Il riscaldamento climatico globale accelera i cambiamenti nel commercio mondiale. La rotta artica, ovvero il passaggio a Nord-Est tanto cercato in passato, si afferma sempre più come una realtà e si propone come un’alternativa alle rotte eurasiatiche tradizionali: Suez e il Capo di Buona Speranza. Ma ci vorrà ancora molto tempo prima che riesca a soppiantarle.

Rispetto all’anno scorso, il volume dei traffici sulla rotta artica è aumentato del 63%, raggiungendo i 26 milioni di tonnellate di merci. Ciò è dovuto non solo allo scioglimento dei ghiacci in sé, che libera il percorso per un maggior numero di mesi all’anno, ma anche per il crescente interesse verso le risorse da estrarre nell’Artico.

Per la Russia, si tratta di notizie molto importanti. Con un reddito in buona parte dipendente dalle estrazioni di gas, Mosca non può andare lontano: i suoi acquirenti europei si stanno muovendo verso una riconversione energetica green e non passerà molto prima che Putin ne prenda atto. La rotta artica può (in parte) compensare queste perdite. Sia attraverso il pagamento di pedaggi per le navi in transito, sia grazie allo sviluppo che i commerci porteranno nelle lande più a nord della Federazione, finora desolate.

Tuttavia, siamo ancora distanti dal target di 80 milioni di tonnellate di merci fissato come obiettivo da Putin per il 2024. Nonostante le attese russe, secondo i più affermati studi bisognerà aspettare almeno il 2035 prima che la rotta artica superi in convenienza la sua più diretta concorrente, ovvero quella di Suez. Dove il raddoppio del Canale ha rafforzato moltissimo le sue entrate, spostando di conseguenza più in là nel tempo il suo tramonto.

E dove, non a caso, la stessa Russia si sta adoperando per mantenere una presenza stabile (per adesso solo industriale) in vista dei grandi profitti commerciali. La rotta artica cresce, ma ne deve passare di acqua sotto gli iceberg prima che acquisisca il primato storico di Suez.

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Pietro Figuera

Pietro Figuera

Laureato in Scienze Politiche a Catania e specializzato in Relazioni Internazionali a Bologna, è attualmente borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Russia 2018” e di “Osservatorio Russia”, collabora con Rai Storia, il Groupe d'études géopolitiques, The Post Internazionale e la rivista di geopolitica Limes. È autore del saggio “La Russia nel Mediterraneo”
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