La Repubblica Popolare Cinese è il paese che confina con il maggior numero di stati sovrani al mondo; 14 per la precisione. Dal 1949 ad oggi, Pechino ha affrontato controversie territoriali con tutti gli stati adiacenti, compresa l’India. La disputa, che impedisce la costruzioni di solide relazioni bilaterali tra i due paesi più popolosi al mondo, si è riaccesa nel mese di maggio fino all’escalation del 16 giugno, quando almeno venti soldati indiani sono rimasti uccisi nella regione del Kashmir.

Le origini della disputa risiedono nella divisone territoriale stabilita dalla linea di McMahon, tra India Britannica e Tibet nel 1914. Al tempo, il Tibet, dopo la caduta della dinastia Qing e il ritorno del Dalai Lama dall’India, godeva di indipendenza de facto, e per questa ragione è stato invitato al tavolo dei negoziati con il generale McMahon. La divisione, accettata dalle parti nel 1914, prevedeva la cessione all’India di un’area di circa 65.000 km2, corrispondente all’attuale Arunachal Pradesh, la regione indiana più a est, compresa tra Cina, Myanmar e Bhutan. Se l’India considera la linea il suo confine ufficiale, il Partito Comunista Cinese, al contrario, la ritiene illegale, in quanto essendo il Tibet un territorio cinese, rappresentanti di Pechino e non di Lhasa avrebbero dovuto negoziare l’accordo. Dopo la nascita di relazioni diplomatiche ufficiali e la firma dei 5 Principi di Coesistenza Pacifica nel 1954, le relazioni sino-indiane hanno subito una drammatica frenata nell’inverno del 1962, quando dopo circa un mese di guerra e l’uccisione di un migliaio di soldati, Pechino ha dichiarato il “cessate il fuoco”. Durante la battaglia, la Cina ha invaso il territorio indiano e stabilito la Linea Attuale di Controllo, demarcazione legittima dei possedimenti territoriali secondo Pechino. Il gelo diplomatico seguito alla guerra è terminato nel 1976, quando i contatti ufficiali tra i due paesi sono stati ristabiliti. Tre anni dopo, Deng Xiaoping ha visitato Delhi e proposto una “soluzione pacchetto” ossia la risoluzione immediata, tramite scambio di territori delle dispute sui tratti di confine himalayano e nord-occidentale nel Kashmir. Questa soluzione, che è ancora oggi il modello su cui si basano le negoziazioni cinesi, non è mai stata accettata dall’India, che invece preferirebbe una risoluzione graduale, affrontando una sezione alla volta.

Le conseguenze della disputa sul confine sono innumerevoli per entrambi i paesi e riguardano il mantenimento dell’unità nazionale, le relazioni bilaterali con gli altri confinanti e il balance of power in Asia. Per quanto concerne l’unità nazionale, la regione nord-occidentale del Kashmir amministrata dal Pakistan e rivendicata dall’India, confina con lo Xinjiang, area politicamente instabile per Pechino a causa delle tensioni con la minoranza uigura. Una questione ancora più problematica riguarda il Tibet, considerato parte della storia di entrambe le nazioni, riconosciuto ufficialmente dall’India come parte del territorio cinese nel 1954 a condizione del mantenimento di un elevato grado di autonomia. Delhi, pur non supportando movimenti indipendentisti tibetani, ospita il governo in esilio e gode di opinione favorevole da parte della popolazione locale. Pechino ha bisogno di controllare il Tibet e le sue ambizioni indipendentiste per due motivi: mantenere una zona tampone tra il cuore della Cina e il potere indiano e assicurarsi il controllo delle risorse naturali presenti nella regione. In questo senso, un conflitto armato con Delhi porterebbe con sé il rischio che la popolazione si allontani ulteriormente da, o si allei contro da Pechino. Da qui, la preferenza per un confine instabile, ma non in guerra, pur di evitare una situazione in grado di interferire con il progetto di “Rinnovamento della nazione cinese”.

L’impatto della disputa territoriale sul rapporto con gli altri stati confinanti ricade in particolare su Bhutan e Pakistan. Il primo, che confina a ovest con Delhi e a est con Pechino, si affaccia sulla stretta striscia che collega l’India centrale alla regione dell’Arunachal Pradesh. Impegnato anch’esso in una disputa territoriale con Pechino, il Bhutan coltiva relazioni storicamente positive con l’India che però sarebbero danneggiate irrimediabilmente qualora il piccolo paese accettasse la risoluzione sui confini proposta dalla Cina. Questa, infatti, consentirebbe al dragone di avanzare sempre più vicino al territorio indiano. Schiacciato tra i due litiganti, il Bhutan sarebbe costretto a schierarsi qualora il confine sino-indiano diventasse teatro di guerra.

 

Il terzo attore chiave nella regione è il Pakistan, storico rivale indiano, che amministra la regione di confine del Kashmir. Le relazioni tra Islamabad e Pechino sono ottime, basate su investimenti infrastrutturali come il porto di Gwadar, finanziamento di impianti nucleari e l’obiettivo comune di isolare strategicamente Delhi. Cina e Pakistan hanno firmato un accordo di libero scambio nel 2006 e inaugurato nel 2013 il China-Pakistan Economic Corridor, via di transito terrena inserita nel contesto della Belt and Road Initiative dal valore di 62 miliardi di dollari. L’India non apprezza questa relazione così amichevole tra i suoi vicini più pericolosi e teme che, grazie agli investimenti cinesi, il Pakistan possa accrescere ulteriormente le sue ambizioni territoriali. In questo senso, intraprendere un’azione militare verso Pechino sembra rischioso per Delhi, consapevole che Islamabad potrebbe approfittare dell’impegno himalayano per avanzare in territorio indiano.

La disputa sul confine esercita ripercussioni anche sulla linea di politica estera, adottata verso il continente asiatico da parte delle due capitali. Se Pechino cerca partner attraverso progetti di investimento infrastrutturali finanziati dalla Belt and Road Initiative, Delhi ricorre ad un sistema di alleanze più ampio. A partire dalla sua elezione nel 2014, Narendra Modi ha cercato di costruire una partnership pacifica con Giappone, Vietnam e Australia, cosi come di rafforzare le relazioni con gli USA, con l’obiettivo di guadagnare peso nelle negoziazioni con Pechino. Delhi ha anche investito sul legame con gli stati affacciati sull’Oceano Indiano, in particolare lo Sri Lanka, in risposta alla crescente presenza militare cinese in quelle acque. L’apertura della prima base militare cinese oltreoceano nello Djibouti, nel 2017, ha rinnovato le preoccupazioni indiane di una Cina intenzionata a controllare la principale via di accesso all’Oceano Indiano dal Mar Rosso. Insomma, la partita si gioca anche su quale paese riuscirà a creare una coalizione più solida e stabilirsi come il primo vero Asian power.

La disputa territoriale causa sfiducia reciproca sia a livello della popolazione che a livello istituzionale, influenzando quindi le decisioni in materia economica, politica e militare. Per quanto riguarda le relazioni economiche, la Cina è stata dal 2013 al 2018 la maggiore partner commerciale indiana, superata dagli Stati Uniti nel 2019; per Pechino, Delhi rappresenta circa il 3% delle esportazioni totali, cifra in leggera decrescita. Considerata la vicinanza geografica e la complementarietà delle due economie, il volume di scambio potrebbe essere di molto superiore; tuttavia, il commercio è fortemente sbilanciato a favore di Pechino, che importa da Delhi materie prime per poi esportare prodotti finiti. Questa differenza nella tipologia delle merci scambiate porta il deficit commerciale indiano nei confronti della Cina ad un valore di circa $56 miliardi (2019). Il governo Modi lamenta inoltre difficoltà di accesso al mercato cinese per le eccellenze indiane specializzate in software e farmaceutica. Al contrario, gli investitori cinesi hanno facile accesso al mercato indiano ed investono sopratutto in progetti infrastrutturali e di telecomunicazione tramite joint ventures e prestiti ad aziende locali. La teoria delle relazioni internazionali indica l’Interdipendenza economica come deterrente per un conflitto; tuttavia, le caratteristiche svantaggiose di questa relazione commerciale portano alla non applicabilità della teoria, non escludendo quindi uno scenario di conflitto.

Nonostante la disputa territoriale e le complicate relazioni commerciali, Pechino e Delhi cooperano nel contesto di organizzazioni internazionali come la BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), la Shanghai Cooperation Organisation e la Asian Infrastructure Investment Bank. I due paesi si sono impegnati a risolvere in maniera congiunta minacce legate al cambiamento climatico, al terrorismo e alla sicurezza alimentare. Tuttavia, criticità rimangono nel contesto di due organizzazioni internazionali di rilievo: il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’ASEAN. I tentativi di Delhi di diventare membro permanente del Consiglio di Sicurezza si ripetono senza successo da circa un decennio, a causa della ferma opposizione cinese alla proposta, invece appoggiata dagli altri quattro membri permanenti (USA, UK, Francia e Russia). In caso di votazione interna al Consiglio, Pechino potrebbe esercitare il diritto di veto, impedendone la riforma. La Cina tuttavia, appoggia Delhi nell’ottenimento dello status di membro non-permanente per l’anno 2021-2022. Per quanto concerne l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), Cina e India fanno parte rispettivamente dell’ASEAN+3 e ASEAN+6 e si impegnano a promuovere cooperazione economica, politica, militare e sociale tra i membri dell’organizzazione. Tuttavia, a novembre 2019, al momento della firma dell’accordo di Partnership Economica Regionale Integrata (RCEP) tra 15 membri ASEAN, l’India si è ritirata improvvisamente temendo che l’abbassamento delle tariffe doganali imposto dall’accordo saturasse il mercato indiano con prodotti manifatturieri cinesi a basso prezzo.

Sul piano militare, Delhi ha modernizzato il suo esercito e finanziato progetti di sviluppo infrastrutturale in prossimità del confine, per assicurare approvvigionamenti alle truppe in caso di conflitto. I due paesi, considerate le armi nucleari a disposizione, avrebbero la possibilità di condurre un conflitto nucleare, che però avrebbe conseguenze catastrofiche sotto ogni punto di vista. In questo clima di tensione silente, il budget militare indiano pari al 2,4% del suo GDP supera quello cinese, fermo al 1,86%; tuttavia, l’esercito di Delhi è ancora considerato inferiore rispetto al’Esercito Popolare di Liberazione sotto il profilo tecnologico.  Gli scontri più recenti sono avvenuti nell’area del Ladakh, parte della regione del Kashmir, su cui Delhi ha investito in progetti di collegamenti stradali. I diplomatici cinesi ritengono le azioni indiane illegittime e lesive della sovranità cinese e pertanto si dichiarano pronti ad affrontare una situazione di conflitto. Gli USA, sostenitori della parte indiana, si sono proposti come mediatori del conflitto; tuttavia, l’offerta è stata prontamente rifiutata dal ministero degli esteri cinese. Alcuni analisti e parte dell’establishment indiano hanno accusato Pechino di approfittare dell’emergenza covid e del rallentamento dell’economia di Delhi per avanzare in territorio indiano.

La dinamica dello scontro del 16 giugno è ancora priva di dettagli, tuttavia le sue conseguenze appaiono più chiare. Riaccendere la lotta al confine e dichiarare che le morti indiane sono dovute al ritardo nei soccorsi di Delhi non è sicuramente un buon preludio per una soluzione pacifica e diplomatica di questa disputa, in corso da più di sessant’anni. La guerra non è inevitabile. Al contrario, impegno e volontà da parte di entrambi potrebbe portare alla fine di questa duratura rivalità internazionale e alla costruzione di un nuovo ordine di relazioni internazionali tra poteri globali.

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Annalisa Mariani

Annalisa Mariani

Carilettori,Mi chiamo Annalisa,classe 96,analista IARI per la sezione Cina.Dopo la laurea triennale in Mediazione Linguistica a Milano,sono partita per la mia amata Cina per un anno di studio avanzato della lingua.Lìho capito che l’aspetto più affascinante del mondo cinese è la politica. Quel Partito unico che si incontra, esplicitamente o non,in ogni discorso, articolo, conferenza e conversazione con gli amici cinesi. Così ho deciso di studiare quel Partito, iscrivendomi al Master in China andGlobalisation al King’s College a Londra. Negli ultimi tempi ho capito che la mia grande curiosità mi porta sempre a parlare di tutto ciò che è controverso/proibito in Cina; da qui la mia indagine sulla condizione della popolazione uiguranello Xinjiang. Dedico moltissimo tempo, a detta dei miei amici quasi tutto, ad informarmi su ciò che succede in Cina.Sono decisamente appassionata e affascinatada un paese sulla bocca di tutti,ma conosciuto da pochi.Nel tempo rimanente tento di fare attività sportiva e mi cimento in esperimenti culinari dai risultati incerti.Sono estremamente curiosa, amo viaggiare, assaggiare cibiparticolarie parlare con le persone del luogo. Sono fermamente convinta che il viaggio completi le persone sotto ogni punto di vista echesia l’unico vero modo di interfacciarmi con il meraviglioso mondo in cui viviamo.
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