Nella storia del Cile è proprio questo che manca: il punto e a capo con la dittatura, un segnale forte di discontinuità con il regime pinochetista.

Lanciando una moneta abbiamo due possibilità. La testa ci fa vedere un Cile filo-occidentale, che per la sfera internazionale diventa il Paese più democratico del Sud America, il Paese delle sfrenate politiche liberiste, il Paese latino il cui Pil tocca le stelle. Ma la croce è lì, nascosta, sul retro dell’immagine di facciata. Una croce pesante, caricata sulle spalle della povertà. E’ l’altra faccia della medaglia che non siamo abituati vedere. Questa volta il Cile si mostra come uno dei Paesi con il più alto tasso di disuguaglianza al mondo, in cui l’1% della popolazione detiene il 26,5% della ricchezza, e il 50% più povero solo il 2% (1) Un Paese che, nonostante trent’anni di parlamentarismo, non ha ancora toccato con mano una vera e propria esperienza di vita democratica.

La Costituzione che governa il Cile è ancora quella varata durante la dittatura di Pinochet, perché nessun presidente, dal 1989 a oggi, ha mai avuto la forza politica di sradicarla e ricostruirla secondo valori nuovi, partecipati, democratici. Certo, qualche timida e balbettante riforma costituzionale è stata fatta, ma nella storia del Cile è proprio questo che manca: il punto e a capo con la dittatura, un segnale forte di discontinuità con il regime pinochetista.

Le rivolte popolari cilene nascono, crescono e maturano in questo spazio sociale stretto e profondamente consolidato. I giorni scorsi, l’aumento del prezzo del biglietto dei trasporti pubblici, passato da 800 a 830 pesos (circa 1,04€), ha scatenato l’indignazione generale nelle piazze cilene, a partire dalla grande Plaza Italia di Santiago, che ha accolto “La Marcha más grande de Cile“, la più grande manifestazione nella storia del Paese, con un milione di persone a protestare. E’ utile, per capire i disagi e i forti malumori, evidenziare come in Cile il salario minimo sia attualmente pari a 257.500 pesos, quindi 320€, e come circa il 50% dei lavoratori guadagni meno di 380€ mensili (2).

Ma tale aumento del costo dei trasporti non è altro che la goccia che ha fatto traboccare un vaso stracolmo di tensioni sociali, frutto di politiche liberiste e di occasioni perse per riscrivere la storia democratica cilena: tutto è privatizzato, tutto è caro, tutto è economicamente e socialmente insostenibile. L’istruzione indebita ogni giorno i giovani e le loro famiglie: Pinochet, nel 1981, scelse di puntare sull’Università privata, investendo in essa e tagliando fondi al settore pubblico. Da allora, se vuoi un’istruzione di qualità devi pagare. E tanto. Se non puoi permettertela o ti indebiti o mandi tuo figlio al macello delle scuole pubbliche, dove l’insegnamento è carente così come le stesse strutture edilizie. Sebbene nel 2015 la presidenta socialista Michelle Bachelet abbia attuato una riforma scolastica, non sono mancate manifestazioni e proteste contro questo passo nella direzione giusta, ritenuto tuttavia dagli studenti troppo piccolo, indeciso e inefficiente (3). Infatti, la situazione e il divario sociale non è pressoché cambiato.

A sinistra, l’attuale presidente Sebastian Piñera, responsabile dell’aumento dei costi dei trasporti; a destra, la socialista Michelle Bachelet.

Un discorso analogo può essere applicato al sistema pensionistico cileno, che si basa delle AFP, Administradoras de Fondos de Pensiones. L’AFP è un sistema introdotto sempre da Augusto Pinochet che, come per il sistema scolastico, fino a oggi non ha subito modifiche radicali. La parola d’ordine, anche in questo caso, è neoliberismo: infatti, si tratta di un sistema interamente privato, fondato sulla capitalizzazione individuale da parte di ciascun lavoratore o lavoratrice.

Se il regime pinochetista è stato sconfitto dal plebiscito del 1988, i suoi fantasmi aleggiano ancora nel presente. Fantasmi economici, fantasmi sociali, fantasmi incredibilmente sanguinari. Non è cambiato, in trent’anni di democrazia cilena, il modo di affrontare le tensioni, di reprimere il dissenso, di imporre il silenzio, il coprifuoco, la violenza.

Sale a diciotto il numero di fallecidos. Oltre 3mila le persone arrestate. Alcune donne detenute dichiarano di esser state stuprate dai carabineros. In Cile, i diritti umani sono stati violati con tutte le armi possibili a disposizione: botte, proiettili, stupri e ancora botte volti a reprimere la dignità e la fermezza delle convinzioni di chi protesta contro politiche neoliberiste arricchenti per i forti e devastanti per i deboli; contro un regime mai terminato, rimasto nascosto fino ad oggi dietro la maschera della democrazia. E non basta abbassare i prezzi della metro, non basta promettere compromessi sociali, se nel frattempo si impongono le violenze sulle parole. Se non si ascolta. Se non si capisce il problema. Se non si cambia radicalmente, formando un’assemblea costituente, riscrivendo la storia del Paese e ri-bilanciando quell’asse sociale che oggi pende tutto dalla parte dei pochi che detengono troppo a discapito dei molti, che invece non hanno niente.

Il debito con il regime pinochetista necessita di essere affrontato dall’intera comunità cilena nella sua complessità e nell’eredità che ha lasciato al presente. E bisogna farlo al più presto. Altrimenti, con il tempo, i tassi di interesse diventeranno sempre più elevati e le tensioni sfoceranno in continue, violente, dittatoriali repressioni destinate a crescere, ad alimentarsi, a minare ancora più la libertà dei cileni di riscrivere la propria storia mettendo un punto dove nessuno ha avuto il coraggio di farlo e iniziando da zero un nuovo capitolo, più equo e democratico.

1 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-crisi-cilena-e-la-fragilita-delle-nostre-democrazie-24242

2 https://www.elmostrador.cl/noticias/pais/2016/07/18/a-quien-sirve-el-negocio-de-las-afp/

3 https://www.internazionale.it/notizie/2015/06/25/la-riforma-dell-istruzione-in-cile-tra-le-proteste-di-studenti-e-insegnanti

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