L’International Rescue Committee (IRC) ha denunciato, attraverso un comunicato stampa, che sussistono solide motivazioni per pensare che ci sia un forte divario nelle possibilità di accesso alle cure mediche, tra uomini e donne, nelle aree più difficili dell’Africa. In Ciad ed in Somalia, ad esempio oltre il 70% dei casi di coronavirus denunciati riguarda pazienti di sesso maschile, contro una media globale del 51%.  Secondo Stacey Mearns, senior technical adviser dell’IRC, per l’emergenza sanitaria, è possibile che le donne vengano escluse dai test e che abbiamo maggiori difficoltà a ricevere assistenza medica. Se i sospetti fossero fondati ci troveremmo di fronte ad una grave discriminazione che potrebbe tradursi in un rischio concreto per la salute delle donne.

Una delle motivazioni è da ricercare nella difficoltà che i Paesi più poveri incontrano nel disporre di kit diagnostici e strumentazione medica. In effetti, analizzando i dati dei Paesi a basso reddito, appartenenti ad altre macroaree, come Pakistan, Afghanistan o India vi è una corrispondenza dei dati. In quest’ultimo, ad esempio, che conta una popolazione di oltre 1,3 miliardi di persone, tra i casi confermati, oltre il 76% dei contagiati erano uomini.

Questi sospetti assumono maggiore rilievo se si osservano i dati dei Paesi occidentali. Nonostante uno studio condotto in Europa, Cina e Stati Uniti, abbia evidenziato l’esistenza di un maggiore rischio per gli uomini di sviluppare una forma più aggressiva di coronavirus, questa differenza si assottiglia per quanto riguarda la possibilità di contrarre il virus; la percentuale dei casi denunciati in Europa riguarda infatti entrambi i sessi in egual misura.

La difficoltà per le donne di ricevere assistenza medica comprende, in realtà, anche altri servizi sanitari essenziali.

Secondo una nota pubblicata il 18 giugno dal World Health Organization, in molti Paesi dell’Africa sono stati interrotti i servizi medici di ginecologia. Nello Zimbabwe, ad esempio, il numero dei parti cesarei eseguiti è diminuito, tra gennaio e maggio, del 42%. Ad essere diminuiti del 21% sono anche i parti avvenuti all’interno di strutture sanitarie. Un dato particolarmente allarmante è quello del Burundi che mostra che il numero delle donne che hanno ricevuto assistenza medica durante il parto è passato da 30826, dell’aprile 2019, a 4749 del 2020, nello stesso mese.  La preoccupazione di fronte a questi dati è confermata da una recente analisi pubblicata sul Lancet Global Health che ha evidenziato come una riduzione dei servizi alla maternità in Africa, tra il 9-18%, potrebbe essere sufficiente per portare a 12200 decessi in più in soli sei mesi.

Una “questione”, quella delle donne, destinata a non estinguersi ed a ritornare puntuale ogni volta che viene meno il delicato equilibrio su cui poggiano i loro diritti.

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Giusy Monforte

Giusy Monforte

Laureata in Scienze Politiche a Catania, si specializza in Studi Internazionali all'Orientale di Napoli prestando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo aver svolto un tirocinio presso la rivista di geopolitica Eurasia, ha collaborato con la rivista di teoria e politica Pandora, con il quotidiano di approfondimento politico L'Indro e con "Russia2018". Attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Osservatorio Russia e per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali.
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