Attività di lobbismo e modifiche normative che hanno prolungato negli anni la scadenza del diritto d’autore salvaguardando gli interessi della Disney

Il più ambito prodotto di proprietà intellettuale dell’azienda Disney, Mickey mouse (Topolino in Italia), oltre ad essere un’icona di fama mondiale e una portentosa fonte di guadagno vanta il singolare primato di aver ridefinito più volte la normativa in materia di copyright: in base alle leggi americane in vigore nel 1928, anno di “nascita” del topo più famoso del mondo, oggi Mickey mouse avrebbe infatti dovuto essere di dominio pubblico già da diverso tempo, ma nel corso degli anni la data di scadenza è stata sempre rinviata grazie all’approvazione di nuove leggi ad hoc. L’ultimo passaggio risale al 1998, anno di entrata in vigore del testo normativo noto appunto come “Mickey mouse Act”.

L’articolata storia del diritto d’autore di Mickey mouse sembra fugare, nell’era di Internet e delle ingenti quantità di materiale creativo liberamente disponibili, ogni dubbio su cosa effettivamente riesca a prevalere nel conflitto tra la salvaguardia di interessi privati e la certezza del dominio pubblico. In base a quanto stabiliva la prima legge sul diritto d’autore, il Copyright Act del 1790, la durata del copyright della opere creative non poteva estendersi oltre i 28 anni,  considerando un primo periodo di 14 anni più un eventuale rinnovo per altri 14 anni se il creatore dell’opera fosse stato ancora in vita.  Nel 1831 una nuova legge ha esteso il periodo di protezione del diritto d’autore ad un massimo di 42 anni, limite ulteriormente elevato a 56 anni nel 1909. Il debutto ufficiale di Mickey Mouse è avvenuto il 18 novembre 1928, nel corto animato dal titolo “Steamboat Willieregolato appunto dal Copyright Act del 1909, che  estendeva la tutela del diritto d’autore a non più di 56 anni. In base a tale legge, il topo Disney sarebbe dunque dovuto cadere in pubblico dominio nel 1984. Ma all’approssimarsi della scadenza, la società era tutt’altro che disposta a rinunciare a un prodotto che già fatturava miliardi di dollari ogni anno e che ormai costituiva l’immagine stessa dell’azienda; la Disney ha dunque puntato su Washington, facendo cordata con altri grandi marchi e dando il via ad una massiccia un’attività di lobbying del Congresso al fine di ottenere una nuova legislazione sul copyright. 

 

Nel 1976 la normativa statunitense è stata totalmente revisionata con la legge nazionale sul copyright, uniformandosi a quella europea ed estendendo la protezione del diritto d’autore fino a un massimo di 75 anni. La nuova legge disponeva che tutte le opere pubblicate prima del 1922 entrassero immediatamente nel dominio pubblico, mentre quelle pubblicate dopo il 1922 (incluso Mickey mouse) ebbero diritto a un periodo di protezione di 75 anni, rinviando così la temuta scadenza del copyright su Topolino al 2003. Nello stesso periodo si diffusero le prime parodie e riutilizzi dei prodotti Disney, cosa che rendeva il prolungamento del copyright ancor più necessario all’azienda al fine di tutelarsi da tali episodi. Il caso più noto è quello del collettivo Air Pirates, fondato da Dan O’Neill, il quale aveva prodotto il fumetto Air Pirates Funnies, al cui interno figurava una parodia underground di Mickey mouse. Nell’ottobre 1971, la Disney fece causa al gruppo per violazione del copyright e del trademark e il giudice dette ragione alla Disney, ma O’Neill fece ricorso e l’iter giudiziario andò avanti per anni, durante i quali continuarono ad essere prodotte parodie di Topolino. Nel 1978, la corte decise infine in favore della Disney, tranne che per la violazione di trademark ritenuta insussistente.

Intorno alla metà degli anni ’90, la Disney ha iniziato di nuovo attivarsi per proteggere non solo i diritti su Topolino, ma anche quelli su altri personaggi quali Pippo e Paperino, tutti in procinto di scadere. Il Congresso ha presentato nel 1997 una nuova proposta di estensione del termine di protezione del diritto d’autore portandolo a un totale di 95 anni, e sembra che ancora una volta l’azienda abbia agito in modo tale da garantirsi l’approvazione della nuova legge: la Disney formò infatti un PAC (Political Action Committee), un comitato di raccolta fondi, e investì milioni di dollari per promuovere una nuova legge in materia di copyright. Sebbene non vi siano prove inconfutabili che sia stato l’impegno della Disney a far approvare la modifica normativa, è un dato di fatto che il disegno di legge sia passato quasi in sordina, unanimemente alla Camera e al Senato, senza alcun dibattito né audizioni pubbliche, e che la legge in questione sia anche nota come Mickey mouse Protection Act (o anche Sonny Bono Act, in riferimento all’omonimo cantante che aveva parimenti voluto questo rinnovo).

A partire dal 27 ottobre 1998, dunque, il Copyright Term Extension Act  ha esteso la durata del copyright di Mickey mouse per altri ulteriori 20 anni, con scadenza fissata al 2023. E’ probabile che i lobbisti Disney siano già al lavoro per scongiurare il pericolo che dal 1 gennaio 2024 Mickey mouse diventi di dominio pubblico, ma anche se ciò accadesse l’azienda avrebbe altri strumenti per tutelare almeno in parte i propri interessi: la Disney possiede infatti ancora 19 marchi registrati legati a Topolino, i quali possono essere rinnovati a discrezione;  questo protegge di fatto il prodotto da molti possibili riutilizzi, tra cui  nuovi cartoni animati o prodotti per l’infanzia che fossero intitolati a lui, mentre sarebbe permesso che vi comparisse all’interno senza esserne il protagonista.

Sebbene la Corte Suprema abbia decretato con una sentenza del 2003  che non è possibile utilizzare marchi registrati come sostituti per copyright scaduti, è tuttavia possibile che l’influenza dell’azienda arrivi al punto da rimettere in discussione quel precedente. C’è poi da considerare che il Topolino in procinto di cadere nel pubblico dominio e che qualcuno potrebbe decidere di riutilizzare  è unicamente quello che appare nel corto Steamboat Willie, senza alcuna delle modifiche introdotte successivamente (es. i guanti, comparsi per la prima volta nel corto The Opry House del 1929), perché ciò implicherebbe un rimando alla versione del personaggio ancora protetta dal copyright. I legali Disney potrebbero quindi partire da tali da tali aspetti per arginare le apparizioni di Mickey Mouse in produzioni di terzi, realizzando al contempo un singolare paradosso per un’azienda che nel corso degli anni ha fatto la sua fortuna con pellicole tratte da favole e fiabe di pubblico dominio, vincolando poi le rispettive versioni animate a marchi registrati che sono ormai entrati nell’immaginario collettivo di diverse generazioni.

 

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