Il lockdown imposto praticamente in tutto il pianeta per far fronte alla pandemia, è stata una dura prova; pochi  i governi che sono riusciti ad andare incontro alle reali esigenze di lavoratori ed imprese. La prova più dura però, sembra essere quella del petrolio: crollo della domanda e conseguente tracollo del prezzo, al di sotto dei -36 $ al barile. E non solo: gli spazi di stoccaggio di alcune aziende allo stremo, navi cargo saudite bloccate al largo delle coste americane, altre aziende costrette al lockdown per mancanza di richieste. Insomma, nel giro di pochissimi giorni si è avuta una battuta d’arresto, come mai prima d’ora, e che ha fatto registrare non solo una cifra in negativo da record, ma anche un concreto passo in avanti verso il rischio di una recessione tecnica.



Crollo del petrolio: quando tutto è cominciato

Tutto è partito il 20 aprile, quando il WTI texano ha fatto registrare un tonfo: -37 $. Le cause sono da ricercare nell’impossibilità di stoccare l’eccessiva produzione. Altrove però, influisce la battaglia tra Arabia Saudita e Russia, a suon di quote di mercato. I due giganti petroliferi stanno negoziando un accordo per ridurre la produzione da 11 a 8,5 milioni di barili al giorno, a partire da maggio; il fine ultimo è arginare la spirale ribassista del prezzo del petrolio. D’altro canto, però, Riad E Mosca continuano, in un contesto in cui le incertezze si fanno largo maggiormente a portare avanti le proprie politiche.

La controversia ha avuto inizio prima della crisi del Covid-19, precisamente su indicazione dell’OPEC del 4 marzo,  quando i sauditi hanno riaperto i rubinetti e la Russia non ha visto di buon grado la direttiva dell’OPEC che limitava il volume di produzione. La posizione russa in merito è da considerare come possibile ritorsione alle sanzioni statunitensi, contro il gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2, che di fatto limita l’ingerenza energetica americana in Europa. Sull’altro fronte, l’Arabia Saudita ha riversato tutte le scorte di petrolio a sua disposizione sul mercato, alimentando inevitabilmente il tracollo del mercato. Un tracollo annunciato, dato che secondo le previsioni OPEC, il crollo della domanda mondiale di greggio ammonterà a circa 10 milioni di barili in meno al giorno. riducendo la produzione, i giganti del petrolio sperano che questo basti a fermare il trend in ribasso.

Come pesa la crisi per Mosca e Washington

Stati Uniti e Russia, sono rispettivamente il primo ed il terzo paese, in termini di produzione di petrolio. Producono rispettivamente il 18% e l’11%. A questa preannunciata crisi però, sembra stia rispondendo meglio la Russia. Dal punto di vista dei russi, la diatriba,  con i sauditi che interessa prettamente il fronte asiatico, non va ad inficiare quella che è la capacità produttiva. Mosca ha realizzato oleodotti ed infrastrutture in modo da abbattere nettamente i costi di trasporto nell’esportazione. Inoltre, il crollo del prezzo del petrolio, potrebbe avere un contraccolpo che non causerebbe molti danni. Ciò è dimostrato dal fatto che proprio nell’Artico russo, c’è un’ingente quantità di questa risorsa, preziosa per le ambizioni di Mosca.

La Russia infatti mantiene un cauto ottimismo; è lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, a definire il crollo del prezzo del greggio, in uscita a maggio, come “puramente speculativo”. D’altronde Mosca possiede le riserve necessarie a minimizzare il danno. Dall’altra parte dell’Artico, la notizia non ha trovato così tanto ottimismo, anzi. Trump si è limitato a rassicurare le grandi compagnie petrolifere, assicurando loro il necessario supporto, ma la corsa ai ripari è ormai evidente , anche perchè sono a rischio migliaia di posti di lavoro, dato che rischiano la bancarotta, più di 500 realtà produttive. Ad ogni modo, dopo il giorno del tracollo, il prezzo ha avuto una lenta risalita, ma se lo stesso si dovesse assestare sotto i 20  $, non ci sarebbe più nulla da fare per molte aziende statunitensi. Per il momento Trump non esclude la possibilità di bloccare l’import per favorire il consumo interno.

 

L’interrogativo per l’Artico

Da qualche anno ormai il Mar Glaciale Artico si è guadagnato il ruolo di nuova frontiera per l’energia e le risorse. Lo dimostrano le mire asiatiche già ampiamente consolidate, le attività estrattive in Norvegia, Alaska e Russia. Ma quale sarebbe la prospettiva per l’Artico in una fase di tracollo del greggio? È questo il momento adatto per passare ad una svolta green? Questi interrogativi troveranno presto risposte adeguate. Al momento, in merito alle attività estrattive nell’Artico bisognerebbe considerare una serie di aspetti: in primo luogo il costo comportato dal trasporto e dall’attività estrattive. In un contesto in cui il prezzo del greggio si assesti sotto i 20$, sarebbe poco conveniente continuare ad investire, per quanto riguarda i paesi non artici. Per le potenze artiche invece, questa zona potrebbe essere una riserva notevole, un cuscinetto per limitare le conseguenze derivate dal crollo dei prezzi. Lo ha dimostrato già la Russia in questo periodo.

Per gli Stati Uniti invece bisognerebbe capire in che direzione procedere. In questo senso bisognerebbe valutare se l’opportunità, considerata a gennaio, di aprire la strada alle trivellazioni all’interno del National Wildlife Refuge dell’Alaska, sia ancora da prendere in considerazione. Si tratta di un contesto di totale cambiamento della prospettiva per i vari paesi. Solo qualche mese fa, si discuteva, ad esempio sull’utilità nel fare o meno le trivellazioni nella piattaforma artica, oggi il dibattito si orienterebbe verso il no, visto che l’eccedenza di barili determina calo dei prezzi. In merito alla convenienza delle attività estrattive, va tenuto conto delle difficoltà geologiche e territoriali che si trovano nell’Artico: forti venti, basse temperature, ghiacci ed iceberg. In tale contesto, è ipotizzabile un progressivo, ma non totale abbandono della prospettiva artica. È tuttavia prematuro, ma lo scossone di aprile avrà sicuramente ripercussioni anche a quelle latitudini.

Le suggestive ipotesi

 Al momento l’OPEC stima 10 milioni di barili in meno al giorno; tuttavia, è previsto un graduale aumento dei consumi, in prospettiva fino a settembre, quando i barili in meno saranno 5 milioni.  Nell’immediato futuro, si muoveranno meglio Russia e Norvegia nell’Artico, già ampiamente avviati in consolidate attività estrattive e trivellazioni della piattaforma glaciale.  Gli Stati Uniti hanno subito già la battuta d’arresto ed il governo non è riuscito a farne mistero. Ad ogni modo, la svolta green ipotizzata poc’anzi, sarebbe sicuramente un cambiamento di rotta notevole, da cui trarrebbe beneficio tutto il pianeta, ma al momento, troppi sono gli interessi dei leader del petrolio. Una nuova prospettiva energetica, basata sulle energie rinnovabili sarebbe sicuramente un approccio ottimistico e risolutivo della questione. Tuttavia bisogna considerare il punto di vista dei favorevoli alle attività estrattive, i quali sostengono che il petrolio non è uscito ancora fuori di scena.

Comunque sarà con la fine del lockdown imposto in vari paesi del mondo,con la ripresa graduale dei consumi che si determinerà il futuro del petrolio, in termini di risorsa e di domanda della stessa. Se si dovesse verificare una risalita dei prezzi del greggio, si avrà una ripresa delle attività e, forse, sarà scongiurata la chiusura di molte compagnie. Se la domanda invece si confermasse bassa, e di conseguenza il prezzo del petrolio, dovesse rimanere sotto la cifra “pericolosa” di 20  $, le conseguenze sarebbero incalcolabili dal punto di vista economico, ed avrebbero conseguenze immediate sulla produzione e l’occupazione nei paesi interessati, e altrettante gravi conseguenze, in tutto il mondo.

Tuttavia ciò non toglie che, un petrolio instabile possa far perdere la fiducia in questa risorsa, rendendola praticamente inaffidabile. Solo in quel  caso, ci sarebbe un totale stravolgimento del mondo energetico per come lo conosciamo, in quanto si renderebbero necessari investimenti nelle nuove tecnologie e nelle fonti energetiche rinnovabili, verso un sistema maggiormente green. In quel caso, la sfida per i paesi petroliferi starà nella capacità di adeguarsi al cambiamento, con la possibilità di resistere all’urto della crisi.

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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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