Mentre in alcune parti dell’Occidente par quasi che il mondo abbia arrestato il suo moto, in realtà la vita, ed anche la morte, in altre parti del globo, scorrono inesorabili. E con esse tutte le variabili interconnesse.

Il coronavirus sembra avere la capacità mediatica di coprire altri enormi flagelli che affliggono il globo e in particolar modo la regione Mediterranea, specchio e riflesso delle complessità globali. Ha soffocato l’eco mediatico del conflitto libico che continua instancabile e profittatore dell’emergenza globale; con esso l’operazione dell’UE denominata IRINI, con lo scopo di monitorare l’embargo. Ha silenziato la condizione di milioni di rifugiati, per la maggior parte siriani e palestinesi, sparsi per il Medio oriente, la Turchia e le isole greche o che tentano di raggiungere le coste europee. Respinti ora con una “scusa” in più, quella della paura del contagio, come è successo nelle acque cipriote. La pandemia ha contribuito poi ad isolare ulteriormente territori e popolazioni già fermi, impoveriti e la cui economia non gode di larga flessibilità, come il popolo palestinese.

Ha certamente avuto il pregio, questo virus, di rallentare, in qualche modo, gli attriti per la sicurezza energetica nel Mediterraneo orientale, dove molti attori famelici sono in cerca del primato per gas e petrolio, due elementi fondamentali per la transizione energetica del prossimi anni (senza dimenticare l’acqua, altra risorsa strategica).

Sono conflitti, in questo momento, solo quiescenti e che potrebbero riaccendersi ancora più prepotentemente una volta che la pandemia avrà allentato la sua morsa. Ed è forse il caso di correre al riparo dei danni prima che questa possibilità si traduca in realtà, soprattutto in quelle regioni ad alta criticità, attraversate da forti ed opposte correnti.

Le risoluzioni economiche e sociali debbono essere eccezionali e al contempo capaci di una ricostruzione radicale, per evitare l’incendiarsi di inutili conflitti per l’accaparramento di risorse primarie e fondamentali. È già certo, secondo alcuni studi, che la geopolitica del petrolio si ridisegnerà radicalmente e ciò potrebbe comportare conflitti più o meno velati che non si arresteranno all’apposizione dei prezzi. 

Dal coronavirus possiamo imparare però qualcosa: che è più importante riconoscere il valore, che stabilire il prezzo. L’economia e le società potrebbero cambiare atteggiamento in tale direzione, arrivando a riscoprire il valore intrinseco della cooperazione e della coesione sociale, come fattori del bene comune non solo nazionale, ma regionale.

 

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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