L’ambizione del presidente Ivan Duque è alta: far diventare l’industria culturale uno dei cavalli trainanti del carro dell’economia colombiana. Ma in cosa consiste, esattamente, l’economia arancione? Possono le idee e il talento contribuire alla crescita del PIL nazionale?

Da quando Ivan Duque, il più giovane presidente colombiano di sempre, ha vinto le elezioni presidenziali della Colombia, l’“orange economy” è entrata a far parte del lessico politico quotidiano del Paese. Già in campagna elettorale, prima del suo insediamento ad agosto 2018, Duque aveva puntato molto su questa innovativa, un po’ bizzarra, ma sicuramente audace nuova idea di economia: partire dallo sviluppo della cultura e della creatività, delle start-up e delle tecnologie. Di tutto quello che rientra nel settore in crescita dell’industria culturale, considerato anno dopo anno come un motore funzionante per far alzare il PIL. Il termine orange economy o economia creativa è stato definitivo da John Howkins nel suo libro “The Creative Economy: how people make money from ideas”, scritto nel 2001.

Cosa rientra e cosa non rientra in questo settore, secondo l’autore? Possiamo ritenere arancione l’insieme di beni e servizi protetti dai diritti di proprietà intellettuale, e che tramite tali diritti riescono a generare ricchezza, la cosiddetta royalty, che accrescerà il PIL del Paese in questione. Parliamo dunque di discipline come l’architettura, il design, l’artigianato, ma anche il settore musicale, il mondo della moda, i servizi digitali e multimediali, l’editoria, la fotografia, lo sport e le infrastrutture relative all’industria creativa.

A livello nazionale, questo settore dinamico e creativo rappresenta il 3,6% del PIL colombiano, garantisce un milione di posti di lavoro e contribuisce allo sviluppo e al progresso della regione e al miglioramento del sistema economico. Considerando l’intera regione latinoamericana, tali servizi nel 2015 generavano già oltre 124 miliardi di dollari e oltre 2 milioni di persone impiegate nel settore creativo.

L’obiettivo di Ivan Duque è ambizioso, e consiste nel portare quel 3,6% di PIL arancione al 10%, allineandolo al pari dell’industria manifatturiera colombiana. Per farlo, lo Stato concede credito all’industria culturale traendone successivamente vantaggio dalle produzioni e dalle esportazioni.

Perché la Colombia, e l’America Latina tutta, crede con convinzione in questo settore? Considerare il talento come una risorsa naturale rinnovabile capace di contribuire all’economia, per una regione che dipende ancora molto risorse naturali, è un’intuizione non da poco. Spostare l’economia di un Paese con lo sviluppo di idee, che generano ricchezza, che pagano le tasse, che garantiscono posti di lavoro, è una sfida che Ivan Duque ha accettato e che crede fortemente di vincere.

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