La lenta guerra di posizione e le dispute marittime fra Atene, Nicosia ed Ankara hanno mobilitato un pugno di Stati, Mediterranei e non, interessati (alcuni parzialmente) a mantenere l’equilibrio nelle acque calde del Mediterraneo. Ma nessuno di essi sembra avere un peso consistente. Esiste ancora la diplomazia nel Mediterraneo?

È ben nota la posizione di Parigi in questa sorta di conflitto “bianco” (senza scontri) fra Grecia, Cipro e Turchia: schieratasi sin da subito al fianco di Atene e Nicosia, la Francia ha, nel corso di questi mesi, garantito una copertura militare alle sue alleate. Non senza secondi fini: Parigi ed Ankara sono lontane in tutti i terreni di scontro regionali ed anche sotto il profilo energetico. Mentre la Francia non ha mai preteso di assurgere a ruolo di mediatore, la Germania, più di una volta, si è proposta alle Nazioni in contesa. Ma, laddove Ankara si è dimostrata più disponibile, dati gli intrecciati interessi con Berlino (fra i quali, ricordiamo, anche la questione dei migranti), Atene ha preferito la concreta ed ingombrante presenza francese, con cui da tempo ha iniziato un dialogo in materia di difesa.

L’Italia ha preferito adottare un profilo molto più neutrale, nonostante gli interessi energetici in gioco. Le recentissime esercitazioni navali al fianco di Atene, si sono accompagnate ad alcuni avvicinamenti fra la marina turca e l’Italia, nel quadro dell’operazione Mediterranean Shield. Il segno che l’Italia non vuole compromettersi, anzitutto per proteggere gli interessi economici con Ankara ed anche perché la Turchia costituisce un interlocutore importantissimo per il dossier libico.  Gli ultimi tentativi sono stati Russi e Statitunitensi. Il Ministro degli Esteri russo, Lavrov, è stato recentemente in visita a Nicosia, ed ha accennato alla possibilità di fungere da mediatore nella controversia solo a patto che tutte le parti fossero d’accordo. Anche in questo caso, lo Stato che sembra maggiormente sospettoso è stata la Grecia, che non vede sempre favorevolmente gli interventi russi.

Gli States hanno proceduto lentamente. Essi sanno molto bene che in gioco vi sono gli equilibri di tutta l’aria Medio orientale e che per tale motivo ogni mossa necessita d’essere opportunamente soppesata. In tale ottica vanno inquadrati gli Accordi di Pace fra EAU, Bahrain e Israele (è quasi certo prossimamente si unirà anche l’Oman). Essi nascondono in sé anche la volontà di contenere in qualche modo l’espansionismo turco (e iraniano) nel mondo arabo-sunnita. La recente visita, poi, di Mike Pompeo, Segretario di Stato USA, a Nicosia e le conseguenti dichiarazioni hanno lasciato intendere da che parte punta la bandiera americana. Recentissime alcune indiscrezioni riguardo la possibile ricollocazione delle 50 testate nucleari in Turchia: Ron Johnson, Presidente della Foreign Relations subcommittee for Europe del Senato USA, ha accennato al Washington Examiner la possibilità da parte degli States di spostare le suddette testate da İncirlik (Adana) in Grecia. La minaccia di una simile mossa potrebbe fungere da deterrenteper Ankara.

Anche se negli ultimi giorni i toni si sono un po’ placanti, e continuano i dialoghi in sede NATO, non sembra scontato un passo indietro da parte di Ankara, profondamente determinata a far valere le proprie pretese territoriali. A tal proposito, è attesissimo (in Turchia e nel mondo arabo-sunnita) il discorso di Erdoğan alla prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il prossimo 22 Settembre, durante la quale ci si aspetta una netta posizione da parte del Presidente turco in relazione all’ordine mondiale costituito che, secondo una certa corrente molto forte in Turchia, esclude dalle decisioni globali più importanti alcuni Paesi rilevanti, tra i quali la Turchia stessa. Ad ogni modo, l’impasse venutasi a creare denota certamente un altissimo grado di incertezza in tutto il Mediterraneo, anche sotto il profilo diplomatico: nessuno Stato, nessuna potenza, neanche la NATO, sembra essere in grado di contenere gli interessi turchi, senza andare a modificare qualche altro assetto comunque importante per l’equilibrio generale della regione. E questo è forse il rischio più grande del multilateralismo.

 

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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