Il Partito Comunista Cinese celebra il successo nella lotta al covid-19 con la convocazione dell’Assemblea Nazionale del Popolo, prevista per fine maggio. Tuttavia, il tentativo di combattere l’epidemia ha riaperto una vecchia tensione nel mondo cinese: i comportamenti discriminatori adottati nei confronti dei migranti africani a Guangzhou.

Video e report, che circolano sul web, sottolineano come gli africani, residenti a Guangzhou, siano stati obbligati alla quarantena di 14 giorni, nonostante non avessero viaggiato fuori dalla Cina negli ultimi mesi; inoltre sono stati sottoposti forzatamente a test degli anticorpi, sfrattati da hotel e abitazioni e sia stato rifiutato loro l’accesso a servizi essenziali e ristoranti.

La situazione è degenerata al punto da costringere Il Consolato Generale USA di Guangzhou a sconsigliare ai cittadini afroamericani di recarsi in città. Gli stessi ambasciatori di una decina di paesi africani hanno indirizzato una lettera al ministro degli Affari Esteri cinese Wang Yi, chiedendo l’immediata cessazione delle pratiche discriminatorie.

Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha risposto alla lettera tramite i suoi portavoce, affermando come la Cina tratti equamente tutti gli stranieri sul territorio, come ogni sforzo sia teso verso la lotta contro il virus e che un’indagine interna verra aperta riguardo il comportamento delle autorità locali. Il portavoce Zhao Lijian, già balzato alle cronache per le sue affermazioni anti-USA, ha accusato gli Stati Uniti di irresponsabilità, ha consigliato all’amministrazione Trump di concentrarsi sulla lotta al covid, invece che su questioni interne cinesi e ha ricordato come la Cina abbia aiutato i paesi africani durante l’epidemia di Ebola.

Una domanda sorge alla mente: quanti sono, chi sono i migranti africani in Cina e quali sono le fondamenta per queste accuse di razzismo?

La popolazione di origine africana in Cina si concentra nell’area meridionale del Pearl River Delta, in modo particolare a Guangzhou, antica Canton, metropoli che conta circa 25 milioni di abitanti. Il numero di migranti africani a Guangzhou sembra essere di circa 5000 unità; tuttavia questo dato non può essere considerato certo vista la mancanza di statistiche ufficiali e la sospetta presenza di migranti non registrati regolarmente presso le autorità cinesi. I migranti provengono prevalentemente da tre paesi: Nigeria, Mali e Uganda. I membri della comunità africana di Guangzhou, concentrati nel quartiere centrale di Xiaobei, sono spesso commercianti che esportano merci dalla Cina alla loro terra natale.

La storia dei migranti africani in Cina risale agli anni ’60, quando il regime guidato da Mao, iniziò ad invitare nel paese giovani membri delle élite africane con l’obiettivo di formare individui capaci di guidare gli sforzi rivoluzionari nei paesi d’origine. La convivenza tra giovani universitari cinesi e quelli di origine africana proseguì pacificamente fino al 1979, anno del primo violento scontro tra studenti a Shanghai. Dieci anni più tardi, nel dicembre 1988 alla Hohai University di Nanjing, la falsa accusa di omicidio di uno studente cinese rivolta ad un cittadino africano provocò un centinaio di feriti e una protesta anti-africana che attirò circa 3000 partecipanti.

Questo incidente di maggiore portata è stato giustificato dalle autorità cinesi come uno scontro provocato dalle accuse di omicidio, dai fatti, senza alcun fondamento razziale. Tuttavia, il lavoro di ricerca svolto nel 1994 dal Professor Barry Sautman, rivela la presenza di stereotipi razziali nei giovani cinesi. In particolare, gli studenti di origine africana vengono caratterizzati come intellettualmente e culturalmente inferiori, con tratti sessuali particolarmente pronunciati e ricondotti alla trasmissione di malattie quali HIV. Inoltre, in quel periodo di grande crescita economica per la Cina, emerge una ritrovata idea di classe, per cui coloro che provengono da paesi considerati del “terzo mondo” e  in condizioni di sviluppo economico arretrate sono caratterizzati come inferiori, quasi al pari dei contadini cinesi.

Alla fine degli anni ’90 la regione economicamente avanzata del Pearl River Delta attrae cittadini africani emigrati da altri paesi asiatici quali Thailandia ed Indonesia a seguito della crisi finanziaria del 1997. In Cina tuttavia il mercato per il lavoro manuale è saturo grazie alla disponibilità di forza lavoro cinese, in particolare dai migranti provenienti dalle zone rurali. I cittadini africani si reinventano diventando quindi imprenditori, comprando beni di consumo nei mercati all’ingrosso della regione, per poi esportarli nel loro paese di origine.

Il numero di immigrati di origine africana cresce rapidamente nell’area di Guangzhou, fino a toccare i 100.000 abitanti stimati intorno al 2010. Da qui la città prende il soprannome di “Chocolate City” o “Little Africa”. Nel 2009 e nel 2012 due incidenti tra cittadini africani e ufficiali di polizia cinesi attirano un’attenzione negativa verso questa comunità e gettano le basi per l’associazione mentale tra migranti africani e attività criminali.

Conversando lo scorso anno a Shanghai con cittadini cinesi con un elevato grado di istruzione, ho potuto osservare più volte, con mio grande stupore, che la città di Guangzhou viene considerata particolarmente pericolosa a causa della sola presenza dei migranti africani, nonostante questi costituiscano solo lo 0,05% della popolazione della città e il tasso di criminalità di Guangzhou sia comparabile a quello di Shanghai.Durante lo scorso decennio la provincia del Guangdong è stata considerata un hub per la produzione e distribuzione di droga, destinata al consumo interno e alle esportazioni. Tra il 2013 e il 2018 il governo ha condotto una campagna anti-droga a livello nazionale che ha portato alla confisca di 482 tonnellate di stupefacenti.

I media nazionali hanno evidenziato che il tasso di cittadini stranieri coinvolti in attività di spaccio è cresciuto del 17% tra il 2013 e il 2014. In particolare, la maggioranza degli stranieri coinvolti in crimini legati alle droghe sono cittadini di origine africana residenti nella Cina meridionale. Alla comunità africana viene altresì attribuito l’alto tasso di 三非 San fei, tre mali, inteso come i crimini di ingresso, permanenza e lavoro illegale in Cina. In particolare la comunità di nigeriani Igbo viene associata alla permanenzanel territorio oltre la scadenza del visto, spesso di categoria non adeguata. Si tenga presente che l’ottenimento del visto non turistico e del permesso di residenza richiede una procedura dispendiosa in termini economici e temporali; è inoltre soggetta a continui cambiamenti e alla totale discrezionalità nella sua approvazione.

Molti immigrati fanno quindi uso di un visto turistico della durata massima di 90 giorni per entrare nel paese e , successivamente, vi permangono irregolarmente. Altri cittadini in possesso di visto regolare incontrano difficoltà nelle procedure di rinnovo, trovandosi poi nella situazione perseguibile penalmente di permanenza oltre la data di scadenza del visto. In aggiunta, la provincia del Guangdong come altre 14 città cinesi offre ai viaggiatori con destinazione diversa dal paese di partenza un transito senza visto per 72 oppure 144 ore. Tuttavia, questa possibilità è negata ai cittadini del continente africano. I migranti nella condizione di illegalità accedono quindi a servizi bancari e di cambio valuta grazie a cittadini cinesi impegnati in transazioni irregolari nell’ambito dell’economia informale. Nasce così un rapporto di collaborazione e interdipendenza con un particolare gruppo di cittadini cinesi.

Nel 2011 il Guangdong Immigration Act entra in vigore: si tratta di un sistema di premi e punizioni pensato per co-optare i cittadini cinesi nel controllo della popolazione straniera. La legge non è rivolta specificamente alla comunità africana, tuttavia questi individui vengono scrutinati attraverso un rigoroso controllo di documenti in misura molto maggiore rispetto agli altri stranieri. Questa misura segna un contrasto tuttora presente tra la narrativa di cooperazione e amicizia promossa a livello nazionale attraverso il Forum Cooperazione Cina-Africa e le misure restrittive implementate dalle autorità locali.Il Forum è un’istituzione per il dialogo multilaterale fondata con l’obiettivo di migliorare i rapporti diplomatici ed economici tra le parti per la costruzione di una solida cooperazione “win-win” di mutuo beneficio.  

Considerata la narrativa di amicizia e solidarietà promossa da Pechino, quali sono i motivi che causano comportamenti discriminatori a Guangzhou, cosa provoca questi stereotipi razziali?

Una risposta esaustiva non esiste, si tratta di un argomento sensibile legato a sentimenti umani e comportamenti non misurabili statisticamente. Il tentativo qui è quello di fornire una serie di opzioni e scenari possibili.Attraverso la mia esperienza in Cina ho potuto constatare come i migranti africani e afroamericani siano un numeroirrisorio, anche in una grande città quale Shanghai, indicazione del fatto che la gran parte della popolazione cinese abbia contatti assenti o limitatissimi con i migranti sopracitati. La scarsa interazione con l’altro può quindi creare un senso di paura, una barriera. Nel momento in cui il cittadino cinese incontra uno straniero ne è solitamente sorpreso e compiaciuto e mostra un comportamento curioso. A prova di ciò, uno studio del 2016 condotto da Shanshan Lan per l’Università di Amsterdam, dimostra che coloro che hanno contatti frequenti con i migranti hanno nei loro confronti un’opinione generalmente migliore.

  • Nel caso dell’incontro con africani e afroamericani interviene per il cittadino cinese uno stereotipo estetico. Secondo gli standard di bellezza cinesi, risalenti fino alla dinastia Han (202 a.C- 220 d.C), la carnagione molto chiara indica un alto status socioeconomico ed è tuttora considerata una caratteristica estetica essenziale sopratutto per le donne. Ad indicare la rilevanza di questo canone è il florido mercato di prodotti sbiancanti per la pelle e una locuzione del Web usata tuttora per descrivere la donna ideale : 白富美 bai fu mei, ossia bianca, ricca e bella.
  • Un’altra marcata differenza tra le comunità è la prominenza dei tratti sessuali, considerata come riprovevole nella cultura cinese; di conseguenza, i migranti africani ricevono appellativi dispregiativi a causa di queste caratteristiche fisiche. Inoltre, sin dall’inizio della migrazione di cittadini africani si sono registrati casi di matrimonio con donne cinesi. Come evidenziato dall’analisi testuale del sito ChinaSMACK condotta nel 2015 da Pfafman, Carpenter e Tang le spose cinesi vengono screditate sul Web e additate come traditrici dell’identità nazionale.
  • Sempre secondo la ricerca di Shanshan Lan i migranti afroamericani sono vittime di comportamenti discriminatori in misura minore rispetto ai cittadini provenienti dal continente africano. Questo evidenzia che considerazioni relative alla situazione economica del paese di provenienza influenzano direttamente il comportamento dei cittadini cinesi a fronte delle medesime caratteristiche estetiche. I migranti africani vengono considerati bisognosi di aiuto, appartenenti ad una realtà arretrata e per questo ritenuti inferiori.
  • Un ulteriore fattore che contribuisce alle pratiche discriminatorie nei confronti dei migranti africani prende il nome di razzismo istituzionale. Se i punti indicati sopra conducono a pratiche di razzismo individuale, regolamenti e misure introdotte a livello locale istituzionalizzano le pratiche discriminatorie. Per fare un esempio: la struttura del dipartimento di polizia di Guangzhou premia economicamente le stazioni che raccolgono più fondi attraverso multe. Una delle tecniche meno dispendiose per trovare possibili (coloro che infrangono la legge) è il controllo sistematico del documento di identità, punendo coloro che non lo portano con sé. Un ufficiale di polizia basato nel quartiere di Xiaobei a Guangzhou racconta al Professor Huang di eseguire controlli a tappeto fuori da campus universitari, hotel e abitazioni per poter multare il maggior numero di stranieri possibile. Da questo si evince come le pratiche di razzismo istituzionale e individuale si rafforzino reciprocamente fino a diventare indistinguibili. La mancata condanna dei comportamenti di razzismo individuale ha fatto si che questi si protraessero nel tempo e si rafforzassero attraverso misure istituzionalizzate.
  • Un ultimo fattore, a mio avviso meno significativo, riguarda l’influenza di stereotipi razzisti pubblicizzati da media occidentali. Lo studio di Pfafman, Carpenter e Tang evidenzia come il consumo di materiale mediatico proveniente da oltreoceano influenzi negativamente il sentimento nei confronti dei migranti africani. Tuttavia è importante ricordare che gli stessi media cinesi hanno contribuito a questa costruzione sociale discriminatoria. Durante il Gala 2018 per la celebrazione del nuovo anno lunare trasmesso dalla TV nazionale una donna asiatica è apparsa sul palcoscenico truccata di nero, con parti del corpo accentuate e seguita da attori di colore travestiti da animali in una scena che ha attirato critiche nazionali e internazionali.

Considerata la storia di comportamenti discriminatori nei confronti di migranti africani in Cina, la loro crescita esponenziale in questa situazione di emergenza viene naturale chiedersi se i rapporti diplomatici pragmatici e benevoli con i paesi africani rallenteranno.Questo scenario sembra improbabile, considerata la dipendenza economica del continente dalla Cina, che rappresenta il suo primo partner commerciale e importante investitore in progetti di sviluppo energetico ed infrastrutturale.

Approfondimenti:

Per chi volesse approfondire questo tema complesso consiglio la visione di due sezioni di notiziari e un documentario.

  • Questa discussione, mandata in onda da Al Jazeera il 13 aprile, affronta il tema delle discriminazioni chiedendo all’intervistato rappresentante del governo cinese una spiegazione coerente dei comportamenti delle autorità di Guangzhou.

https://youtu.be/yqEFMYVLWgo

  • Questo filmato trasmesso il 15 aprile dalla CGTN, la TV di stato internazionale cinese, affronta la vicenda da un punto di vista decisamente meno obiettivo, enfatizzando la necessità di misure restrittive nella lotta al covid.

https://youtu.be/mvO5OegOf-o

  • Infine il documentario “Guangzhou Dream Factory” girato nel 2017, mostra la vita della comunità di migranti africani di Guangzhou e le loro difficoltà nella ricerca di una vita migliore.

            https://www.kanopy.com/product/guangzhou-dream-factory

Fonti:

Barry Sautman, “Anti-Black Racism in Post-Mao China,” China Quarterly 1994, no. 138 (June 1994): 413-437

Shanshan Lan, “State Regulation of Undocumented African Migrants in Cina: A Multi-Scalar Analysis”, Journal of Asian and African studies 2015, Vol 50 (3): 289-304

Tessa M.Pfafman, Christopher J.Carpenter & Yong Tang, “The Politcs of Racism: Constructions of African Immigrants in China on ChinaSMACK”,  Communication, Culture & Critique 2015, Vol 8 (4): 540-556

Shanshan Lan, “The Shifting Meanings of Race in China: A Case Study of the African Diaspora Communities in Guangzhou”, City & Society 2016, Vol 28 (3): 298-318

Guangzhi Huang, “Policing Blacks in Guangzhou: How Public Security Constructs Africans as Sanfei”, Modern China 2019, Vol 45 (2): 171-200

 

 

 

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Annalisa Mariani

Annalisa Mariani

Carilettori,Mi chiamo Annalisa,classe 96,analista IARI per la sezione Cina.Dopo la laurea triennale in Mediazione Linguistica a Milano,sono partita per la mia amata Cina per un anno di studio avanzato della lingua.Lìho capito che l’aspetto più affascinante del mondo cinese è la politica. Quel Partito unico che si incontra, esplicitamente o non,in ogni discorso, articolo, conferenza e conversazione con gli amici cinesi. Così ho deciso di studiare quel Partito, iscrivendomi al Master in China andGlobalisation al King’s College a Londra. Negli ultimi tempi ho capito che la mia grande curiosità mi porta sempre a parlare di tutto ciò che è controverso/proibito in Cina; da qui la mia indagine sulla condizione della popolazione uiguranello Xinjiang. Dedico moltissimo tempo, a detta dei miei amici quasi tutto, ad informarmi su ciò che succede in Cina.Sono decisamente appassionata e affascinatada un paese sulla bocca di tutti,ma conosciuto da pochi.Nel tempo rimanente tento di fare attività sportiva e mi cimento in esperimenti culinari dai risultati incerti.Sono estremamente curiosa, amo viaggiare, assaggiare cibiparticolarie parlare con le persone del luogo. Sono fermamente convinta che il viaggio completi le persone sotto ogni punto di vista echesia l’unico vero modo di interfacciarmi con il meraviglioso mondo in cui viviamo.
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