Dalla fine del secondo conflitto mondiale, quasi 70 or sono, il Giappone rivedrà nuovamente in mare una propria flotta, nella fattispecie due corazzate che non saranno realizzate ex novo, ma tramite l’ampliamento di due porta-elicotteri già in servizio, la Izumo e la Kaga. Tralasciando adesso i dettagli tecnici delle due portaerei e le prestazioni offensive che queste possono avere, a noi preme sapere, in qualità di analisti, sapere perché il Giappone, storicamente potenza pacifica del XXI sec. ha deciso di portare avanti un programma di militarizzazione.

La realizzazione delle due portaerei per quanto possa essere un evento che ha destato clamore e rilevanza mediatica, sicuramente non è stato un fulmine a ciel sereno, infatti già dal 2014 il Primo Ministro Shinzo Abe (eletto nel 2012) propose di modificare la Costituzione per ridurre le limitazioni militari che furono imposte nel testo costituzionale nipponico, pesantemente influenzato dagli occupanti statunitensi, del 1947 rendendolo meramente una carta di stampo pacifista.

L’odierno riarmo del Giappone, che oggi fa notizia, è frutto di un percorso già intrapreso da diversi anni, esattamente dal 14 gennaio 2015, quando il governo giapponese, per la difesa, approvò nel bilancio una cifra record di 4.980 miliardi di yen (36 miliardi di euro).

In questi sei anni di ripresa agli armamenti il Giappone ha acquistato:

· 20 aerei ricognitori P-1,

· 5 aerei ibridi V-22 Osprey

· 6 caccia stealth F-35

· 30 veicoli anfibi

· 1 aereo per la ricognizione a distanza

Perché il Giappone, dopo decenni di demilitarizzazione,

sembra stia nuovamente vivendo

un risveglio militare simile a quello di inizio ‘900?

Innanzitutto bisogno specificare quanto scritto in precedenza circa la “pacifica” Costituzione giapponese voluta dagli Stati Uniti; secondo l’art.9 di questa, il Giappone non può avere un proprio esercito, ma solamente delle “forze di autodifesa” in modo tale da impedire ogni qualsivoglia azione offensiva.

Secondo gli accordi stretti proprio con gli Stati Uniti durante il periodo di occupazione, il Giappone post ’45, non ha mai necessitato di un vero esercito o di una vera e propria politica militare , in quanto gli stessi Stati Uniti a partire dagli ’60, si sono fatti garanti della difesa dell’arcipelago nipponico da chiunque avesse perpetrato un attacco contro il Giappone.

Secondo i trattati vigenti, qualsiasi azione offensiva compiuta verso il territorio nipponico, era ed è, da interpretare come un attacco diretto verso il suolo statunitense. Ovviamente tali accordi sono da intendersi non solo sotto un ottica garantista rivolta alla sopravvivenza del governo di Tokyo, ma come una prova di forza rivolta verso quelle che erano le due super-potenze comuniste: URSS e Cina. Non va dimenticato inoltre che il Giappone era geopoliticamente incastonato nella difficile situazione del conflitto che ha coinvolto le due Coree e in un quadro più ampio nelle tumultuose vicende del Sud-Est asiatico.

Costituzione Giapponese

Recentemente però diversi politici giapponesi appartenente all’area dei conservatori, hanno visto con timore e forse anche con un po’ di lungimiranza, il declino dell’egemonia militare statunitense nel Pacifico, sentendo così l’esigenza di supportare le politiche revisioniste del Primo Ministro Abe, volte a controbilanciare le politiche via via più aggressive della Cina.

Infatti, ormai da anni Cina e Giappone vivono momenti di tensione a causa delle Isole Senkaku nel Mar Cinese Orientale; queste fanno parte di un arcipelago disabitato e controllato dal Giappone, ma che la Cina rivendica come suo fin dagli anni ‘70. Da un punto di vista meramente diplomatico, la questione si intreccia a interpretazioni di trattati internazionali che risalgono addirittura dalla fine dell’800.

isole Senkaku

L’arcipelago delle Senkaku attualmente riveste un’importanza rilevante, tanto per il Giappone quanto per la Cina (entrambe economie divoratrici di materie prime-soprattutto il Giappone costretto fin dalla sua prima industrializzazione all’import di risorse energetiche), poiché le otto isole sorgono presso potenziali giacimenti di petrolio e gas naturale.

Proprio la Cina, nella corsa all’acquisizione, anche forzosa, dell’arcipelago, ha anche stabilito unilateralmente un’area di controllo aereo che comprende lo spazio sopra le isole; tale area ovviamente non è stata riconosciuta né dal Giappone né dagli Stati Uniti.

Nell’aprile del 2012 la disputa tra Cina e Giappone si acuisce, il governo nipponico compra tre delle otto isole di Senkaku da un privato cittadino giapponese, facendo passare parte dell’arcipelago sotto l’autorità governativa di Tokyo. L’acquisizione ha innervosito Pechino, le cui navi hanno sconfinato nei dintorni delle Senkaku decine di volte nel corso dell’estate del 2012.

La tabella indica le nazioni che hanno maggiormente investito in spese militari nel 2017

Ciò che preoccupa attualmente il Giappone, oltre alla decadenza dell’egemonia statunitense nel Pacifico, è constatare quanto la Cina investa in spese militari, tanto che si piazza al secondo posto al mondo, dopo gli Stati Uniti, per spesa in armamenti e secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), tra il 2004 e il 2017 le spese militari cinesi sono cresciute del 180% – raggiungendo quasi i 100 miliardi di euro.

ABE e il nuovo conservatorismo?

Dal secondo dopo guerra fino al primo decennio del nuovo millennio, i governi giapponesi si sono attenuti al limite informale, dell’1% del PIL per le spese militari, tanto che nel 2013, il Giappone spendeva per il proprio apparato militare meno della Germania.

Nel 2012 quando Abe venne eletto promise che avrebbe invertito la tendenza della diminuzione del budget militare in regressione da ben 11 anni consecutivi; proprio dal 2012 si sono registrati per cinque anni consecutivi aumenti alle spese militari giapponesi (da considerare che l’acquisto delle isole Senkaku è stata una delle prime mosse del Primo Ministro Abe, che meno di un anno dopo, come già scritto inizialmente propose la modifica della Costituzione)

In foto Shinzō Abe, Primo Ministro Giapponese

Che la politica di Abe fosse rivolta ad un’indipendenza non è mai stato un mistero, tanto che durante il corso della sua prima esperienza da Primo Ministro tra il 2006 e il 2007, era promotore dell’Agenzia per la Difesa del Giappone, organo del tutto nuovo all’interno del Giappone post seconda guerra mondiale.

Inutile negare quindi che Abe al pari di altre potenze, cerca di ritagliare al Giappone un nuovo ruolo di riguardo e considerazione nell’attuale scacchiere del Pacifico; uno scenario dove la Cina diventa sempre più egemone e militarizzata e gli Stati Uniti cercano senza troppe pretese (soprattutto dopo l’America First di Trump ) di mantenere, forse anacronisticamente e senza troppi sforzi, un ruolo di potenza equilibratrice; da cornice a questa situazione complessa va ricordato che persiste la minaccia del regime Nord Coreano, incognita ancora da decifrare.

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