La lotta al terrorismo in Africa è portata avanti da forze nazionali ed internazionali e forze non-statali. L’esercito degli Arrow Boys in Uganda nasce perché disposto a farsi giustizia da sé colmando il vuoto lasciato dallo Stato. Queste forze autogestite rappresentano un’ulteriore minaccia o potrebbero rappresentare una risorsa per monitorare le aree remote del continente africano?

I peacekeepers che operano con mandato delle Nazioni Unite

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decide di voler tenere sotto controllo gli interventi che riguardano la sicurezza garantita alle e dalle operazioni di costruzione e mantenimento della pace tenuto conto anche dei più recenti risvolti negativi provocati dai gruppi di ribelli armati presenti in gran parte del territorio africano. Il 30 Marzo del 2020 il Consiglio di Sicurezza si è pronunciato con una risoluzione agendo in conformità della sua primaria responsabilità di mantenere e costruire la pace e la sicurezza internazionale mantenendo i principi base del mantenimento della pace come l’imparzialità, il consenso delle parti ed il non uso della forza se non per mandato d’autodifesa. Le Nazioni Unite stanno lavorando per rafforzare la propria azione rendendola più efficace mediante l’utilizzo di nuove tecnologie allo scopo di aumentare la sicurezza e per fornire maggiore supporto “sul campo” a favore dei peacekeepers che spesso rimangono colpiti dagli attacchi dei gruppi armati di terroristi che abitano i Paesi ospitanti e che oggi, dopo innumerevoli sforzi, sono ancora considerati una grande minaccia difficile da tenere sotto controllo. Una notizia pubblicata dalle Nazioni Unite il 7 febbraio 2020 rende pubblica la condanna emanata dalla Corte d’Appello di Bangui contro 28 membri della milizia armata anti-balaka della Repubblica Centrale Africana per aver reiterato una serie di crimini nel maggio 2017, tra cui: l’omicidio di 10 civili e 10 forze di pace delle Nazioni Unite. Tale condanna è stata riconosciuta come un passo importante per la lotta contro l’impunità di simili attacchi terroristici. Oltre che aver procurato la morte di civili e “caschi blu”, i membri del gruppo anti-balaka hanno anche attaccato la sede dell’operazione MINUSCA a Bangassou.

Questo episodio è stato espressione della “volontà dello Stato centrafricano di combattere l’impunità attraverso il sistema giudiziario”, così ha affermato il capo dell’operazione MINUSCA Mankeur Ndiaye.

A tal riguardo si continua, senza risultati soddisfacenti, anche ad incoraggiare le truppe e le autorità nazionali a collaborare con le forze internazionali. Purtroppo, però, la maggior parte dei governi africani non possiede risorse necessarie per addestrare i propri uomini e per fornire sufficienti aiuti alle forze di pace. Non è un caso che i governi nazionali dei Paesi africani entrano in trattativa con Stati terzi firmando accordi di cooperazione militare che garantiscono la creazione di strutture militari e l’addestramento delle autorità africane. In questo modo accade che, se da un lato le risorse provenienti dall’esterno possono essere impiegate a vantaggio del sistema interno, dall’altro i Paesi vengono inevitabilmente travolti da una spirale di assoggettamento all’altrui interesse e volontà. Questa prospettiva fa emergere una riflessione: si è costretti a scegliere tra dipendenza all’altrui interesse in cambio della sicurezza del proprio Paese o tra incapacità di disporre di risorse da impiegare per autodifendersi seppur mantenendo una propria parziale autonomia?

Gli Arrow Boys: chi ha scelto di farsi giustizia da sé

In vaste regioni dell’africa occidentale e centrale (in particolare nell’area della Repubblica Centrale Africana, del Sud Sudan e della Repubblica Democratica del Congo) gli Stati non sono abbastanza stabili ed in grado di difendere autonomamente la propria popolazione dagli attacchi sanguinosi e violenti di gruppi di ribelli armati generalmente di matrice islamica. Questi Stati sono dunque consapevoli dell’importanza del supporto esterno proveniente fondamentalmente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, da altre organizzazioni internazionali ma anche da forze interne pubbliche o indipendenti. Per quest’ultima categoria, gli Arrow Boys si possono annoverare tra le milizie africane autogestite che si sono formate in modo completamente indipendente per l’autodifesa dei villaggi dei propri Paesi d’origine. Gli Arrow Boys presenti in Sud Sudan sono operanti in molte aree continente africano come l’Uganda. Queste milizie che si schierano in favore della sicurezza delle popolazioni dei villaggi e che sono impegnate nella lotta contro il terrorismo, vogliono arrivare dove lo Stato ancora non riesce ad arrivare e a portare soluzioni concrete. A Teso (una regione nella parte orientale dell’Uganda), un gruppo di ex combattenti dell’Esercito Popolare dell’Uganda ormai smobilitati dal 1992 in parte reintegrati nei villaggi e nelle amministrazioni locali. Nel 2003, quando l’esercito ribelle di resistenza Lord’s Resistance Army ha cominciato le proprie insurrezioni violente, ha scatenato la controffensiva di questi ex combattenti addestrati ma “in pensione”. Così nasce l’esercito degli Arrow Boys in Uganda silenzioso e disposto a farsi giustizia da sé colmando il vuoto lasciato dallo Stato.

Queste nuove formazioni hanno cominciato ad organizzarsi sempre meglio, integrando nuove reclute e strutturando strategie d’azione studiate da esperti ex ufficiali e monitorando le mosse delle forze di resistenza armata dell’LRA. Da quanto è descritto in una testimonianza redatta dall’analista Magnus Taylor, gli Arrow Boys in Uganda cominciarono a rimediare nuove reclute sfruttando le reti di costruite nelle chiese locali, così come riuscivano a rimediare risorse per sostenersi attraverso donazioni volontarie nelle chiese dei villaggi.  Seguendo la stessa linea d’azione si sono mossi gli Arrow Boys in Sud Sudan.

Tentativi di conciliazione tra le forze ufficiali e forze informali

Nel corso degli anni, le forze informali autogestite, che si sono create per difendere i propri villaggi dagli attacchi armati dei gruppi di ribelli, non sempre hanno sortito gli effetti desiderati intensificando lo stato di instabilità. In alcuni casi, sono state corrotte dalle forze politiche di opposizione interessate a rivendicare il mancato posto al governo mentre, in altri casi, hanno finito con l’esacerbare ancora di più le violenze dei ribelli contro le comunità di civili. Ci sono stati, tuttavia, degli episodi in cui la creazione di nuove reclute è stata supportata dagli Stati interessati ammettendo inconsciamente l’inefficacia delle autorità ufficiali nazionali e finanche delle forze internazionali delle Nazioni Unite. Pare che agli esordi della guerra civile (nel 2005) l’allora governatore dell’Equatora occidentale, Patrick Zamoyoa, abbia sostenuto la formazione delle milizie di autodifesa nei villaggi. Con tale sostegno politico si può dire di aver ammesso implicitamente l’inefficacia delle autorità nazionali dell’SPLA ma anche delle forze delle operazioni ONU.

Il Sud Sudan dal 2005 al 2016 ha affrontato un susseguirsi di guerre civili in cui si ripetevano brutali attacchi contro i civili, soprattutto nelle principali città come Yambio, Ezo e Source Yubu, dovuti dagli scontri tra SPLA e ribelli. In questo scenario, gli Arrow Boys dell’Equatoria occidentale, che concretamente hanno rappresentato la principale forma di protezione civile, furono accusati di agire contro lo Stato. Eppure, il supporto ricevuto dalle comunità dei villaggi in cui operavano ed i successi contro i terroristi dimostrava che queste milizie erano spesso attori legittimati dal popolo.

Non è semplice da realizzare, eppure potrebbe essere un’opzione quella di considerare una conciliazione tra forze nazionali e forza armate non ufficiali (la Civilian Joint Task Force opera in Nigeria, gli Arrow Boys di Teso in Uganda, gli Zende Arrow Boys nel Sud del Sudan e i Kamajors della Sierra Leone) per svolgere un’azione coordinata contro i gruppi terroristici di ribelli. Un collegamento ed un sostegno militare con un livello subregionale agevolerebbe una miglior monitoraggio delle aree remote dei villaggi. La questione del difficile monitoraggio dei territori più isolati del continente è dovuta anche all’assenza di una mappatura completa e dettagliata delle aree interne.  Inoltre, se lasciate in balia di sé stesse, queste milizie autogestite sono preda facile di tentativi di corruzione finalizzati a sovvertire l’ordine costituito anche con l’aiuto delle forze internazionali o, peggio, possono farsi fautori di gravi violazioni imponendo le proprie leggi nelle comunità che vogliono proteggere.

Un riconoscimento di queste reti subregionali, che spesso godono della legittimazione da parte dei popoli, potrebbe intensificare il controllo del traffico illegale di armi e potrebbero rappresentare una connessione garantendo una comunicazione efficace con i sistemi di difesa e sicurezza governativi ed internazionali.

 

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