In questi ultimi giorni si sta commemorando a Rijeka, in Croazia, il centenario dell’occupazione della città di Fiume condotta da Gabriele D’Annunzio. Come al solito, il problema di Rijeka (in italiano Fiume) ha destato nuovamente tensioni sia in Italia che in Croazia. In questi giorni, infatti, tra le due sponde dell’Adriatico si sta commemorando l’anniversario parallelamente. A Rijeka, la città più liberale di un paese al contrario molto conservatore, il centenario si sta svolgendo in un’ottica prettamente antifascista, commemorando l’evento come un’occupazione della città dalle forze fasciste. Nello stesso momento a Trieste, sull’altra sponda del mar Adriatico, la statua di Gabriele D’Annunzio è stata inaugurata in Piazza della Borsa, e al contempo è stata inaugurata anche una mostra fotografica in cui l’occupazione di Fiume è stata raffigurata come una rivoluzione nazionalista positiva.

L’evento ha destato non poche polemiche in Croazia e anche la presidente della Repubblica Kolinda Grabar-Kitarović, ha dichiarato che “Rijeka era e rimane una parte fiera della Patria croata e il monumento scoperto oggi a Trieste che glorifica l’irredentismo e l’occupazione, è inaccettabile”, mentre il ministro degli esteri croato ha affermato che la statua in onore di D’Annunzio inaugurata proprio in questo periodo va contro i principi ed i valori sui quali l’Unione Europea è stata fondata.

Non è la prima volta che quest’anno le relazioni diplomatiche tra Italia e Croazia si sono incrinate per questioni riguardanti gli avvenimenti della prima metà del Novecento. Già a febbraio di quest’anno era scoppiato un caso diplomatico a causa di alcune affermazioni del presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, il quale aveva dichiarato «Viva Trieste, viva l’Istria italiana, viva la Dalmazia italiana, viva gli esuli italiani, viva gli eredi degli esuli italiani». Parole che già avevano indignato le istituzioni croate e tacciate di irredentismo. Le ultime mosse dell’Italia al riguardo della questione Istria e Fiume appaiono certamente ridicole e di cattivo gusto, condite da un irredentismo anacronistico. Movimenti che cercano di riportare a galla questioni che ormai lasciano il tempo che trovano e, con modi quasi provocatori, cercano di alimentare sentimenti nazionalisti che negli ultimi anni stanno riaffiorando sempre con più forza.

Allo stesso tempo, però, bisogna riconoscere che la Croazia sicuramente non può essere considerato un paese dominato da forze liberali e progressiste, e che le risposte indignate delle proprie istituzioni celano sempre un orgoglio nazionalista violato. Non bisogna dimenticare che la Croazia è nata da conflitti sanguinolenti in nome del nazionalismo più estremo, e i processi di costruzione dell’identità nazionale croata sono stati portati avanti da quello che molti studiosi hanno chiamata un “etno-nazionalismo” e hanno previsto una differenziazione su base etnica e religiosa rispetto ai paesi con cui un tempo condividevano lo stesso paese, portando anche avanti processi di nazionalizzazione della lingua.

La Croazia rimane sempre un paese estremamente nazionalista e il governo di Andrej Plenković sembra tollerare ancora slogan ustasha come il saluto fascista croato “Per la patria pronti” e fornisce favoritismi e assistenzialismo ai veterani della formazione paramilitare HOS che combatterono nella guerra in Jugoslavia, i quali fin dal 91 fecero uso di iconografie ustasha e saluti romani. Sembra chiaro, dunque, come ogni commemorazione storica nella e sulla città di Fiume rimane e rimarrà, sia da parte italiana che da parte croata, sempre una spiacevole fiera del nazionalismo più becero.

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