Cambiamenti in nome di un ordine che sta uccidendo civili e di una democrazia che mette a tacere con la violenza le opposizioni.

L’esilio di Evo Morales, la presidenza de facto della senatrice di destra Jeanine Añez, l’assordante silenzio della comunità internazionale. La Bolivia sta vivendo un momento di forzata transizione, la cui direzione, al momento, non è ancora ben chiara. Dalle prime impressioni, la Bolivia assiste inerme a una regressione politica e sociale e allo smantellamento di anni di conquiste concesse e guadagnate dall’ex presidente, ora esiliato dal Paese.

I dubbi sulla legittimità della sua candidatura sono stati la miccia del focolare, divampato in un incendio di cui nessuno, oltre i confini boliviani, si sta preoccupando. Nel 2016, in seguito a una campagna diffamatoria contro il presidente, il no ha vinto il referendum costituzionale che proponeva una parziale riforma avanzata dai movimenti sociali, ovvero la richiesta di consentire la rielezione di Morales nonostante fossero trascorsi i due mandati massimi di governo. Tuttavia, i movimenti sociali non si sono dati per vinti e hanno fatto ricorso alla TCP, la Corte Costituzionale Plurinazionale, in base all’art. 23 della Convenzione Americana sui Diritti Umani, che cita:

Articolo 23. Diritti di partecipazione politica. Ogni cittadino gode dei seguenti diritti e opportunità: a) di prendere parte alla conduzione degli affari pubblici, direttamente o attraverso rappresentanti liberamente scelti; b) di votare e di essere eletto in elezioni periodiche e genuine, a suffragio universale e uguale, a voto segreto che garantisca l’espressione della volontà dei votanti; e c) di avere accesso, a condizioni generali di eguaglianza, alla funzione pubblica nel proprio paese”. (1)

La richiesta è stata accolta da parte del Supremo Tribunale elettorale della Bolivia (TSE) e dall’ONU, che hanno dunque concesso a Morales di candidarsi alla guida del Movimento per il Socialismo (Msa). Scelta non apprezzata dalle destre boliviane e dai loro sostenitori statunitensi. E così, a fuoco basso, i malcontenti si sono trasformati in azioni sempre più violente, complice lo schieramento dell’esercito e delle forze armate dalla parte del golpe.

In foto Jeanine Añe AP Photo/Juan Karita)

Evo Morales ha lasciato una Bolivia nuova. Nei suoi quattordici anni di governo è riuscito a risollevare il benessere e il PIL del Paese. Con un’aspettativa di vita passata da 56 a 71 anni, con un programma di riforme e di sussidi, con un tasso di disoccupazione fermo al 4% e con il tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo più alto del Sud America (2), Evo Morales ha scritto il periodo da molti definito “miracolo economico boliviano”.

Evo Morales è un volto nuovo, e lo è ancora a distanza di più di un decennio. E’ stato il primo indigeno della storia della Bolivia a sedere sulla poltrona da presidente. Originario di Orinoca, di etnia Aymara, leader del sindacato dei cocaleros, ovvero i coltivatori della pianta della coca: una figura controcorrente perché nata e cresciuta in un contesto non ordinario, dove tra povertà e lavoro ha nutrito e coltivato ambizioni politiche rivolte a tutte le genti. Diventa nel tempo un leader di sinistra, anti-liberista e anti-imperialista. Trasforma la Bolivia riscrivendone la Costituzione e il nome, che da Repubblica di Bolivia diventa Stato plurinazionale di Bolivia, riconoscendo e tutelando le etnie native, la loro autonomia, la loro cultura, la loro tradizione.

Quella Costituzione, varata nel 2009, è un primo inciampo per la politica di Añez. Una Costituzione laica cozza con il fanatismo religioso della destra sudamericana. Sembra ci siano tutte le cattive intenzioni di reintrodurre il cattolicesimo come religione ufficiale e smantellare il significato dell’affermazione “Lo stato è indipendente dalla religione”, sostituendola con Lui [Dio] ha permesso alla Bibbia di rientrare nel Palazzo, che ci benedica”, pronunciata dalla stessa Añez il giorno dell’autoproclamazione. Ma la religione non è altro che una pagliuzza rispetto alla trave di cambiamenti che la presidenta ha intenzione di mettere in campo.

Guardando l’angolazione della politica estera, il neo-governo di fatto ha già annunciato il ritiro della Bolivia dall’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America – Trattato di commercio dei popoli (ALBA-TCP), un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi del Sud America, nato nel 2005 e promosso da Cuba e dal Venezuela, in alternativa all’Area di libero commercio delle Americhe voluta dagli USA.

In politica interna, la repressione militare è stata autorizzata dallo Stato. Colei che si era proposta di porre fine al caos boliviano ha firmato un decreto che consente alle forze armate di reprimere senza essere giudicato in seguito per le azioni compiute. Nonostante le condanne da parte della IACHR, la Commissione interamericana per i diritti umani, e delle normative internazionali, non ci sono versi di placare il sangue e le violenze che, ogni giorno, da troppi giorni, feriscono e uccidono.

Repressione civile e repressione politica sembrano essere le uniche due scintille capaci di far luccicare gli occhi del nuovo governo. Scintille che diventano fuoco per i cittadini e per i seguaci di Morales, gli oppositori del governo, perseguitati, arrestati ed esclusi dalla vita politica. Una caccia alle streghe che ha tutti i caratteri di un salto indietro nel passato. Dopo anni di conquiste, riforme sociali e crescita, la Bolivia si trova nell’ennesimo stallo politico che smantellerà tutti i progressi compiuti, in nome di un ordine che sta uccidendo civili e di una democrazia che mette a tacere con la violenza le opposizioni.

1 http://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/Convenzione-americana-sui-diritti-umani-1969/84

2 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bolivia-ce-un-golpe-24387?gclid=Cj0KCQiAtrnuBRDXARIsABiN-7AIUVId6OkFBdoUbQJa_j3ZoOrhZcq0axm4t_dd4EnDIfU83G71KxwaAjRnEALw_wcB

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: