L’ondata mondiale di proteste partite dagli USA contro la violazione dei diritti degli afroamericani sotto il grido “Black Lives Matters”, ci dà lo spunto per una riflessione storica sul caso delle “Madri di Plaza de Mayo” che da più di 40 anni si battono per trovare verità e giustizia sul destino dei loro figli scomparsi durante la dittatura argentina. La loro storia ci insegna che quando si lotta per i diritti non bisogna mai fare “un passo indietro”

In un periodo storico in cui il mondo assiste all’ondata di proteste a favore dei diritti civili delle persone di colore, che ha preso il via dopo la brutale uccisione di George Floyd negli Stati Uniti, vale la pena richiamare la storia di coloro che, qualche chilometro più a sud, hanno speso la vita lottando per i diritti e la verità: le Madri di Plaza de Mayo.

Il paragone potrà sembrare azzardato e poco coerente. Tuttavia, se è vero che la storia internazionale ci insegna a mettere in relazione gli eventi e se, come dice Marco Bechis[1] “la memoria è la capacità di ricordare il passato e riconoscere nel presente tutte le situazioni che gli assomigliano”, ci accorgiamo che la lotta per la libertà e i diritti, ovunque e da qualunque cosa sia scatenata, ha sempre lo stesso colore.

Era il 1976, quando in un’Argentina divisa e devastata da colpi di stato, crisi economica e un peronismo ambivalente, la dittatura della Junta militare prese il potere, spazzando via in breve tempo ogni garanzia e diritto civile.

La junta, costituita da Videla, Massera e Agosti, si fece spazio nello scenario politico della nazione con una certa benevolenza da parte della popolazione e delle istituzioni, stanche dell’instabilità del paese e speranzose che i militari potessero porre rimedio a mezzo secolo di precarietà attraverso quello che loro chiamavano il “Processo di Riorganizzazione Nazionale” o più comunemente “Proceso”.

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La cifra della riorganizzazione era la completa distruzione dell’apparato politico ed economico esistito fino a quel momento, e il prezzo da pagare, la brutale repressione di tutti coloro che si opponevano alle idee o ai metodi della Junta. Ebbe così inizio la guerra sporca, fatta soprattutto di silenziose sparizioni forzate degli oppositori, o di coloro che erano ritenuti tali.

L’astuta strategia dell’élite al potere, ben conscia delle forti pressioni nazionali ed internazionali che una violenza manifesta avrebbe scatenato, consisteva nel prelevare i sospettati all’interno delle loro abitazioni, portarli segretamente in campi di tortura e prigionia, e infine, eliminarli.

I “desaparecidos” erano spesso studenti e operai con idee politiche “sovversive”, ai quali venne riservato un crudele destino; sono infatti rimati noti i “Voli della morte” che gli aerei militari compivano con il fine di gettare i corpi degli sventurati nell’Oceano o nel Rio della Plata, spesso dopo avergli squarciato l’addome, così che il loro sangue potesse attirare i pesce cani, senza lasciare di loro alcuna traccia.

Fu in questo tragico scenario che alcune madri di quei figli scomparsi nel nulla, iniziarono a recarsi quotidianamente presso la cappella “Stella Maris” di Buenos Aires, dove speravano di ricevere notizie riguardo i “desaparecidos” dal segretario dell’allora Arcivescovo di Buenos Aires, che in realtà, come ampia fetta della Chiesa Cattolica, lavorava per il regime raccogliendo notizie utili sui “sovversivi”.

Ma fu così, in quell’esercizio di quotidiana speranza, che le madri si incontrarono per la prima volta, fu in quelle stanze che Azucena Villaflor De Vincenti propose alle altre di unirsi, di andare davanti alla Casa Rosada, dimora del presidente Videla, per recapitargli una lettera, chiedendo verità e giustizia.

Sabato 30 Aprile 1977 le madri scesero in Piazza per la prima volta, ma rimasero inascoltate dal presidente. Ritentarono il venerdì successivo, e poi di nuovo il giovedì, quando i militari scesero in piazza per sgomberare la manifestazione, ricordando alle temerarie signore che era vietato sostare in gruppi maggiori di 3 persone. E così, per aggirare quel comando, le madri iniziarono a muoversi intorno all’obelisco di plaza de Mayo, in un girotondo che continua ancora oggi.

Le madri decisero di incontrarsi ogni settimana, finché la verità non fosse uscita allo scoperto; intonando richieste di giustizia, rendendo noti i nomi degli scomparsi, indossando sul capo il pañuelo bianco, come simbolo del primo pannolino dei loro figli. Pochi mesi dopo, tre madri, tra le quali la fondatrice Azucena, scomparvero, e i loro corpi vennero rinvenuti sulle rive del Rio della Plata, ma nonostante il crescente timore, le madri continuarono a scendere in piazza.

La loro storia divenne nota alla stampa internazionale soprattutto in occasione dei mondiali di calcio del 1978, quando, mentre l’Argentina cercava di riabilitare la sua immagine a livello internazionale facendo cadere i dubbi riguardo le sue politiche irrispettose dei diritti umani, la stampa olandese notò le manifestazioni de “las madres”, portandole per la prima volta agli occhi del mondo intero.

Quando la dittatura finì, il governo radicale di Alfonsìn creò la Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas e diede inizio ai fallaci processi nei confronti della junta, a cui molti militari scamparono grazie alla “Ley de Obediencia Debida”. Alfonsìn decise infatti di escludere dalla giustizia tutti i soldati che avevano agito nel rispetto dei comandi ricevuti con il fine di evitare sollevazioni da parte dei militari (Fonte e approfondimenti: https://lospiegone.com/2020/03/23/largentina-chiede-ancora-memoria-verita-e-giustizia/). Da quel momento in poi, le madri videro l’ipotesi di giustizia scemare sempre più, e molti rimangono i dubbi e i misteri intorno alla sparizione dei loro figli, a partire dal numero degli scomparsi, che varia da 9.000 a 30.000 a seconda delle fonti.

La lotta delle madri va avanti ancora oggi e, benché la loro immagine non sia sempre rimasta immacolata (soprattutto a causa delle accuse di frode e riciclaggio a carico di alcuni membri dell’associazione nel 2011)(Fonte: https://www.ilpost.it/2011/06/19/lo-scandalo-sulle-madri-di-plaza-de-mayo/), il loro impegno decennale le rende una delle più influenti realtà argentine.

Il loro impegno rimane profondamente attivo, e ancora oggi, ogni giovedì alle 15:30, recandosi in Plaza de Mayo, si possono incontrare le Madri che marciano intorno all’obelisco, come 43 anni fa. Ancora oggi, le ormai anziane signore continuano a dare testimonianza della loro storia e della storia dei loro figli ( Fonte: https://www.corriere.it/cultura/speciali/2014/il-rumore-della-memoria/index.shtml?video=06&versione=sd)  andando nelle scuole, organizzando eventi ed incontri presso l’Espacio Cultural Nuestros Hijos, a pochi passi dalla caserma dell’ESMA, dove molti dei loro figli vennero deportati e torturati.

In conclusione, la storia de las madres si collega alle attuali proteste mondiali, perché, anche se non si parla di dittatura, di scomparsi, di deportazioni, la loro storia ci insegna l’importanza di non smettere mai di lottare per la giustizia e la verità e ce lo insegna con una forza e una tenacia che difficilmente si può trovare altrove: quelle di una madre.

“Le tragedie si continuano a ripetere nel mondo e nella nostra storia. Quando ci si trova di fronte ad un’ingiustizia si deve reagire: si deve rompere il silenzio per impedire che si trasformi in una tragedia. Scendere in piazza a manifestare è pericoloso, lo vediamo ora in Cile, ma è la protesta con il significato più forte che si possa avere. In piazza si rompe il silenzio.” (Fonte: https://ilmanifesto.it/mai-piu-silenzio-in-argentina-oggi-come-40-anni-fa/).

BIBLIOGRAFIA:

Biacchessi Daniele, Una generazione scomparsa, i mondiali in Argentina del 1978

Per approfondire la storia delle madri di Plaza de Mayo si consiglia la visione di:

Note

[1] Regista, Sceneggiatore e produttore cinematografico italiano che ha vissuto a lungo in Argentina e che vanne rapito dal regime. È stato regista di alcuni film sulla tematica dei desaparecidos, tra i quali: Garage Olimpo (1999) e Hijos (2001)

 

 

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