Da maggio si è assistito a un aumento degli incidenti di frontiera tra Cina e India. Queste rappresentano una costante storica o il preambolo di una nuova guerra?

La morte di 20 soldati indiani nella notte tra il 15 e il 16 giugno 2020 in uno scontro di frontiera con truppe cinesi, il cui numero di morti invece non è stato ancora reso pubblico, ha rappresentato il più alto numero di vittime in un confronto diretto tra Cina e India negli ultimi decenni. L’incidente è avvenuto nella valle del Galwan, sul confine himalayano del Ladakh orientale, uno dei tanti punti del confine conteso dai due Stati.
Durante tutto il mese di maggio si è assistito a un’escalation della tensione tra i due Paesi aggravata da reciproche accuse di incursioni e sconfinamenti.
Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di incidenti di confine che hanno infiammato i rapporti tra i due Paesi negli ultimi decenni, e che più volte hanno raggiunto momenti caldi, inclusa una guerra nel 1962.  Il particolare momento in cui questi eventi stanno avendo luogo, richiedono però un’attenta analisi della vicenda. Agli scenari globali ancora influenzati dalla pandemia si affiancano delicati equilibri regionali dettati da leadership nazionaliste, con una Cina impegnata nel consolidamento della propria posizione in Asia di cui l’India sempre più filostatunitense ne rappresenta il contrappeso.
Questo scontro combattuto in una delle regioni più impervie del pianeta rappresenta quindi solo lo sfogo di crescenti tensioni e anni di incidenti di frontiera, oppure l’inizio di una maggiore rivalità tra le due potenze nucleari?

Le dispute di confine tra i due Paesi possono essere considerate a pieno titolo un lascito di epoca coloniale mai risolto. Risalgono infatti al 1914, quando i rappresentanti di Gran Bretagna, Repubblica di Cina e Tibet si riunirono nella città indiana di Shimla per determinare lo status del Tibet e delimitare i confini tra questo, la Cina e l’India britannica.  I cinesi, in opposizione alla proposta britannica che avrebbe concesso al Tibet una maggiore autonomia sotto un nominale protettorato cinese[1], si rifiutarono di firmare l’accordo. La Gran Bretagna e il Tibet furono perciò gli unici firmatari del trattato che stabiliva il confine tra il Tibet e i territori nordorientali dell’India britannica. Questo venne conosciuto come linea McMahon, dal nome dell’ufficiale coloniale britannico che propose demarcazione, Henry McMahon. Il rifiuto cinese del confine proposto nel 1914 permase anche dopo l’indipendenza dell’India nel 1947 e la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949. L’India continuò invece a sostenere unilateralmente che questo confine de facto, fosse il confine ufficiale tra Cina e India. Le tensioni aumentarono negli anni ’50 con l’annessione cinese del Tibet. La Repubblica Popolare insistette sull’invalidità della firma tibetana del trattato di Shimla in quanto il Tibet era dipendente della Cina per le questioni di politica estera, inclusa la questione dei confini.
Nel 1960 poi, a seguito dell’invasione del Tibet, il Primo Ministro indiano Nehru diede inizio alla Forward Policy per arginare ulteriori avanzate cinesi. Tra il 1960 e il 1962 vennero quindi creati numerosi avamposti indiani nei territori di confine contesi.

Nell’ottobre 1962 scoppiò la “prima guerra sino-indiana”. Truppe cinesi attraversarono il confine nella sezione orientale e occidentale e penetrarono in India. L’esercito indiano venne colto di sorpresa quando quello cinese attraversò la linea McMahon e invase lo Stato dell’Arunachal Pradesh, in quanto la maggior parte delle truppe erano dislocate sul confine del Ladakh, dove si credeva sarebbe avvenuta l’invasione.  La guerra durò un mese e provocò più di 1.000 morti indiani e 800 morti cinesi.  A novembre, il premier cinese Zhou Enlai dichiarò il cessate il fuoco, e il confine venne ridefinito mediante la cosiddetta “Line of Actual Control” (linea attuale di controllo – LAC).  Se nella parte orientale, le modifiche territoriali furono minime, a occidente la Cina occupò l’Aksai Chin, importante nodo strategico di collegamento tra lo Xinjiang e il Tibet. Complessivamente i territori persi dall’India corrisposero a 38.000 km2. La Cina continuò però a rivendicare l’intero Stato dell’Arunachal Pradesh, rimasto in mano indiana, corrispondente a 90.000 km2. Al cessate il fuoco che pose fine alle ostilità non fece però mai seguito un vero e proprio trattato di pace.

Una nuova guerra tra i due Paesi scoppiò nei mesi di settembre e ottobre 1967 lungo i due passi montani di Nathu Lae Cho La che collegavano il Sikkim, al tempo protettorato indiano, e la Cina.  Il conflitto, conosciuto anche come “seconda guerra sino-indiana”, fu provocato dallo sconfinamento di truppe cinesi nel territorio del Sikkim e da un graduale trinceramento delle stesse, al quale l’India rispose con un rapido dispiegamento di forze nell’area. Nel conflitto caddero più di 150 indiani e 340 cinesi.  A differenza del 1962 però, nel 1967 prevalse l’India. Tuttavia, questa breve guerra non risolse la disputa esistente, e anzi Cina e India continuarono a identificare la Line of Actual Control con due punti del confine diversi tra loro. Nel 1987, l’esercito indiano diede inizio ad esercitazioni presso il confine nordorientale nello Stato dell’Arunachal Pradesh, parte dell’operazione militare denominata Operation Chequerboard per testare le capacità logistiche delle forze armate indiane sul confine in caso di conflitto con la Cina. Ciò allarmò gli alti comandi cinesi che iniziarono a mobilitare le truppe alla frontiera. Tuttavia, entrambi i Paesi si impegnarono a porre fine alla tensione, evitando che la crisi potesse degenerare in una nuova guerra. Negli anni ’90 si assistette a una progressiva distensione formale da parte indiana e cinese attraverso delle consultazioni per dirimere le controversie. Nel 1993 le due parti firmarono un primo accordo sul mantenimento della pace e dello status quo lungo la Line of Actual Control, mentre nel 1996 ne fu firmato un secondo nel quale si specifica che “nessuna delle due parti utilizzerà le proprie capacità militari contro l’altra lungo il confine oggetto di disputa”.[2]

Nella realtà la tensione e gli incidenti di frontiera non diminuirono. La differenza con il passato però fu che, in conformità agli accordi siglati, le truppe di due più grandi eserciti del mondo non ricorsero più alle armi da fuoco, combattendo invece a mani nude, con pietre e mazze di legno o metallo. Nel giugno 2017 la tensione tra India e Cina tornò a salire quando le forze cinesi iniziarono la costruzione di una strada sull’altopiano di Doklam, su una zona di confine tra Bhutan e Cina conteso da entrambi.  Motivazioni di carattere strategico e diplomatico quali impedire che il Bhutan, ritenuto dall’India parte della propria sfera d’influenza, iniziasse a gravitare verso l’orbita cinese ed evitare la vulnerabilità militare nei confronti della Cina, spinsero gli alti comandi indiani a inviare sul Doklam truppe e mezzi del genio per affrontare le resistenze cinesi e distruggere la strada in costruzione. Il Doklam infatti, trovandosi vicino ad altre aree di confine contese con la Cina è considerata dall’India una zona cuscinetto. Seguì una situazione di stallo per i 73 giorni successivi costellata da molte schermaglie, fortunatamente senza vittime. Ad agosto, entrambi i Paesi decisero di ritirare dalla zona le rispettive truppe e la Cina interruppe la costruzione di strade, con un allentamento della tensione. Al summit dei Paesi BRICS di Xiamen del settembre 2017, Narendra Modi e Xi Jinping mostrarono apertura al dialogo e alla cooperazione. Tuttavia, nei mesi successivi l’intelligence militare indiana, attraverso rilevamenti satellitari, rivelò che l’attività cinese nel Doklam non era cessata, ma si era semplicemente allontanata dal confine.

Come prevedibile, nonostante i numerosi accordi e dialoghi bilaterali che hanno avuto luogo negli ultimi decenni, l’assenza di una risoluzione chiara delle dispute territoriali, segno tangibile della mancata volontà di entrambe le parti di porre fine a settant’anni di conflitti a bassa intensità, gli incidenti di frontiera tra queste due superpotenze nucleari non si sono mai realmente interrotti.  In quest’ottica quanto accaduto nella notte tra il 15 e il 16 giugno 2020 in Ladakh, nonostante la presenza di vittime, rientrerebbe appieno nelle storiche dinamiche delle dispute di confine che interessano i due Paesi da decenni.
Tuttavia, questa spiegazione offre solo una risposta parziale. L’incidente di Galwan è infatti parte integrante dei mutati allineamenti regionali intercorsi in Asia centrale e meridionale negli ultimi anni, con la Cina sempre più intenzionata a stabilire la sua posizione nel continente asiatico e l’India alla ricerca di un proprio spazio di manovra diplomatico. L’attenzione posta dall’India nel colmare la sua apparente vulnerabilità militare con la Cina e l’isolamento regionale risultante dai forti legami di quest’ultima con Pakistan e Sri Lanka, l’hanno spinta a un sempre maggiore avvicinamento con gli Stati Uniti. La politica statunitense non si è mostrata indifferente agli sviluppi delle dispute di confine tra India e Cina. Anzi, già durante la crescente tensione nel mese di maggio non ha fatto mancare il suo intervento, con il presidente Trump che si offerto come mediatore della disputa indo-cinese.
Il carattere sempre più filostatunitense della politica indiana influenzerà nel breve e medio periodo ogni tentativo di dialogo bilaterale con la Cina, e originare due risultati diametralmente opposti.  Potrebbe cioè accelerare la distensione tra i due Paesi per giungere alla risoluzione diplomatica delle dispute territoriali, oppure acuirne la rivalità con il pericolo reale che il confronto possa assumere caratteri bellici.

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