Julius Kasozi, responsabile della sanità pubblica presso l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha manifestato le sue preoccupazioni per la situazione dei rifugiati in Uganda.  “Se il virus dovesse raggiungere gli insediamenti il rischio sarebbe quello di un alto numero di vittime” ha dichiarato durante un intervento.

L’Uganda al momento conta 52 casi ufficiali. Il 30 marzo, il Presidente Yoweri Museveni ha firmato un’ordinanza che prevede diverse misure restrittive, tra cui il divieto degli spostamenti per i cittadini, se non per comprovate necessità. Le limitazioni sulla libertà di movimento, che si applicano anche agli insediamenti, rischiano però di diventare un ostacolo al sostentamento dei rifugiati.

Per comprendere le dimensioni del dramma sociale che può interessare l’Uganda si deve ricordare che il Paese è il terzo al mondo per numero di rifugiati; secondo i dati UNHCR nel maggio del 2019 erano 1.276.208, di cui il 65% provenienti dal Sud Sudan. Il Paese ha adottato un modello di accoglienza che mira soprattutto all’integrazione. I numerosi insediamenti, si trovano vicino alle comunità rurali, e nonostante alcuni episodi di tensioni a causa della povertà, le autorità e le ONG hanno cercato di favorire un modello basato sullo scambio e la collaborazione tra gli abitanti e i rifugiati. Questi ultimi, inoltre, hanno accesso nelle scuole e nelle strutture sanitarie, e hanno la possibilità di lavorare per il proprio autosostentamento.

È chiaro che le limitazioni sulla libertà di circolazione ha interrotto questo sistema di scambio creando il problema delle razioni alimentari. Ad aumentare le preoccupazioni è la decisione del World Food Programme di tagliare, da inizio aprile, le razioni alimentari, distribuite agli insediamenti, a causa della riduzione dei fondi a disposizione.

La situazione, inoltre, rischia di precipitare anche dal punto di vista sanitario. Le scorte di acqua e sapone, infatti, sono insufficienti e a causa del sovraffollamento dei campi è impossibile poter garantire le misure di distanziamento sociale. Basta pensare che Rhino camp, uno dei campi per rifugiati più grande al mondo, ospita fino a 120.000 persone.

L’UNHCR ha mobilitato 2.800 operatori sanitari e chiesto alla sede di Ginevra un aumento dei fondi per fronteggiare la situazione. Tuttavia restano molte preoccupazioni. L’emergenza Coronavirus si è ormai trasformata in una questione sociale, oltre che sanitaria. Le pressioni, a cui sono sottoposte le fasce più svantaggiate della popolazione, rischiano di esplodere in una crisi sociale senza precedenti prima che la Comunità internazionale sia in grado di fornire una risposta adeguata.

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Giusy Monforte

Giusy Monforte

Laureata in Scienze Politiche a Catania, si specializza in Studi Internazionali all'Orientale di Napoli prestando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo aver svolto un tirocinio presso la rivista di geopolitica Eurasia, ha collaborato con la rivista di teoria e politica Pandora, con il quotidiano di approfondimento politico L'Indro e con "Russia2018". Attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Osservatorio Russia e per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali.
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