La presunta “attrazione fatale” tra Lega e Cremlino è arrivata al vaglio della magistratura milanese e del Parlamento. Sono ancora molti, però, i punti da chiarire: a partire da chi abbia registrato l’audio e per quale motivo lo abbia reso di pubblico dominio.

Sembrerebbe quasi la trama di un film di spionaggio à la 007: sei uomini che si incontrano nel lussuoso Hotel Metropol di Mosca, ad un tiro di schioppo dal Teatro Bol’šoj – non distante dalla mastodontica Piazza Rossa (e dal Cremlino). I sei uomini parlano di “affari”, o meglio, di un importante affare petrolifero – che di petrolifero, però, pare avere solo la facciata. In realtà, oggetto della conversazione sono i 65 milioni di dollari per finanziare la (futura) campagna elettorale della Lega per le elezioni europee dello scorso maggio. Come? Il presunto schema prevede la compravendita di 3 milioni di tonnellate di petrolio russo – con uno sconto tra il 4 ed il 10% rispetto al prezzo di mercato – da parte dell’ENI, quest’ultimo dovendo versare un corrispettivo di 1 miliardo e mezzo di dollari alla controparte societaria russa (Rusneft o Lukoil). Nel piano dei sei, ci si premura di prevedere che l’operazione passi attraverso uno/due intermediari bancari, per scongiurare il rischio che qualcuno si accorga della sub-transazione: il quasi-monopolio delle aziende russe nel settore Oil & Gas è eufemisticamente malvisto dalle istituzioni eurounionali di Bruxelles – che fanno di tutto per contrastarlo a livello legale –, senza contare che l’imprenditoria del Paese eurasiatico si trova ad operare nell’angusto e sorvegliatissimo spazio delimitato da sanzioni esogene e contro-sanzioni endogene.

I 65 milioni di finanziamento sarebbero poi derivati dalla rivendita a prezzo di mercato del greggio (originariamente scontato) in Italia. A conti fatti, quanto maggiore sarebbe stato lo sconto accordato dai russi, tanto più cospicua sarebbe stata la percentuale intascata dai negoziatori slavi medesimi (e complici): gli italiani si sarebbero accontentati del 4% – da impiegare in campagna elettorale – mentre tutto il resto dello “sconto” sarebbe finito dritto nel portafoglio dei russi.

Si diceva, la trama sembra cinematografica – e certamente le va riconosciuto un maggiore spessore scenografico rispetto all’ambientazione scarna del salotto ibizenco dove qualche mese fa si è consumato il KO politico dell’ex vice-cancelliere austriaco Heinz-Christian Strache, leader del FPÖ beccato a chiedere finanziamenti elettorali ad una (fasulla) emissaria russa. Al Metropol, però, qualcuno (chi?) è riuscito a registrare l’audio dell’incontro, che è stato rilanciato dal settimanale L’Espresso e poi dallo statunitense BuzzFeed News (lo stesso più volte demonizzato da Trump). ENI ha categoricamente escluso ogni suo coinvolgimento, mentre la Procura di Milano ha aperto un fascicolo in cui è contestato il reato di corruzione internazionale (anche solo il tentativo della quale è sanzionabile) a Gianluca Savoini – presidente dell’Associazione culturale “Lombardia-Russia” con un non meglio precisato ruolo di rappresentanza del “Carroccio”. Oltre a Savoini, pare che la delegazione italiana fosse formata dall’altro indagato Gianluca Meranda – avvocato internazionalista e consulente bancario – e da Francesco Vannucci – collaboratore del Meranda ed anch’egli consulente bancario.

Non è stato ancora chiarito l’effettivo legame tra Savoini ed il suo assonante più celebre: quel Matteo Salvini che, da vice-presidente del consiglio e capo della Lega, viene indirettamente tirato in ballo nelle trattative al Metropol. Un dettaglio di non poco conto è che, un giorno prima dell’incontro tra i tre russi ed i tre italiani (avvenuto il 18 ottobre scorso), Salvini era presente al Lotte Hotel di Mosca per un intervento a Confindustria Russia, assieme ad alcuni imprenditori italiani in loco, all’ambasciatore Pasquale Terracciano ed al vice-ministro degli esteri russo Aleksandr Gruško. Contesto nel quale non mancò di ribadire agli astanti come le sanzioni fossero da considerarsi “una follia economica, sociale e culturale”, una convinzione che il leader della Lega rivendicò con orgoglio, rigettando al mittente velate accuse di essere un “pupazzo” di Putin (asserendo inoltre di trovarsi più a casa a Mosca rispetto a molte altre capitali europee – presumibilmente la Parigi di Macron in primis).

Salvini firma il guest-book del segretario di stato americano Mike Pompeo

Una figura, quella di Salvini, che peraltro è la quintessenziale incarnazione della realpolitik all’italiana: posizionato a fianco di Washington nei dossier venezuelano, libico e medio-orientale in generale, nonché nello scetticismo nei confronti dell’attivismo cinese in Europa ed in Africa; ma a fianco di Mosca sul dossier sanzioni (e lato sensu ucraino). In fatto, uno dei fronti sui quali – questioni puramente interne a parte – si è rilevato il maggior attrito con i soci di governo pentastellati è stata appunto la risoluzione del M5S a far sì che Giuseppe Conte sottoscrivesse il memorandum d’intesa sul progetto “One Belt One Road” in occasione della visita in pompa magna di Xi Jinping a Roma. Ora, lo stesso Di Maio sollecita una commissione parlamentare d’inchiesta sui finanziamenti ai partiti – dato che l’eventuale afflusso dei milioni russi avrebbe violato il divieto di ricevere contributi da enti pubblici di Stati esteri (ai sensi dell’art. 7 del d.l. “Spazzacorrotti”) – in seguito emendato nel senso di permettere che tali flussi esteri fossero consentiti a favore di fondazioni. Nonostante sia stato al contempo formalizzato il divieto per le fondazioni suddette di “rigirare” il danaro ad un partito, appare un’impresa di Sisifo verificare in concreto tale flusso secondario.

È comunque difficile pensare che quella del Metropol fosse una trattativa in stato avanzato: le tonnellate di petrolio non si comprano nella hall di un albergo. Quasi certamente, poi, quello diffuso (da chi?) non è l’unico audio registrato. E qui sorge un dubbio legittimo: cui prodest? Quesito che ha un ventaglio amplissimo di possibili soluzioni: da quella più banale – semplice inchiesta giornalistica – a quella più complessa – possibile coinvolgimento d’intelligence straniere (russa e/o di segno opposto) con fini destabilizzanti. Non se la prendano a male i sostenitori del rasoio di Ockham, ma la tesi più verosimile pare proprio quella che presenta maggiori elementi di complessità. Difficile ritenere che, in ogni caso, i servizi russi siano “cascati dal pero” e non sapessero (quantomeno) dell’esistenza del file compromettente, per lo più carpito nel luogo forse meno adatto alle riunioni segrete dell’intera Russia: un albergo di lusso nel cuore di Mosca, nei cui corridoi scorre un fiume di clientela “sensibile” – da imprenditori a policymakers di ogni nazionalità. Luoghi del genere sono per le spie l’equivalente di un parco-divertimenti per un bambino.

Claudio D’Amico (ex deputato leghista e responsabile delle Associazioni Culturali Lombardia-Russia e Veneto-Russia) stringe la mano a Putin. In secondo piano, a destra, l’ambasciatore russo in Italia Sergej Razov.

A prescindere dalla conclusione del caso giudiziario penale, il dato politico pare emergere con sempre maggior insistenza: la registrazione consegna l’immagine (rectius, l’audio) di un’auto-proclamatasi delegazione “leghista” all’urgente ricerca di un contributo-obolo russo. In mancanza di elementi ulteriori – relativi soprattutto al periodo antecedente l’incontro – sembra che fossero Savoini e soci ad avere maggiormente bisogno del supporto russo, piuttosto che il contrario. “Pecunia non olet”, tanto meno se proveniente da uno Stato con cui Savoini dice di voler ripristinare una piena collaborazione politica, nel corso di una sua orazione con i commensali – in un inglese pur alquanto rivedibile. L’impressione è che poco importasse che i soldi provenissero da Mosca, Gerusalemme o Washington: a servire sommamente erano i milioni per la campagna elettorale, non tanto la benedizione del Cremlino.

A ben vedere, infatti, non pare nemmeno agevole trovare ulteriori spazi di sostegno reciproco tra Russia e Lega rispetto alla situazione attuale: una delle poche manovre che l’Italia potrebbe teoricamente tentare è quella di apporre il veto alle sanzioni UE contro la Russia, ma anche i leghisti sanno bene che questo esporrebbe il “Belpaese” all’ira funesta di Bruxelles e – soprattutto – di una Washington già risentita dalla partecipazione di Roma alla “nuova Via della Seta” con Pechino. Ci si può immaginare di che tenore potrebbe essere la reazione statunitense ad un contemporaneo posizionamento strategico italiano de facto a favore dei due principali antagonisti globali degli USA…

La Russia sembra avere bisogno della Lega – e di un manipolo di partiti europei prevalentemente nazional-sovranisti – non meno di quanto la Lega abbia bisogno della Russia. Al di là del supposto supporto finanziario, entrambe necessitano di un soggetto politico esterno – statale o partitico – che contribuisca a conferire legittimazione sul piano interno. È improbabile che la Lega contesti le sanzioni alla Russia su un piano meramente etico-giuridico, invece che su di un piano di convenienza politico-elettorale; così come è improbabile che il Cremlino appoggi la Lega perché gli sta veramente a cuore un risveglio nazionalista ad ovest del Caucaso, invece di un indebolimento strutturale dell’Unione europea e, per quanto possibile, della NATO (vedasi a tal proposito la fornitura di sistemi S-400 alla Turchia), per di più funzionale a dare l’impressione interna che Mosca sia tutt’altro che isolata sul piano internazionale.

Vladimir Putin durante la conferenza stampa congiunta con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi

Oltre al dato politico, dall’incontro al Metropol emergono altresì degli elementi oscuri: chi ha registrato l’incontro? E per quale motivo? Chi sono gli intermediari russi? I potenti “convitati di pietra” italo-russi – per conto dei quali i sei dicono di trattare – erano effettivamente a conoscenza di tutto? C’era qualcuno a cui giovava che l’affare – peraltro apparentemente mai conclusosi – venisse fuori? Perché un colosso come ENI – che da solo influenza il grosso della politica estera italiana medio-orientale ed africana – avrebbe dovuto prestarsi a logiche partitiche senza alcun vantaggio economico diretto, quasi fosse il “pupazzo” della Lega? Domande su cui cercherà di fare luce, in maniera pur infinitesimale, l’inchiesta milanese – ed eventualmente la magistratura

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