La tornata elettorale del 21 febbraio, oltre ad assegnare i 290 seggi dell’assemblea consultiva della Repubblica Islamica, svela le sfide presenti e future del gigante persiano.

Il 21 febbraio scorso, nella Repubblica Islamica dell’Iran, si sono tenute le elezioni parlamentari utili per rinnovare i 290 seggi dell’assemblea consultiva.
Per quanto il parlamento abbia in Iran funzione legislativa, il suo reale potere all’interno della gerarchia sciita è limitato e circoscritto.
La tornata elettorale, però, ha mostrato diversi fattori di interesse per comprendere recente passato, presente, e imminente futuro del gigante persiano.

I primi indizi sono rivelati da numeri e dati.
L’affluenza alle urne ha superato di poco il 42 per cento complessivo, venti punti percentuali in meno delle medesime votazioni del 2016, e mai così bassa dai prodomi della nascita della Repubblica nel 1979.
Nelle principali città del paese, Teheran su tutte, l’affluenza ha inoltre faticato a superare il 25 per cento.
Uno smacco per l’ala conservatrice della teocrazia, contrapposta nell’agone elettorale dalla componente moderata e riformista, che in particolar modo per mano della Guida Suprema Ali Khamenei – lo Ayatollah che dalla morte di Ruhollah Khomeini è massima istituzione sia politica che religiosa – ha cercato tramite il voto di dimostrare la propria forza e la propria presa popolare.
Obbiettivo largamente mancato, figlio soprattutto degli ultimi anni di importante flessione economica, e degli ultimi avvenimenti che hanno contribuito alla diffusa disaffezione della società civile nei confronti dei governanti.
Dall’elezione datata agosto 2013 a Presidente della Repubblica di Hassan Rouhani, l’uomo che incarna maggiormente l’animo dei moderati iraniani, era iniziata una progressiva apertura reciproca fra Iran e comunità internazionale, suggellata nel 2015 dall’accordo sul nucleare siglato sotto l’egida del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea.
Un’opportunità che la popolazione aveva colto come volano per la propria economia, stretta dalle sanzioni delle potenze occidentali, naufragata poi con la strategia di massima pressione del Presidente americano Trump che, una volta preso possesso dello studio ovale, non solo ha ritarato l’adesione a stelle e strisce dall’accordo, ma ha ulteriormente inasprito le sanzioni portando oggi il sistema produttivo iraniano non lontano dal collasso.
La speranza riposta in Rouhani e nelle sue capacità di porre fine all’isolamento del suo paese si è man mano sgretolata con l’aumentare della disoccupazione, dei prezzi di beni di prima necessità e dell’inflazione del rial, la moneta locale.
Tutti elementi cardine delle proteste che hanno attraversato la nazione nel novembre scorso, che sono state represse nel sangue, e che sono interpretabili come un chiaro segnale di debolezza delle stesse élite che grazie alle ultime elezioni hanno cercato di tutelarsi.

fermo immagine delle proteste del novembre 2019

  Dei 290 seggi disponibili, infatti, 219 sono stati vinti dai conservatori, 35 da indipendenti, 5 garantiti per legge alle minoranze religiose.
Se si tiene in considerazione che 11 seggi saranno assegnati con ulteriori elezioni nel mese di aprile, si comprende che ai riformisti siano rimaste le briciole di appena 20 posti, nessuno dei quali, fra l’altro, conquistato nei 30 disponibili del più popoloso dei 158 collegi elettorali, quello della capitale Teheran.
Un risultato che è conseguenza soprattutto del poderoso giro di vite applicato dal Consiglio dei Guardiani, organo di rilievo costituzione nell’Iran post rivoluzione, che ha squalificato circa la metà delle migliaia di candidature parlamentari, parlamentari in carica inclusi, avvantaggiando largamente le personalità gradite all’Ayatollah Khamenei che ha così ampliato il controllo sulle leve del potere della Repubblica.

Un’operazione, quest’ultima, sicuramente impopolare, ma che stringe la presa della Guida Suprema su un paese che si prepara a vivere un futuro dai contorni particolarmente incerti sia sul fronte interno, sia sul fronte esterno.

Il primo nodo da sciogliere riguarda la politica di casa, che per mezzo di altre elezioni, dovrà eleggere un nuovo Presidente della Repubblica l’anno prossimo, nel 2021.

Tramontata la parabola moderata di Rouhani, riprende vigore l’ala più intransigente che, dall’elezione a Presidente di Mahmoud Ahmadinejad nel 2005, ha visto nei riformisti gli avversari da epurare, tanto che molti di loro sono ancora agli arresti domiciliari e che il nome e l’immagine del predecessore di Ahmadinejad, il riformatore Mohammad Khatami, sono banditi dai media nazionale.

Nella contesa spicca la figura del neoeletto Mohammad Bagher Ghalifab, ex sindaco di Teheran – proprio come Ahmadinejad – veterano della guerra Iran Iraq, ed ex comandante del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, il più potente organo militare iraniano.
È probabile che, nell’anno di tempo che separa l’Iran delle elezioni presidenziali, sarà lui a dirigere l’azione parlamentare che proverà in ogni modo a mettere i bastoni fra le ruote al governo di Hassan Rouhani.

Dietro l’angolo anche l’enorme punto interrogativo che pone la successione di Khamenei, che a luglio compirà ottantuno anni e che alcune fonti accreditano essere malato di tumore.
Il figlio Mojtaba sembra scaltro, inserito e agguerrito abbastanza per poter aspirare a ricoprire il ruolo del padre.
Fervido sostenitore di Ahmadinejad negli anni della presidenza di quest’ultimo, è particolarmente introdotto nei circoli di sicurezza e intelligence del
deep state iraniano.

Mahmoud Ahmadinejad, sesto Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran

Sul fronte della politica estera, invece, il compattamento dell’ala dei conservatori indica chiaramente che l’attuale Guida Suprema ha necessità di serrare i ranghi delle sue élite più fedeli in vista di tempi difficili.
La strategia del Presidente Trump non solo ha sfiancato l’economia nazionale, ma mira direttamente a screditare proprio i turbanti neri della teocrazia sciita.
Il modello khomeinista, a più di quarant’anni anni dalla rivoluzione che forgiò la Repubblica Islamica dell’Iran, traballa sotto i colpi delle sempre più frequenti proteste di piazza, e una possibile rielezione del
tycoon newyorkese alla Casa Bianca potrebbe assestargli la spallata decisiva.

La preoccupazione maggiore è che la massima pressione esercitata dall’amministrazione americana possa allontanare ulteriormente i partner occidentali di Teheran, il Regno Unito di Boris Johnson su tutti.
L’apatia degli elettori potrebbe far credere a Trump che la sua scommessa stia pagando dividendi, va però tenuto in considerazione che la disillusione degli iraniani è in forte aumento, e che sia dentro che fuori dai confini le alternative politiche credibili sono esigue.
Quindi, nonostante subito dopo il voto il Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale abbia inserito l’Iran nella lista nera dei paesi ad alto rischio per qualsiasi trasferimento di denaro o transazione finanziaria, gli
hardliner potrebbero perseverare nella loro spregiudicata politica estera, inasprendo ulteriormente il clima della regione.
Siria, Yemen e Libano, i fuochi dove i conservatori iraniani hanno allargato la propria influenza per mano rispettivamente del Presidente sciita alauita Bashar al-Assad, dei ribelli Houthi e dei militanti del movimento Hezbollah, e che sono pronti a riattizzare.
Washington e la sua amministrazione sono avvisati.

Fonti:

https://en.radiofarda.com/a/iran-gradually-releases-election-figures-delays-tehran-turnout-announcement/30450070.html

https://www.aljazeera.com/news/2020/02/conservatives-early-gains-iran-parliamentary-election-200222103305599.html

https://www.redstate.com/elizabeth-vaughn/2020/01/08/ayatollah-ali-khamenei-is-aging-and-may-have-cancer-what-happens-when-he-dies/

https://www.bbc.com/news/world-middle-east-48119109

https://www.reuters.com/article/us-iran-fatf/global-watchdog-places-iran-on-terrorism-financing-blacklist-idUSKBN20F1Z6

The following two tabs change content below.
Davide Agresti

Davide Agresti

Davide Agresti

Ultimi post di Davide Agresti (vedi tutti)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: