Il responsabile dell’economia sociale e solidale presso il ministero dell’Agricoltura tunisino, Nawal Jebes, ha annunciato che verranno stanziati 40 mila dinari tunisini nell’ambito del progetto REFAT, finalizzato allo sviluppo delle energie rinnovabili nel settore agricolo e rurale (Refat). L’iniziativa nasce dalla collaborazione sinergica tra il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare italiano, e il Ministero dell’Agricoltura, dell’Acqua e della Pesca tunisino che finanzieranno il progetto.
I beneficiari saranno 10 giovani, titolari di start-up che sono stati selezionati verificando il rispetto dei loro piani aziendali dei requisiti richiesti dal progetto ‘Refat’, inoltre, i fondi, sono stati distribuiti in diverse aree del Paese: Gafsa, Kasserine, Sidi Bouzid e Sousse.
Il Progetto Refeat si presenta per la Tunisia come una grande opportunità per diversi aspetti.
Il primo riguarda l’aspetto ambientale.
Lo scopo, infatti, è favorire la diffusione di sistemi di pompaggio attraverso l’uso di energia rinnovabile nell’agricoltura e nei processi di dissalazione dell’acqua di mare. Inoltre si pone l’obiettivo di attivare sistemi di produzione di acqua potabile destinata alla popolazione e favorire l’impiego del fotovoltaico, eolico, e ibrido attraverso l’ideazione di corsi di formazione destinati ai giovani che desiderano investire le proprie energie, e risorse, nello sviluppo del proprio Paese.
Secondo il Ministero, l’implementazione del piano dovrebbe portare ad una riduzione pari a 136 ktCO2 delle emissioni annue, e ad una diminuzione di 856 ktCO2 nelle attività di trattamento delle acque.
Il secondo aspetto, riguarda l’economia del Paese.
Il settore agroalimentare, infatti, insieme al tessile, rappresenta il 50% della produzione e occupa il 18,5% della popolazione. La Tunisia si posiziona come il quarto produttore al mondo di grano, orzo, vino, datteri ed agrumi, di cui buona parte sono destinati all’esportazione verso Paesi europei.
Il progetto Refeat, quindi, potrebbe costituire una grande opportunità, soprattutto per le regioni interne come Kasserine, caratterizzata per lo più da un’economia informale, basata sull’agricoltura e il commercio al dettaglio.
La Tunisia, infatti, vive da sempre un forte sbilanciamento tra le aree costiere e i governatorati più a sud: l’80% delle industrie sono localizzate sulle coste, con una concentrazione del 40% tra Tunisi e Sfax. Le altre regioni, invece, sono caratterizzate dalla presenza solo di alcune piccole-medie imprese, tra l’altro poco produttive.
Questa sorta di asimmetria ha generato una forte disuguaglianza e alimentato il malcontento della popolazione nelle aree in questione (basta ricordare le rivolte che hanno interessato Gafsa nel 2008). Ovviamente, andando più a fondo della questione, l’asimmetria coinvolge tutti i settori dell’economia, dal turismo, all’investimento nelle infrastrutture, che ha finito per penalizzare ulteriormente le aree interne.
La sfida, per la Tunisia, ma anche per l’Unione Europea che rappresenta il principale partner commerciale, è quello di creare un sistema economico omogeneo che non segue gli obiettivi di breve termine ma un progetto economico, elaborato nel lungo periodo, che miri ad un’integrazione solida dell’intero territorio nazionale.

 
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