Si continua a cercare al-Baghdadi, il califfo dell’ISIS che più volte, negli scorsi mesi e durante lo scorso anno, è stato dato per morto in alcune azioni militari, come quelle portate a termine da parte della Russia. Le intelligence occidentali e quelle dei Paesi arabi non smettono di dargli la caccia, soprattutto a seguito di un suo ultimo video diffuso il 28 aprile 2019 dal al-Furqan, organo di propaganda del gruppo, in cui egli invita ad intensificare gli attacchi in Mali e Burkina Faso contro la Francia e i suoi alleati occidentali. Inoltre, fa riferimento alla destituzione del presidente sudanese al-Bashir e alla fine del potere di Bouteflika in Algeria. Entrambi, coerentemente con la strategia mediatica e l’ideologia del gruppo terroristico, vengono definiti “tiranni”. Il suo discorso contiene un riferimento alla strage del 21 aprile in Sri Lanka e fomenta i seguaci dello Stato islamico responsabili delle crudeli azioni dopo la sconfitta dello Stato islamico a Baghuz nel mese di marzo.

In queste ultime settimane si rimarca un certo attivismo dell’intelligence irachena nell’ambito dell’operazione “Will of victory”, mirata a eliminare i residui elementi “neri” e ovviamente alla ricerca del leader Islamisti. Varie fonti sostengono che al-Baghdadi si nasconda in Siria con altri membri dell’organizzazione. Una fonte ignota che ha rilasciato informazioni alla testata “Al-monitor” precisa che un tale Jabbar al-Iraqi potrebbe essere l’elemento chiave per arrivare al numero uno di Daesh.  Con precisione si tratta di un uomo appartenente alla tribù Shimmari, una delle più importanti e numerose in Iraq, con una significativa presenza anche nel nord-est siriano, che avrebbe favorito il passaggio dei miliziani al confine tra Siria e Iraq. A questo proposito si ritiene che il leader si sia trasferito in Iraq prima o dopo dell’assedio di Baghuz per mano delle FDS supportate dagli Stati Uniti.  Altre fonti non precisate suppongono che il califfo abbia trascorso gran parte del suo tempo nella regione orientale irachena dell’Anbar, dove, in questi anni, l’Isis ha potuto rafforzare la sua presenza sfruttando l’esclusione della comunità locale sunnita nel contesto iracheno, condizione maturata a seguito del rovesciamento del regime di Saddam Hussein e al peso sulla vita politico-militare degli Stati Uniti e dell’Iran. Perciò, al-Baghdadi potrebbe nascondersi in Iraq, o al confine con la Siria, o ancora nel nord-est siriano. Più volte è stata smentita la possibilità (“Times” e “BBC”) che egli avesse annunciato l’entrata in scena di un suo successore, Abdullah Qaradosh, ex leader religioso di al-Qaeda vicino all’Isis.

Resta alta la tensione al confine iracheno, nel nord-est siriano e sul lato orientale, dove sporadicamente si verificano attentati e imboscate da parte di cellule dormienti che sono la riprova che l’Isis ha perso terreno, è stato sconfitto, ha cambiato strategia, ma non è stato definitivamente annientato e che è pronto a ricomparire in teatri come Afghanistan, Iraq, Libia o in Africa attraverso le sue “succursali”. I recenti attacchi che hanno avuto luogo nella Siria orientale vanno letti come il tentativo di far leva sul malcontento locale delle tribù che non vedono di buon occhio la presenza delle milizie curde. Altri stati, come la Giordania, non mettono in secondo piano il dossier sicurezza. Infatti, da domenica 25 agosto, ospitano l’esercitazione multinazionale “Eager Lion”, nonché un addestramento militare di due settimane, per cui ventotto Paesi simuleranno operazioni di rapimento di ostaggi, di liberazione e del salvataggio di detenuti con l’ausilio di elicotteri militari. L’obiettivo è chiaramente quello di rafforzare la sicurezza delle frontiere, la problematiche degli sfollamenti di massa, già affrontata dallo stato in questione, di reagire alla presenza di armi di distruzione di massa ed attacchi informatici, e di combattere qualsiasi minaccia legata a gruppi estremisti come quello dell’Isis che conta numerosi foreign fighter di ritorno. 

Mentre ci si continua ad interrogare su al-Baghdadi, emergono tre nuovi “dirigenti” Isis: Sami Kasim Muhammad al-Jaburi, dato per morto nel 2016 dai Curdi e responsabile della gestione dei fondi del gruppo; Amir Muhammad Sa’id Abdal-Rahman al-Mala, ideologo del gruppo e responsabile del genocidio yazida e infine Najim al-Jaburi, esperto di armi dell’Isis. Su di loro pende una taglia di oltre 5 miliardi di dollari.

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