Il primo maggio Naruhito ha presenziato alla cerimonia per diventare il nuovo imperatore del Giappone. Una cerimonia di corte piuttosto complicata che sentenzia la sistematica pervasività secolare dei processi decisionali immutati del trono del Crisantemo. Il rito ‘Taiirei-Seiden-no-gi’, svolto per la prima volta in 202 anni di storia della casa regnante, vede tra i partecipanti le più alte cariche istituzionali, inclusi i membri dell’esecutivo e della famiglia reale. Due dei ‘Tre sacri tesori’, una spada e una gemma, vengono trasportati dai ciambellani di corte e posti su un banco assieme ai fregi imperiali utilizzati dal monarca nelle cerimonie ufficiali.

Naruhito, 59 anni, giunge al trono dopo l’abdicazione del padre Akhito gravato dall’età avanzata e dai numerosi impegni istituzionali oramai quasi impossibili da presenziare in Giappone e nel mondo. La rinuncia al trono, per quanto non si sia trattato di una novità in una dinastia come quella Yamato che si perpetua costantemente dal 660 (la più longeva monarchia ereditaria al mondo le cui origini risalgono direttamente alla dea del sole scintoista, Amaterasu), apre una ferita e costituisce una notizia di importanza fondamentale in un Giappone in profonda fase di transizione tra crisi demografica, militarismo e congiunture internazionali. Appaiono certamente lontani i tempi in cui l’imperatore dio inavvicinabile tassello portante dell’anima stessa e delle strategie di dominio del Giappone dettava l’agenda politica in quanto ad oggi la figura del Tenno (天皇)sovrano celeste, gode più di un valore simbolico derubricato a strumento vivente della continuità statuale del Giappone nei precedenti secoli burrascosi. L’imperatore è sopravvissuto ai disastri della seconda guerra mondiale, alla desacralizzazione (il “Ningen-sengen” la “dichiarazione di umanità”) e alla modernizzazione del paese che ne ha in parte cancellato la natura e l’identità dilunedola in quel capitalismo nipponico ma ancora nutre di grande popolarità nell’opinione pubblica (più dell’80% dei giapponesi apprezza la figura imperiale) e un imperatore più giovane, maggiormente dinamico e occidentalizzato potrebbe lasciare una diversa impronta nei processi decisionali della nazione.

Il Giappone tra due ere

Con l’abdicazione dell’imperatore Akihito giunge a termine il periodo Heisei (Pace raggiunta) e inzia l’Era Reiwa (periodo di bella armonia) infatti i giapponesi dividono la storiografia in intervalli di tempo perfettamente scanditi dalla vita e morte dei propri governanti imperiali. La parabola di Akhito (dal ‘8 gennaio 1989 data di ascesa al trono dopo la morte del controverso padre Hirohito) giunta al termine in questi giorni ha visto il paese rinascere dopo un conflitto suicida, entrare in una fase splendida di ripresa economica che ha posto il Giappone in vetta alle classifiche per innovazione, produzione e sviluppo ma ne ha cambiato fortemente la natura. Gli eccessi militaristi, fascisti e imperialisti del padre hanno lasciato strascichi dolenti di cui il paese ha dovuto pagare un amaro prezzo di sangue e lo stesso Akhito, personalità molto diversa dall’autoritario padre, si è trovato un pesante fardello sulle fragili spalle.

Per volere degli occupanti americani l’imperatore giapponese ha dovuto rinunciare alla semidivinità e tornare tra gli uomini divenendo una figura al margine meramente simbolica anche di fronte all’assertività proponderante delle classi partitiche emerse nella ristrutturazione post bellica. Di fronte ai disastri naturali immani che hanno colpito l’arcipelago, Akihito, accompagnato dalla fedele moglie Michiko, ha visitato luoghi dei disastri, sostenuto le vittime ma anche compiuto i primi viaggi internazionali ache in paese tradizionalmente ostili come Corea del Sud e Cina (nel 1992 durante la quale ha condannato le sofferenze che il Giappone ha inflitto alla Cina durante i quasi dieci anni della seconda guerra sino-giapponese).

La coppia imperiale è stata sempre presente sui luoghi della tragedie, impegnandosi finanziariamente, restando vicino al popolo ma non offrendosi, mai, a una confidenza pubblica, altrove ormai ordinaria, tra selfie e bagni di folla. Anche se non più «divino» l’imperatore resta una figura intoccabile, quasi immaginaria, fantastica però presente, indispensabile e necessaria nella vita per ogni giapponese. A pesare sul profondo cambiamento nell’agenda e prerogative imperiali l’educazione occidentale ma anche la necessità di offrire al mondo una diversa idee di rinnovamento giapponese e supremazia non più militare ma prettamente economica e tecnologica.

Akihito ha rappresentato un Giappone pacifico, florido e leader nel Pacifico in cui certamente covavano i germi delle attuali difficoltà che il paese sta affrontando e con cui dovrà mediare il nuovo Tenno Naruhito. Dopo decenni di sviluppo dinamico l’economia giapponese è in una fase di profondo ripiegamento schiacciata dalla competizione internazionale, dal ruolo crescente della Cina, dalle politiche ambivalenti del patron statunitense oltre che da un invecchiamento costante, ineluttabile e gravoso della popolazione. Proprio la crisi demografica, la più acuta al mondo e di difficile risoluzione, è una delle preoccupazione che agitano le leadership di Tokio tra necessità di ricambio generazionale, spopolamento rurale e provinciale e sciovinismo razziale autoctono che rende difficile se non impossibile aprire il paese a un immigrazione, qualificata o meno, necessaria se non obbligata. Tra la continuità imperiale pesa molto la figura del leader politico più potente dal dopoguerra giapponese, l’attuale primo ministro Shinzo Abe e proprio sui contrasti tra la figura imperiale che probabilmente si perpetuerà nella continuità dell’insediatosi Naruhito e le strategie di grandeur del primo ministro che si evolverà la complessa macchina politica giapponese.

Le implicazioni per il paese e la politica estera

Se Akihito nel corso del suo mandato imperiale ha perseguito una politica estera di forte riavvicinamento ai nemici storici del paese, di riconoscimento degli errori del passato militarista, di mantenimento di un immagine pacifica e illuminata del Giappone nel panorama mondiale le strategie di Shinzo Abe, primo ministro liberal democratico in carica dal 2012, proseguono lungo vie diametralmente opposte. Il Giappone attualmente non dispone, per via della Costituzione del 1947 imposta dagli occupanti americani, di forze armate effettive dovendosi accontentare di “Forze di Autodifesa” e fiore all’occhiello delle strategie di politica estera di Abe è proprio l’emandamento dell’articolo 14 della Costituzione potendo espandere il potere militare del paese di fronte all’impetuosa crescita della Cina e del incertezza rappresentata dal dilemma nord Coreano.

Shinzo Abe ha sdoganato il nazionalismo, revisionato la storia e espresso pareri controversi sulle scelte della nazione nel passato bellico ma soprattutto ha costruito un sistema politico duraturo e trasversale evocando la difficoltà e le minacce al paese come spauracchio per perseguire interessi personali e di partito. La figura dell’imperatore pacifista, diplomatico e inclusivo urta con la rinnovata assertività di un Giappone che prepotentemente ritorna sul palcoscenico mondiale alla ricerca di un spazio geopolitico affrancandosi dalla tutela degli Stati Uniti (presenti nell’arcipeloga da qualche decennio con basi e numerosi soldati), proponendo un interpretazione a caratteri nipponici delle relazioni internazionali nell’area di sua prossimità.

Il nuovo imperatore storico, appasionato sportivo, laureato ad Oxford e molto ben conosciuto negli ambienti reali europei e non darà un nuovo impulso ed energie al ruolo dell’imperatore in una società giapponese che profondamente muta ma dovrà mediare con un primo ministro all’apice del potere e una classe politica pervicace. Il Giappone affronta una necessaria transizione e le prossime iniziative e dichiarazioni ci permetteranno di comprendere quanto l’attuale imperatore si muoverà lungo linee di continuità con il padre predecessore o riserverà per se stesso e per la figura simbolo un ruolo maggiore nei processi di “decision making” di Tokyo.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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