Il COVID-19 sta mettendo a dura prova gli Stati di tutto il mondo. Ci sono settori, però, che non ricevono la stessa attenzione degli altri, tra questi la popolazione carceraria latinoamericana, ad alto rischio a causa del sovraffollamento esistente e delle pessime condizioni igienico-sanitarie.  

 



In un periodo in cui le parole chiave comuni all’intero pianeta sono “distanziamento sociale”, “accesso alla sanità” e “igiene personale”, immaginate un luogo nel quale centinaia di persone si trovano costrette a vivere in spazi ristretti, insalubri, con uno sporadico accesso all’acqua, un’inesistente assistenza medica e nessun controllo tampone. Ebbene, questo luogo immaginario, che pare oggi così distante dalla realtà che ci circonda, tratteggia un tipico penitenziario latino americano o caraibico (si era già accennato all’argomento in COVID-19, CARCERE E DIRITTI UMANI: DALLE RIVOLTE IN AMERICA LATINA ALLE SCARCERAZIONI DEI BOSS IN ITALIA)

 

 

Condizioni preoccupanti

Quanto descritto non è un’esagerazione. Le carceri latinoamericane soffrono da anni di gravi problemi strutturali che l’emergenza sanitaria sta portando all’estremo: primo fra tutti il sovraffollamento, che in America Latina raggiunge quota 60% (secondo quanto riportato dallInstituto para la Investigación de Política Criminal). Basti pensare che il tasso medio di reclusione in Sud America è di 233 per 100.000 abitanti, in America Centrale raggiunge i 316 mentre in Europa occidentale è di 81. A questi dati si aggiunga che il continente latinoamericano è la regione del mondo con più detenuti preventivi: quasi il 50% dei reclusi è ancora in attesa di una sentenza[1].

[1] CARRANZA E. Situación penitenciaria en América Latina y el Caribe ¿Qué hacer?, Anuario de Derechos Humanos 2012

Il distanziamento sociale è impossibile da attuare nelle carceri di Haiti, Guatemala, Bolivia, El Salvador e Honduras, dove il numero di detenuti è tra il doppio e il quadruplo della capacità massima che queste possono ospitare. In Colombia, ad esempio, secondo testimonianze raccolte dalla BBC, in una cella adibita ad ospitare 4 persone sono presenti in realtà detenuti per 3 o 4 volte il numero consentito.
Al problema cardine del sovraffollamento si aggiungono condizioni igienico-sanitarie alquanto precarie: molti reclusi sono costretti a dormire per terra, nei corridoi o nei bagni, non hanno accesso all’acqua e quando questo accade si tratta per lo più di acqua non potabile, come riportato dal Banco Interamericano de Desarollo.

Covid-19: una bomba ad orologeria

Le precarie condizioni dei detenuti sommate alla pandemia Covid-19, rende le carceri sudamericane e caraibiche una bomba pronta ad esplodere. Nonostante i primi casi confermati di Coronavirus in America Latina, quasi nessuno dei Paesi ha prontamente stabilito delle misure atte a proteggere 1,7 milioni di persone detenute nella regione. Il modus operandi attuato è stato quello di isolare completamente le prigioni dal mondo esterno, annullando le visite dei parenti e i permessi di uscita a tempo indeterminato. Se queste misure cautelari sono risultate valide per le popolazioni di tutto il mondo – sottoposte a periodi di quarantena ed isolamento – non lo sono state di certo per i penitenziari che hanno continuato a registrare entrate ed uscite dei funzionari e del personale, nonché l’arrivo giornaliero di nuovi detenuti. La diffusione del virus, quindi, è stata solo questione di tempo. Secondo i dati raccolti dal New York Times, il Cile conta già 685 casi confermati tra detenuti e personale carcerario; la Colombia più di mille; il Perù circa 1500. In molti Paesi, però, il tasso di contagio nelle carceri è sconosciuto per via dei pochi test effettuati: in Brasile, che annovera quasi 746.000 detenuti – ovvero la terza più grande popolazione carceraria del mondo – è stato sottoposto alla prova tampone solo lo 0,4% dei carcerati.

L’arrivo dei primi contagi ha scatenato violente reazioni da parte dei detenuti latinoamericani: da Lima a El Salvador, passando per San Paolo e Buenos Aires senza dimenticare Bogotá e Caracas, si sono verificate feroci rivolte che hanno portato, oltre ad evasioni e scioperi della fame (come avvenuto in Brasile e in Argentina) al ferimento ed alla morte di detenuti e guardie carceriere.

La risposta dei governi e dell’opinione pubblica

Davanti all’emergenza i governi hanno agito sospendendo le visite dei familiari, inviando alcuni detenuti in centri penitenziari temporali e scarcerandone altri. Queste misure non sono, però, esenti da critiche. Se il trasferimento di carcerati da un penitenziario ad un altro non risolve il problema del sovraffollamento ma anzi tende a replicarlo e rischia di velocizzare il contagio, gli ulteriori due provvedimenti hanno infiammato sia la popolazione carceraria sia l’opinione pubblica. La soppressione dei colloqui con i familiari – pur avendo giusti fondamenti – ha generato tensione nelle carceri. Bisogna ricordare, infatti, che in molti centri penitenziari della regione, ad esempio in Venezuela, non esiste un programma di alimentazione statale e il sostentamento dei detenuti è demandato al cibo portato loro dalla famiglia. Il tema della scarcerazione, invece, ha ricevuto parecchie critiche soprattutto dalla cittadinanza; nonostante i giudici di Messico, Colombia, Perù, Bolivia, Argentina e Cile abbiano fino ad ora concesso la libertà soltanto a donne con figli e ad anziani e abbiano assicurato che di questo beneficio non usufruiranno detenuti accusati di reati gravi, l’opinione pubblica teme che i governi siano incapaci di garantire loro la giusta sicurezza. In Argentina, la popolazione ha dato vita ad un cacerolazo (tipica manifestazione argentina pacifica e rumorosa) diverso dal solito, protestando dai balconi – dato il lockdown imposto nel Paese – al fine di manifestare il proprio dissenso alla scarcerazione dei prigionieri e a nulla sono valse le spiegazioni del presidente Alberto Fernández.

 

Sulla questione è intervenuto anche l’UNHCHR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani). Michelle Bachelet (a capo dell’UNHCHR), ricordando che rientra tra gli obblighi dei governi proteggere il benessere fisico e mentale dei propri detenuti, ha denunciando la mancanza di misure adeguate volte ad evitare la diffusione del virus nei penitenziari.

L’argomento “carceri” in America Latina non è certamente una questione dell’ultima ora. Purtroppo, il problema resta principalmente la mancanza di risorse per migliorare le infrastrutture – essendo una tema lontano dalle simpatie elettorali – al quale fa seguito la prevalenza di un dogma giudiziario secondo cui la soluzione per qualsiasi tipo di crimine (anche essere un dissidente del governo) è la privazione della libertà. Lungi dal voler trovare un lato positivo nell’avvento del Coronavirus, non si può negare che esso stia rimestando tutte le carte in tavola, facendo emergere questioni importanti – come le condizioni disumane riservate ai reclusi – che in tempi oggi definibili come “normali” tendono spesso ad essere volontariamente celate dai governi nazionali.

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