo, ma avverte che non fallirà nella protezione dell’interesse nazionale americano. Non manca l’appello al popolo iraniano (“put iranian people first”), che, a giudizio del Presidente, patisce la miseria per colpa di un regime brutale e corrotto.     

Infine, per quanto riguarda i tradizionali rogue states (Stati canaglia), Trump si dice speranzoso e soddisfatto per la bold diplomacy (diplomazia audace) con la Corea del Nord, con l’obiettivo di una completa denuclearizzazione della penisola coreana. E poi gli attacchi brutali contro Cuba, Nicaragua e Venezuela, a ribadire l’occhio vigile del Dipartimento di Stato americano per le vicende che coinvolgono i vicini meridionali. Interessante notare come le parole più ricorrenti nel discorso del Presidente siano state “our” (56 volte) e “people” (24): una scelta non casuale, uno slancio patriottico su cui Trump ha fondato la sua carriera politica, e su cui punterà per la rielezione nel 2020.

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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