Rilevanza strategica: ferro e Terre e rare, i drivers fondamentali della partnership Cina-Groenlandia?  Convergenze e discordanze delle politiche di Nuuk e Pechino

Situata all’estremo Nord del globo, la Groenlandia è la più estesa isola del mondo. Con una costa della lunghezza di 40 mila chilometri e con circa 56.000 abitanti, rappresenta una delle zone più spopolate del pianeta. Tuttavia nella storia, e oggi più che mai, occupa una posizione strategicamente rilevante per la geopolitica artica e non solo. Già nella Seconda guerra mondiale l’isola è stata fortemente contesa tra le forze tedesche ed americane. Al termine del conflitto gli Stati Uniti stabilirono tredici basi militari e quattro navali e la Groenlandia diventa un avamposto americano estremamente importante per quattro principali ragioni: prevenire l’accesso in Nord America, punto di transito chiave per sulla rotta per l’Europa, punto strategico per informazioni metrologiche e presenza di bacini minerari.  Solo a partire dagli anni novanta gli Stati Uniti consegnarono al governo danese molti dei siti di loro proprietà ma senza mai abbandonare definitivamente la zona.

Fonte: La febbre dell’Artico, 2019 Limes

Lo studio condotto da Gautier et al. (2009) si è concentrato sulle stime dei bacini di gas e petrolio presenti nella zona Artica. Tuttora l’sola occupa una posizione privilegiata per tutti i motivi sopra elencati, tra cui sicuramente la presenza di bacini minerari in-shore e off-shore i quali destano particolare interesse. Uno studio dello U.S. Geologocal Survey (2008) ha rivelato che siano estremamente ricchi, sopratutto nella zona tra la parte occidentale della Groenlandia e la parte Orientale del Canada a Nord de Circolo Polare Artico.

 In figura sono indicati i numerosissimi giacimenti minerari presenti sull’isola oltre ai depositi di idrocarburi nella Zee della Danimarca. Concentrati soprattutto nella zona occidentale e meridionale dell’isola, si trovano giacimenti di rame, zinco, ferro, diamanti, oro, titanio e piombo. Ciò che però desta più interesse è il bacino di Kvanefjeld, nell’estremo Sud dell’isola che si stima essere probabilmente il più grande bacino di terre rare e uranio del mondo (Mian, 2019).

Nel 2008, a seguito di un referendum, è stato istituito un autogoverno sostanziato da esecutivo (Naalakkersuisut) e parlamento (Inatsisartut. A Copenaghen oggi spetta l’ultima parola in materia di difesa e strategia, tuttavia l’esecutivo di Nuuk possiede un corpo di polizia, una guardia costiera, può decidere degli investimenti stranieri e gestire i proventi derivanti dalle attività economiche.

Tuttavia, la pericolosità e le difficoltà per l’estrazione di petrolio nelle acque polari ha obbligato la nuova coalizione arrivata al governo nel 2013 a bloccare la concessione di licenze per l’estrazione di petrolio off-shore, ad alzare il livello di controllo e di sicurezza sulle licenze già concesse e a stabilire la priorità per l’estrazione dalle miniere (Macalister, 2013). La motivazione ambientale non era ovviamente sufficiente a giustificare il cambio di rotta verso l’estrazione mineraria, sicuramente la crisi petrolifera degli anni ’80 ha giocato un ruolo decisivo nelle decisioni prese dal governo Siumut che nella strategia quadriennale (2014-2018) dichiara:  

The Government of Greenland wishes to promote the prosperity and welfare of Greenland’s society. One way of doing so is to create new income and employment opportunities in the area of mineral resources activities. The Government of Greenland’s goal is to further the chances of making a commercially viable oil find. In addition, Greenland should always have five to ten active mines in the long term .  

Da questo assunto si percepisce come l’attività estrattiva mineraria venga immaginata come motore principale di un’economia che ha bisogno di posti di lavoro, di stabilità e di nuovi canali commerciali. Nel 2013 l’esecutivo di Nuuk con 15 voti a favore e 14 contrari si è espresso favorevole a dare il via all’estrazione di uranio e terre rare. Passaggio che deve comunque ricevere il benestare di Copenaghen che per il momento non ha mai abbandonato la politica di “tolleranza zero” verso l’estrazione di materiale nucleare (Belladonna, 2013). L’avvio dell’estrazione mineraria in Groenlandia certo necessita di un potenziamento infrastrutturale, per cui già da tempo sono stati avviati  contatti con l’estero al fine di avviare collaborazioni mirate a sfruttare il sottosuolo groenlandese. La Cina da parte sua si è mostrata estremamente interessata a partecipare allo sviluppo infrastrutturale dell’isola soprattutto nelle zone ricche di bacini minerari. Due sono i siti risultati di maggiore interesse da parte cinese: la miniera di ferro di Isua sul versante Est e il giacimento di terre rare di Kvanefjeld nell’estremo Sud groenlandese. Nonostante il condiviso interessse, l’avvio dei lavori ha incontrato diverse resistenze.

 Dopo che la London Mining ha dichiarato bancarotta, la licenza per lo sfruttamento della miniera di Isua è stata trasferita alla General Nice di Hong Kong. Nel Social Impact Assessment (SIA) condotto tra il 2009 e il 2012, la stessa London Mining aveva dichiarato che sarebbero stati necessari tra i 1500 e i 3000 lavoratori esperti per realizzare il progetto. Nel 2012 il Naalakkersuisut (Governo groenalndese) allora guidato dal premier Kuupik Kleist e dal partito Inuit Ataqatigiit (IA) ha approvato lo Storskalalov che crea un framework per l’ingresso di mano d’opera straniera da parte di un’azienda per la realizzazione di progetti minerari di grande scala (London Mining, 2013). Lo stesso Paragrafo 18 del Mineral Resource Act recita: “[…] to the extent necessary for the activities, the licensee may use foreign labor if labor with similar qualifications does not exist or is not available in Greenland” (Mortensen, 2015). La legittimità di utilizzo di una consistente mano d’opera professionale proveniente dall’estero unita a un impatto ambientale considerevole in un’area, quella del fiordo di Nuuk, estremamente importante per la sussistenza del centro groenlandese più popoloso, hanno provocato sentite proteste e dimostrazioni.

Entro la fine del 2021 il Naalakkersuisut ha stabilito che che la General Nice di Hong Kong deve produrre un piano di  sfruttamento oltre ad un piano di capacità finanziaria al fine di avviare le operazioni entro il termine del 2025 (Schultz-Nielsen, 2018). L’altro giacimento che ha suscitato particolare interesse in ambito cinese è quello di Kvanefjeld, nel profondo Sud dell’isola, ricco di uranio e terre rare utili alla costruzione di missili e materiali tecnologici quali smartphone, hard disk e batterie. La compagnia di Stato Shenghe Resources, considerata la più grande fornitirice di terre rare sui mercati internazionali, ne detiene il 12.5%, mentre il restante 87.5% è proprietà dell’australiana Geenland Minerals (Gabanelli e Offeddu, 2019). Lo studio realizzato dal Cesi del 2017, sottolinea come “nel caso in cui il progetto dovesse ottenere i permessi di esplorazione da parte del governo groenlandese, la Cina si aggiudicherebbe di fatto il 60% delle risorse a disposizione, rafforzando la posizione di Pechino quale leader mondiale nel settore.”.  Nonostante la quota della compagnia cinese sia limitata, il suo ruolo nel progetto è estremamente rilevante dato che il prodotto estratto dal sito di Kvanefjeld sarà un concentrato di uranio e terre rare che verrà per la maggior parte lavorato in Cina, a Xinfeng.

Tuttavia l’estrazione e il procedimento di separazione, che deve obbligatoriamente avvenire nel sito di estrazione, è stato riconosciuto come altamente inquinante, motivo per il quale anche l’apertura di questo sito minerario ha incontrato diverse resistenze tra la popolazione locale. La questione dell’estrazione mineraria, relativa soprattutto all’uranio, è materia profondamente dibattuta negli ambienti politici groenlandesi perché profondamente connessa anche all’indipendenza dalla madre patria, infatti il via libera alle concessioni minerarie potrebbe se non emancipare, alleviare la dipendenza della Groenlandia dai sussidi provenienti da Copenaghen (Mian, 2018). Che gli investimenti cinesi possano avere una diretta influenza sull’asssetto politico e diplomatico groenlandese a breve termine sembra essere un’ipotesi piuttosto azzardata soprattutto per l’essenza della politica cinese all’estero che si caratterizza per una natura non interventista ma focalizzata sui vantaggi generati da una collaborazione di natura economica e commerciale (Fabbri 2019).  La quarta versione del Social Impact Assessment è tuttora al vaglio, dal suo esito tanto sarà deciso in materia di estrazione mineraria e opportunità per le comunità locali di diversificare un’economia estremante dipendente dal commercio della pesca.

Nonostante i progettti minerari di grande scala che hanno visto la partecipazione di investimenti cinesi siano ancora in processo di screening, l’interesse del Naalakkersuisut  per il potenziale inseplorato dei bacini minerari groenlandesi che si incontra con il forte interesse cinese di ampliare le forniture di risorse naturali necessarie a sostenere il suo sviluppo e di migliorare la sua influenza nella governance artica, rende la partnership sino-groenlandese una delle collaborazioni più rilevanti del futuro artico.   

 

 

 
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Marco Volpe

Marco Volpe

Ciao a tutti,sono Marco Volpe,analista dello Iari per la regione artica. La mia passioneper l’estremo Nordviene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tantotempo,raggiunto attraverso un percorsoiniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpretare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica,soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.
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