L’emergenza sanitaria Covid-19 ha avuto importanti ripercussioni non solo sulla quotidianità e sulle abitudini dei singoli ma anche sugli equilibri politici dei tanti Paesi coinvolti e sui diritti democratici dei cittadini.

La peculiarità del virus che si trasmette da persona a persona, con il rischio che aumenta in caso di assembramenti che rendono impossibile il distanziamento sociale, ha fatto sì che molti governi si trovassero alle prese con l’urgenza di frenare la diffusione del contagio nelle carceri, al cui interno si sono intanto scatenate numerose ribellioni da parte dei detenuti per richiamare l’attenzione su problemi come il sovraffollamento, la difficoltà ad accedere alle cure sanitarie e le condizioni igieniche approssimative.

Nelle affollate e violente prigioni dell’America Latina, in particolare, al manifestarsi dei primi casi di contagio la maggior parte dei Paesi non ha neanche tentato di realizzare misure di distanziamento utili a proteggere i detenuti, scegliendo invece di operare in un’ottica di isolamento delle prigioni dal mondo esterno negando a tempo indeterminato le visite e i permessi di uscita. Naturalmente, l’arrivo quotidiano di nuovi detenuti e la mobilità del personale senza gli opportuni controlli sono elementi che non hanno tardato ad agevolare la diffusione del virus: il Cile ha circa 700 casi confermati tra detenuti e personale, il Brasile oltre 900, la Colombia più di 1000 e il Perù circa 1500. Come denunciato da Human Rights Watch, il Covid-19 ha ucciso circa 160 persone tra detenuti e personale carcerario in tutta la regione, di cui circa tre quarti in Perù.

La paura del virus ha innescato numerose rivolte: in Colombia, a seguito dei disordini, sono morti 23 detenuti, mentre a Buenos Aires i prigionieri sono saliti sul tetto bruciando materassi ed esponendo per circa 9 ore uno striscione che riportava le parole “Rifiutiamo di morire in prigione”. In Brasile, i detenuti hanno realizzato dei video in cui minacciano l’uccisione delle guardie qualora le loro condizioni non vengano migliorate.

Le prigioni dell’America Latina ospitano complessivamente circa un milione e mezzo di detenuti e il budget limitato delle autorità penitenziarie crea condizioni che favoriscono la diffusione del contagio: blocchi sovraffollati, scarsità di acqua e sapone, controlli inadeguati.  Uno scenario che ha portato gli esperti delle Nazioni Unite in tema di detenzione, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e gli attivisti per la tutela dei diritti umani a chiedere ai governi interessati la riduzione del numero dei detenuti in carcere. José Miguel Vivanco, direttore di Human Rights Watch per le Americhe, ha dichiarato che “i detenuti sono stati condannati alla perdita della libertà, non alla morte, e lo Stato deve prendere tutte le misure a sua disposizione“. Anche Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ed ex presidente del Cile, ha duramente criticato le condizioni sanitarie nella regione e ha chiesto il rilascio dei prigionieri meno pericolosi.

A seguito di queste sollecitazioni, Paesi come il Cile e il Messico hanno rilasciato o approvato misure volte a rilasciare migliaia di detenuti, mentre in  Brasile sono stati rilasciati circa 30.000 prigionieri. In altri Paesi le scarcerazioni sono state più contenute: in Argentina e Honduras i giudici hanno rilasciato o concesso arresti domiciliari a circa l’1% della popolazione carceraria, il Perù ha scarcerato un migliaio di persone su 97.000 detenuti e la Colombia appena 566 su 122.000.

Le carceri dell’America Latina restano dunque troppo affollate e grava sui governi l’obbligo di proteggere la salute delle persone affidate alla custodia dello Stato.

Una problematica che sta coinvolgendo svariati Paesi in tutto il mondo, dall’Asia agli Stati Uniti passando per il vecchio continente, Italia inclusa: sono state molte, infatti, le rivolte insorte nelle carceri italiane a causa del coronavirus, le prime delle quali verificatesi già lo scorso marzo in seguito alla sospensione dei colloqui con i familiari. I detenuti chiedevano anche in questo caso migliori condizioni sanitarie per proteggersi dal contagio in contesti sovraffollati.

Lo scenario italiano si è ulteriormente complicato lo scorso 21 marzo, quando il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (il cui direttore è stato poi sostituito), ha inviato una circolare ai direttori delle varie carceri invitandoli a segnalare all’autorità giudiziaria i detenuti a rischio contagio; i giudici hanno iniziato a disporre i domiciliari anche per detenuti per mafia che avessero problemi di salute, dopo aver rilevato l’assenza di posti idonei nei centri sanitari penitenziari.

Tali scarcerazioni hanno suscitato accese polemiche nei confronti del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e il 9 maggio il governo ha varato un decreto legge per tentare di “riparare” alle conseguenze della circolare, stabilendo che spetta al magistrato di sorveglianza o al tribunale di sorveglianza che ha adottato il provvedimento valutare entro quindici giorni e poi ogni mese la posizione dei mafiosi definitivamente condannati ma scarcerati e destinati alla detenzione domiciliare a causa dell’emergenza sanitaria.  A seguito di questa successione di provvedimenti, le opposizioni di governo hanno presentato due mozioni di sfiducia nei confronti del ministro Bonafede poi culminate in un nulla di fatto, ma il malcontento è diffuso e la problematica persiste, in Italia come nel resto del mondo.

Appare evidente che l’emergenza Covid-19 renderà necessario accelerare cambiamenti che già si profilavano in vari settori, incluso il mondo carcerario: l’esaltazione della pena detentiva ha portato a problemi quali il sovraffollamento e l’eccessivo ricorso a misure come la carcerazione preventiva in attesa della condanna definitiva. L’elevato numero di detenuti, per cui anche l’Italia è stata più volte ripresa dall’Unione europea, porta a un diffuso malessere e all’impossibilità di dare concretezza a qualsivoglia percorso riabilitativo di reinserimento nella società. Il fallimento della funzione rieducativa della pena detentiva comporta l’instaurarsi di un circolo vizioso per cui, con il passare del tempo, il numero di persone da destinare a tale pena andrà inevitabilmente aumentando.

A prescindere dall’attuale pandemia, è dunque necessario che i vari ordinamenti nazionali adottino misure concrete che pongano rimedio al sovraffollamento nelle carceri, come l’applicazione di nuove alternative alla detenzione che permettano condizioni di vita civile ai restanti detenuti, dalle condizioni igienico-sanitarie all’effetttiva realizzazione dei diritti alla cura, all’istruzione e al lavoro.

Salvo particolari eccezioni per le figure delittuose più gravi, l’ottica rieducativa della pena dovrebbe portare a rivalutare l’ammissibilità di forme di carcere duro che confliggono con tale principio rieducativo e più in generale alla ridefinizione dell’intero sistema carcerario, fino a renderlo concretamente improntato al rispetto della dignità umana anche nei contesti più estremi e delicati.

E’ dello stesso avviso Human Rights Watch, i cui portavoce sottolineano: “I governi e i funzionari della giustizia devono agire con urgenza, è una questione di vita o di morte non solo per le persone incarcerate, ma anche per la popolazione in generale”.

 

 

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