Pronunciare il nome “Asia” evoca immediatamente nell’immaginario collettivo i confini di due immensi paesi: Cina in primis, Russia in secundis. Vicini di casa non sempre in cordiali rapporti, le due nazioni sono nel corso dei secoli giunte allo scorso in numerose occasioni, vuoi per necessità, vuoi per convenienza.

Di recente, visto il graduale disimpiego USA dal resto del mondo, Pechino e Mosca hanno fatto convergere le rispettive politiche estere in svariati settori. Ma mentre l’attuazione del piano sembra proseguire gradualmente, il resto del mondo si interroga sulla convenienza di questa alleanza la quale, sulla carta, davvero suscita troppe perplessità.

L’avvicinamento della Russia verso la Cina è il frutto di un lungo lavoro, iniziato ormai 28 anni fa quando ancora al Cremlino era appena insediatosi Boris El’cin. Il primo presidente della Federazione post-sovietica. El’cin intuiva che il solco appena lasciato dal predecessore Gorbacev non valeva la pena di essere abbandonato. L’America era riuscita a riallacciare rapporti con la Cina in chiave anti russa dal 1971 e finalmente i tempi erano maturi per sanare lo strappo. Nel 1992 Boris firmò con la controparte cinese un accordo per unacooperazione tecnico-militare, che nel 1996 sarebbe maturato nella nascita della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, una organizzazione internazionale che sotto molti aspetti ricalcava le peculiarità della NATO.
Da quel momento, tuttavia, l’equilibrio di potenza si è repentinamente sbilanciato in favore della Cina.

Ottenuto l’ingresso del WTO, la Cina ha rapidamente sperimentato una crescita che nessun analista al mondo avrebbe saputo predire. Vista la necessità dei due paesi di esportare le proprie risorse, la già citata cooperazione in campo tecnico militare appariva più come un triste compromesso tra i due giganti. La Cina esporta prodotti manifatturieri, in grande quantità, pertanto non può permettersi né ha interesse al commercio dei beni di consumo russi. Il greggio ed il gas russo, d’altro canto, sono ben accetti dalla Cina, sebbene ancora faccia riferimento principalmente sulle sue centrali a carbone. Vero nodo di congiunzione tra le due nazioni, il commercio di armi ha permesso alle aziende russe di non rimanere a galla negli anni 90, con picchi di vendite all’estero con Pechino del 60% della produzione. la Cina ancora non aveva colmato il gap tecnologico con il resto del mondo, inclusa la tecnologia a scopi militari, pertanto ha lentamente copiato i prototipi degli armamenti russi acquistati, anche senza trovare necessariamente un impiego per l’ammodernamento del suo esercito.

Cronologicamente, il punto di rottura con l’occidente è arrivato nel 2014. L’avvicinamento dell’Ucraina all’Europa e la conseguente guerra con la Russia hanno incrinato irrimediabilmente i rapporti tra Russia, UE e USA e Putin ha prontamente reagito alle sanzioni UE siglando accordi per la fornitura alla Repubblica Popolare Cinese di sistemi di difesa antiaerea S-400 e di caccia Su-35, uno sprint recepito immediatamente dagli analisti delle cancellerie di tutto il mondo. Da quel momento in avanti la partnership militare Russo-Cinese ha accelerato fino al culmine del 2018 con l’esercitazione di Volstok, la quale ha visto il dispiegamento per la prima volta di militari cinesi in territorio russo. Eppure, l’avvicinamento militare dei due colossi non ha mai raggiunto la concretezza de iure, i due paesi non hanno mai firmato alcun accordo militare difensivo e tutt’ora non sembrano interessati in tal senso.

Da cosa dipende tale reticenza?

Tralasciando l’atavica diffidenza, che pure conta in maniera rilevante, nessuno dei due paesi vanta un’esperienza democratica. Semplicemente, entrambi non hanno mai vissuto sistemi di governo democratici e per tale ragione hanno sempre prediletto la diplomazia bilaterale e l’equilibrio di potere. Questi due agglomerati umani guidati da un singolo uomo forte mal digeriscono i rapporti paritari, Putin non vuole certo prendere ordini da Xi Jinping e viceversa. L’idea di creare una coercizione internazionale ed una maggiore coesione nelle rispettive politiche non è mai piaciuta agli uomini di potere e i suddetti non rappresentano certo eccezione.

In secondo luogo, proprio quegli ambiti di cooperazione condivise con tanta fatica sono le stesse dove i rispettivi interessi potrebbero un giorno collidere. Basti pensare alla cooperazione nelle prospezioni del Mar Gglaciale Artico, terra di nessuno che se mai dovesse far affiorare giacimenti di risorse naturali potrebbe tranquillamente portare i due paesi allo scontro. Nel 2018 la Russia ha pertanto permesso alla Cina di cofinanziare il progetto gasifero Jamal, la quale brama di acquisire più esperienza possibile nella ricerca delle risorse energetiche in territori inospitale.

L’accettazione da parte Russa di consentire investimenti diretti della Cina è riscontrabile anche nell’estremo oriente russo, arretrato, soffocato dalla burocrazia e desideroso di capitale, emblematico è il caso del ponte sul fiume Amur tra i due statiche si è trascinato negli anni causando un inevitabile innalzamento dei costi.

Un’altra potenziale faglia di attrito tra le due potenze risiede nella remota città di Vladivostok, capolinea orientale della storica rete ferroviaria transiberiana. La gelida città portuale era stata nei decenni addietro dimenticata dagli interessi russi, i quali si erano concretamente rivolti ad ovest in funzione della guerra fredda contro il blocco dei paesi occidentali. Spostato il baricentro, Vladivostok ha riacquisito importanza e nel 2019 ha ospitato un importante forum per la nascita di una Unione Economica Euroasiatica, trainata dalla One Belt One Road Initiative, per un volume di affari di 4,2 miliardi di dollari ma che proprio in quell’occasione si è dimostrata di difficile attuazione; del resto, il problema si ripropone costantemente: chi dei due dovrebbe governare sull’altro?

Considerando la rinnovata attenzione delle comunità russe ad oriente, infine, l’arrivo di famiglie cinesi in massa nella regione pone un inaspettato e nuovo problema. La natalità in Russia, e specialmente nelle regioni siberiane, è di segno negativo, se il trend dovesse quindi mantenersi si potrebbe rischiare una sostituzione etnica in piena regola.

La svolta ad oriente dello sguardo russo è molto più di una infatuazione dettata da necessità, essa rappresenta la fine del sogno di Pietro il Grande, primo Imperatore Romanov ad aver consacrato l’aristocrazia del paese al club europeo, dal quale i russi non sono mai stati pienamente accolti, ma neanche scacciati. Putin ha saggiamente ragionato di convenienza, ma la sua visione autocratica del mondo, retaggio evidentemente della sua carriera nel KGB, rischia di causare un abbaglio nella valutazione degli elementi comuni con gli eredi di Confucio.
La Russia non è democratica, senz’altro, ma del resto neanche l’Europa lo era fino a prima della Seconda Guerra Mondiale e questo equivoco ha erroneamente spinto Mosca ad est.
Sebbene si sia creato un fossato con l’Unione Europea, Putin non si accorge dell’Abisso che lo separa dai suoi vicini cinesi, i quali in passato non hanno saputo neanche condividere un’univoca visione della dottrina comunista.

Putin rischia di affidarsi a Partner aggressivi, che sanno covare rancore e che non hanno dimenticato la rivolta de Boxer del 1900, in cui le truppe dello Zar combatterono a fianco delle divisioni di tutti i paesi europei per respingere l’assalto delle ondate xenofobe cinesi.

Rimane il ruolo delle avances americane alle oligarchie russe e all’assordante silenzio della diplomazia Europea, la quale sembra, apparentemente, aver rinunciato al pendolo russo che negli ultimi tre secoli, aveva trovato il suo equilibrio ad ovest.

E.Sinkkonen, “China-Russia Security Cooperation: Geopolitical Signalling with limits”. Ch 2/2/2018, goo.gl/7mult3

en.kremlin.ru/events/president/news/56378

https://formiche.net/2018/09/russia-cina-putin-xi/

https://www.limesonline.com/vostok-2018-la-difesa-della-russia-e-le-cassandre-delloccidente/108547

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