Diversi esperti europei del settore della difesa e della sicurezza internazionale – che rientrano nell’Armament Industry European Research Group (ARES) come consiglieri scientifici – hanno lanciato un proprio appello a favore della difesa europea e di tutti gli investimenti essenziali che l’Unione europea deve compiere in questo settore politico cruciale, in primis sia per la sicurezza del continente e sia per il rilancio delle capacità tecnologiche, industriali ed economiche.

La maggior parte dei Paesi mondiali sta affrontando una crisi sanitaria senza precedenti: i Paesi dell’Europa e dell’Unione europea subiranno conseguenze economiche e finanziare disastrose, portando probabilmente ad una grave depressione. L’Unione europea, cercando di contrastare la pandemia, sta pianificando la propria strategia d’uscita tramite il cosiddetto “Multiannual Financial Framework” (MFF) – traducibile in “Quadro Finanziario Pluriennale” – per il 2021-2027: questa strategia si presenta come la spina dorsale per la ripresa economica dell’Unione europea. Il MMF si concentrerà probabilmente sui settori critici come la salute e l’energia, ma gli esperti dell’ARES sostengono che il settore della difesa debba essere incluso nella strategia, vedendola come un’occasione per riconfermare risorse ambiziose per il Fondo Europeo di Difesa.

Oltre alla crisi economica causata dal Covid-19, bisogna tenere anche conto degli eventuali risvolti geopolitici che potranno verificarsi o che magari si stanno già verificando. L’intensificarsi delle accuse internazionali sull’origine e la gestione della pandemia affermano che non è il momento di ridurre gli investimenti nel settore della difesa in Europa. Il susseguirsi di ciò che accadrà in seguito al Covid-19 non mitigherà il peggioramento in corso dello scacchiere internazionale, ma secondo gli analisti è molto probabile che la pandemia renderà il mondo più instabile e più insicuro anche ai danni degli interessi europei. È fondamentale ricordare, che oltre alla pandemia in atto, vi sono altre numerose crisi che persistono nel vicinato dell’Unione europea: proprio per questo gli esperti dell’ARES si soffermano nel ricordare che il settore europeo industriale della difesa è un elemento centrale del recente slancio per rendere le capacità militari dell’Unione europea in grado di proteggere i propri cittadini, ma anche di rendere la difesa un pilastro fondamentale dell’autonomia europea, costituendo un fattore credibile agli occhi degli alleati internazionali.

La crisi economica del 2008-2010 – un precedente interessante di quello che potrebbe verificarsi –  che causò diverse politiche di consolidamento fiscale, portò al taglio degli investimenti anche nel settore della difesa e della relativa industria. Con un calo del PIL al livello europeo nel 2020 che potrebbe essere due volte maggiore rispetto alla crisi del 2008, c’è il rischio che la difesa non appaia (nuovamente) come una priorità per i leader europei nella fase di rilancio economico e riassestamento dei conti pubblici. Inoltre, dopo il 2008-2010, i tagli nella difesa hanno colpito in primis il settore della ricerca e dello sviluppo (R&S) e della ricerca e tecnologia (R&T) militare. Oltre che a ritardare l’innovazione dei propri armamenti, l’Unione europea risultava ancora una volta dipendete da Paesi terzi, Stati Uniti su tutti. Al giorno d’oggi prosciugare i fondi per la ricerca nel settore della difesa rischia di mettere a repentaglio l’avvio di importanti programmi di difesa in un momento in cui l’Europa sta cercando di sviluppare velivoli da combattimento di nuova generazione, carri armati, navi e altre capacità come i sistemi a pilotaggio remoto (RPAS) che risultano cruciali per il vantaggio competitivo in termini militari e tecnologici.È importante anche considerare che la duplicazione e la frammentazione di sforzi sono da tempo tra i principali problemi della cooperazione nel settore della difesa europea. In seguito alla crisi del 2008-2010 i programmi di cooperazione tra gli Stati membri sono stati duramente colpiti e come detto in precedenza, se un tale scenario dovesse ripetersi anche in seguito alla pandemia, l’Unione europea e anche tutto il continente europeo – Russia a parte – perderebbero fondamentali capacità tecnologiche e industriali, sviluppando così una nuova dipendenza da Paesi terzi. Questo scenario, oltre a ostacolare quei pochi sforzi europei per raggiungere un’autonomia strategica, metterebbe anche in discussione la credibilità del Paesi europei come partner nel campo della sicurezza internazionale, in particolare all’interno dell’Alleanza Atlantica. Per cui è necessario un sostegno ben dettagliato per il settore della difesa, al fine di ridurre gli effetti della crisi economica e preservare il futuro a lungo termine dell’Europa e dell’Unione europea. Quindi non bisogna dimenticare ciò che la crisi dell’Eurozona causò per non commettere gli stessi errori.

Il Fondo Europeo di Difesa (European Defence Fund – EDF) – seguendo la Strategia globale dell’Unione europea del 2016 (EU Global Strategy) e insieme alla Cooperazione Strutturate Permanente (Permanent Structured Cooperation – PESCO) – è un’iniziativa chiave per rendere la sicurezza e la difesa europea più credibile e collettiva, utilizzando in maniera più efficiente gli investimenti pubblici. Eppure, già prima della pandemia, il Fondo Europea di Difesa era stato messo in discussione dalle istituzioni europee nel quadro dei negoziati sul prossimo bilancio dell’Unione europea, proponendo di dimezzare il budget. Se tale scenario dovesse verificarsi, si danneggerebbero in maniera significativa tutti gli sforzi fatti nell’ultimo decennio per fare dell’Europa della difesa una realtà credibile e soprattutto efficace. Per cui, piuttosto che dimezzare gli investimenti, ora è il momento di raddoppiare gli sforzi in tale settore cruciale e usare il bilancio dell’Unione europea per stimolare nel continente una sempre più stretta collaborazione industriale del campo della difesa. A tal proposito, l’appello lanciato dai consiglieri scientifici dell’ARES va nella direzione che il nuovo bilancio 2021-2027 debba come minino confermare la proposta iniziale della Commissione europea di un Fondo da 13 miliardi di euro – appena l’1% delle finanze dell’Unione europea – e se ci fossero le condizioni di aumentarlo.

Nel corso dell’ultimo decennio, relativamente al dibattito sul settore della difesa vi erano stati dei cambiamenti radicali, soprattutto legati alla comparsa della guerre ibride e del venir meno dei confini come elemento distintivo fra difesa (esterna) e sicurezza (interna). Il concetto stesso di difesa è stato ampliato dall’aumentare delle missioni internazionali: dalla necessità di contrastare diversi fenomeni di criminalità, come la pirateria, i traffici illeciti e di essere umani; alla stabilizzazione della aree di crisi, anche se con scarsi risultati: le crisi in Libia e Siria ne sono una prova. Le recenti missioni internazionali sono state sempre accompagnate dal cosiddetto “comprehensive approach”, in italiano traducibile con il termine “approccio globale”. Tale terminologia sta ad indicare che l’intervento militare all’interno delle aree di crisi deve essere accompagnato e successivamente sostituito dall’intervento di sostegno al rafforzamento delle istituzioni nazionali, portando così ad un quadro di sicurezza per una ripresa della vita sociale ed economica locale.

Diversi osservatori e analisti che si occupano di difesa e sicurezza internazionale, affermano che l’unico approccio possibile è quello di affrontare la sicurezza in termini globali. Ogni singolo Stato, a livello nazionale, deve elaborare una strategia propria per la sicurezza globale che si concentri su una nuova e più efficace strumentazione istituzionale, giuridica, operativa, procedurale e che aiuti anche l’opinione pubblica ad essere preparata alle prossima sfide, salvaguardando insieme alla tutela della salute, quella del lavoro e la convivenza all’interno di una società. È fondamentale che a livello internazionale ci sia una più stretta collaborazione tra gli Stati nazionali e le organizzazioni internazionali per favorire la messa a punto di più efficienti risposte collettive, anche se – entrando nell’ambito europeo – una politica estera e di sicurezza comune è sempre stata frammentata, facendo prevalere il processo decisionale ai singolo governi membri dell’Unione europea e non avviando un’azione comune all’interno delle istituzioni di Bruxelles, se non raramente.

Brevi considerazioni geopolitiche.

La “Società Italiana di Intelligence” ha redatto uno studio dal titolo “Analisi di Intelligence e Proposte di Policy sul Post-Pandemia COVID-19 (aprile 2020 – aprile 2021)”. La chiave di lettura è appunto quella dell’intelligence, intesa come capacità di interpretare la realtà e prevedere i possibili scenari futuri per l’Italia. Il diffondersi della pandemia ha lanciato una nuova grande sfida geopolitica internazionale. L’Italia, storicamente e geograficamente al centro di interessi geo-strategici, deve presentare una chiara strategia a livello globale. Partendo dall’Unione europea, i contrasti in seno alle istituzioni di Bruxelles, potrebbero a contribuire a determinare due distinte pulsioni politiche: una ripresa dell’ideale secessionista tra Nord e Sud dell’Unione europea e il rafforzarsi di nazionalismi con la proposta sempre più netta di abbandonare l’Unione europea come dimostrato da diversi sondaggi. Secondo un sondaggio di “Euromedia Research” del 15 aprile, il 59% degli intervistati sostiene che l’Unione europea non avrebbe più ragione d’esistere; mentre il sondaggiocondotto dall’Istituto SWG di Trieste registra un crollo della fiducia degli italiani al 27%, a fronte del 42% del 2019.

È evidente che la nostra nazione dovrà confrontarsi con il riassetto dei nuovi equilibri internazionali che si stanno verificando:

  • l’effettivo ruolo delle istituzioni europee, che per come stanno affrontando l’emergenza della pandemia mette a nudo le contraddizioni di fondo dell’Unione europea (la famosa “solidarietà europea”);
  • l’avvento della cosiddetta “via della seta sanitaria”, nata dal protagonismo della Cina che si aggiunge alla “via della seta economica”;
  • le elezioni presidenziali degli Stati Uniti e delle politiche che saranno condizionate da questa fondamentale scadenza;
  • infine, il ruolo della Russia che ha intensificato il proprio interesse per la politica europea e quella italiana.

Ricaduta militare.

Il recente vertice convocato dalla NATO, rileva anche l’emergenza sul piano militare. I principali elementi di discussione sono il contributo logistico, il contrasto alla disinformazione e alle campagne di influenza, nonché le implicazioni per le spese nel settore della difesa. Come precedentemente detto, lo shock economico investirà senza dubbio anche il settore della difesa, richiedendo una riduzione degli investimenti. Attualmente, la spesa italiana nella difesa ammonta a circa l’1.4% del PIL, pari a 26 miliardi di euro. Le previsioni del bilancio per il 2020, stimavano un incremento pari a circa 1.5 miliardi di euro; probabilmente le condizioni del bilancio dello Stato richiederanno una rimodulazione delle missioni all’estero, della spesa per i caccia F35, del completamento della fregata FREMM, dell’ultimazione della portaerei Trieste e dell’acquisto di elicotteri e sistemi d’arma. Prima della pandemia, la NATO aveva invitato l’Italia ad aumentare del 2% il PIL per le spese militari, ma in questo scenario geopolitico la NATO – già attraversato da una crisi sistemica – sarà verosimilmente costretta a rivedere la propria mission, causando possibili incertezze soprattutto in termini di deterrenza. Chi potrebbe approfittarne da queste situazione, sono la Russia e la Cina con l’obbiettivo di assumere un ruolo inedito di primo piano nel Mediterraneo. Le nuove sfide che attendo l’Alleanza Atlantica saranno proiettate su nuovi conflitti, dalle cosiddette “cyberwarfare”, alle armi non convenzionali (NBC – Nucleare, Batteriologico e Chimico).

La “Società Italiana di Intelligence” ha lanciato diverse proposte di policy per affrontare ciò che si potrà verificare in seguito alla pandemia. Per prima cosa, la Società sostiene che è necessario affrontare l’emergenza cyber attivando un programmo di difesa dettagliato che va aggiornato e potenziato tenendo conto degli equilibri e degli sviluppi geopolitici. Parallelamente, è fondamentale avviare un analogo programma che ampli ed incentivi il settore delle armi NBC, un programma strutturato nell’ambito del sistema di difesa militare, ma che coinvolga anche la società civile (sanità, scuola, ricerca e sviluppo, intelligence e forze di polizia). Come terzo obbiettivo, la “Società Italiana di Intelligence” si propone di creare una “riserva” in ambito militare – sul modello esistente in Svizzera – che supporti la sicurezza interna, la protezione civile, la popolazione e le strutture sanitarie in caso di calamità naturale ed epidemiche. In tale quadro rafforzare l’idea della leva volontaria. Infine, rafforzare l’interesse, l’analisi, le collaborazione e la presenza all’estero dei Servizi di intelligence nelle aree strategiche per tutelare l’interesse nazionale.

 

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