Il Centro africano per il controllo e la prevenzione della malattia ha dichiarato che il numero di casi registrati in Africa sta aumentando in modo preoccupante. Nelle ultime ore sono stati riscontrati 443 casi in 30 Stati africani su 54, tra cui quattro decessi in Egitto, Marocco, Algeria e Sudan. Il Paese più colpito resta l’Egitto con 166 casi ufficiali, seguito dal Sudafrica e dall’Algeria, rispettivamente con 62 e 53 contagiati.

In seguito alla diffusione del virus il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha invitato i Paesi interessati a non abbassare la guardia e a “prepararsi al peggio”.

L’emergenza Coronavirus, in Africa, ci costringe ovviamente a fare diverse riflessioni. Nel continente mancano laboratori e kit diagnostici. I laboratori in grado di rivelare in tempo l’infezione sono pochi e non ci permettono di avere un quadro chiaro del numero dei casi reali, nonostante gli sforzi dei 40 Paesi del gruppo “Who Africa”.

Una delle maggiori preoccupazioni degli esperti riguarda i sistemi sanitari deboli e la presenza di una popolazione già duramente colpita da altre malattie infettive come l’HIV e la tubercolosi. Secondo l’Accademia delle Scienze del Sud Africa, infatti, un paziente sieropositivo ha una probabilità otto volte maggiore di essere ricoverato per polmonite causata dal virus, ed una probabilità di non superare l’infezione superiore di tre volte. A questo proposito il Sud Africa si è dichiarato pronto a mettere a disposizione la propria esperienza e le proprie infrastrutture per la ricerca terapeutica, come annunciato da Helen Rees, direttore esecutivo dell’Istituto per la salute e l’HIV dell’Universitò di Witwatersrand.

Gli unici vantaggi che al momento potrebbe avere il continente africano sono: l’età media della popolazione e l’isolamento strutturale di alcune aree.

Per quanto riguarda il primo elemento, basta pensare che solo il 3% della popolazione dell’Africa sub-sahariana ha una popolazione che supera i 65 anni, anche se i dati incoraggianti sulla percentuale di mortalità dei soggetti più giovani, registrati nelle società occidentali, potrebbero variare in un contesto sanitario e sociale difficile come quello africano.

Il secondo aspetto invece riguarda la debolezza delle infrastrutture e delle vie di comunicazione. Molte aree del Paese sono lontane dai traffici internazionali, lontananza che, nei fatti, riduce le probabilità del virus di diffondersi velocemente. Potrebbe non essere un caso, forse, che i Paesi che al momento non hanno registrato nessun caso sono ad esempio il Botsawana o lo Zimbabwe. Se da un lato, quindi, il continente africano si prepara a gestire la pandemia nell’incertezza, e con tutte le sue debolezze strutturali; dall’altro potrebbe trarre vantaggio dalla lontananza dai ritmi frenetici delle società occidentali. Un aspetto, che per una volta, potrebbe tradursi in un vantaggio per il continente africano, almeno per quanto riguarda il tempo a disposizione per prepararsi ad un’eventuale emergenza sanitaria.

 

 

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Giusy Monforte

Giusy Monforte

Laureata in Scienze Politiche a Catania, si specializza in Studi Internazionali all'Orientale di Napoli prestando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo aver svolto un tirocinio presso la rivista di geopolitica Eurasia, ha collaborato con la rivista di teoria e politica Pandora, con il quotidiano di approfondimento politico L'Indro e con "Russia2018". Attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Osservatorio Russia e per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali.
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