La crisi petrolifera scatenatasi ad aprile, ha conseguenze in tutto il mondo,ma i più colpiti sono i paesi produttori. Immediate le conseguenze negli Stati Uniti, ma anche il Canada svela una fase di tracollo, come un comune destino per i due paesi confinanti.



Canada, Stati Uniti; due paesi artici che confinano tra di loro e tra cui spesso non corre buon sangue. Oggi però infuria la crisi del petrolio, una bomba innescata dalla pandemia e che, ha visto a fine aprile il crollo a picco del prezzo del greggio, a livelli record. Una crisi sortisce effetti in tutto il mondo, ma che esplicita le dirette conseguenze nei paesi produttori: Arabia Saudita, ma anche Stati Uniti, Russia e Canada. Tra i due giganti del continente americano c’è conflittualità, spesso per questioni legate ai confini o alle controversie su parti di territorio, ma negli ultimi tempi, i due paesi stanno vivendo un destino comune a causa della crisi petrolifera.

Se Washington piange, Ottawa non sorride dunque. La domanda mondiale è precipitata, facendo registrare una riduzione di 29 milioni di barili al giorno, mentre appena un anno fa se ne producevano oltre i 100. Anche il Canada come gli altri paesi, sta riscontrando grosse difficoltà dovute alla saturazione della capacità di stoccaggio degli impianti. Per questo motivo la stima di alcuni specialisti circa il petrolio, proietta in un futuro prossimo in cui la produzione di petrolio crollerà di almeno 9,3 milioni di barili all’anno, almeno per tutta la durata dell’ondata pandemica. Ma più di tutto, ciò che accomuna davvero la sponda canadese a quella americana, riguarda gli effetti più immediati e prevedibili del crollo dei prezzi: la bancarotta delle compagnie petrolifere. Il crollo del prezzo, che si assesta minacciosamente su valori inferiori ai 20 $ vuol dire in gran parte dei casi la chiusura ed il tracollo finanziario delle compagnie canadesi di dimensioni medio-piccole, lo stesso rischio corso dai vicini americani.  

Un problema da non sottovalutare in questo contesto, risiede nel fatto che le banche canadesi avevano fortemente incoraggiato questo settore in espansione, finanziando a debito le compagnie. Per questo motivo sarebbe impensabile un ulteriore sostegno magari pubblico, perchè data la forte struttura internazionale delle aziende produttrici, sarebbe ritenuto sconveniente in termini di bilancio e soprattutto di consenso elettorale, anche perché, per effettuare il vero salvataggio delle compagnie, sarebbe richiesta una grande quantità di liquidità da immettere.

È chiaro che, la crisi del petrolio si trova ancora nelle sue prime fasi, ed è ancora in pieno svolgimento. La cosa di cui possiamo essere sicuri è che la gestione di quelle che saranno le conseguenze nel medio e lungo termine, non saranno prevedibili o gestibili al meglio. I paesi OPEC pagheranno le conseguenze più dirette, con un prevedibile crollo dell’occupazione nel settore petrolifero, chiusura di compagnie e necessità di orientare diversamente le proprie rotte. Le conseguenze che interesseranno il Canada potrebbero riguardare proprio questi ultimi aspetti. Ottawa non fa affatto mistero dell’interesse a mantenere saldo il proprio possesso sulle risorse. d’altronde in Canada, in territorio artico risiedono circa il 25% delle riserve di greggio e gas naturale dell’intera area.

Con Trudeau al governo è in atto un preciso piano che ha portato ad un considerevole incremento delle attività estrattive, incrementando così l’occupazione e l’importanza del greggio per il paese. Ad oggi, con una crisi imminente, in un settore divenuto negli anni fondamentale, riformulare il proprio impegno nell’ambito delle attività legate al petrolio sarà complicato. Auspicabile invece, sarebbe seguire il percorso inverso posto dallo stesso Canada, relativo alle politiche ambientali e alle energie sostenibili; con un settore in calo come quello petrolifero, la strada di Trudeau potrebbe essere l’energia sostenibile, da esportare ed utilizzare all’interno dei propri confini.

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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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