Fin dal 1861, quello del debito pubblico è un tema che investe ogni questione economica del nostro Paese.  Ad esclusione del periodo che va dal secondo dopoguerra ai primi anni Ottanta, l’indebitamento è stato un problema costante: gli anni in cui si è registrato un livello debito/PIL inferiore al 60% (livello considerato ottimale dal Patto di Stabilità e Crescita) sono solo una quarantina.  Dall’Unità di Italia ad oggi, possiamo distinguere quattro momenti storici in cui si assiste ad un incremento considerevole del rapporto debito/PIL(cinque, contando la crisi attuale e ipotizzando un aumento inevitabile del rapporto nei prossimi anni).
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La prima impennata avviene nel 1897, a causa della crisi economica di fine secolo e delle spese sostenute per le guerre coloniali. Nonostante la presenza di un saldo primario positivo, il debito raggiunge il 117% del PIL. Poi, grazie alla crescita dell’età giolittiana, il rapporto diminuisce fino ad avvicinarsi al 70%.
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Il secondo momento di accumulo è una conseguenza diretta della Prima guerra mondiale. Nel primo dopoguerra, a causi degli enormi costi connessi allo sforzo bellico e alle vicende del “biennio rosso”, il rapporto debito/PIL passa dal 71% del 1913 al 160% del 1920. Questa volta, però, la riduzione avviene molto più lentamente. Nel 1924 il debito rappresenta ancora il 142% del PIL. La seconda crisi può dirsi conclusa solo nel 1926, quando, grazie alla cancellazione dei debiti di guerra e a un livello di inflazione favorevole, il rapporto debito/PIL scende a quota 50%.

 

La crisi del ’29 colpisce in maniera piuttosto marginale il debito pubblico italiano. Si tocca il picco nel 1934, quando il rapporto raggiunge quota 88%, ma il buon andamento economico del Paese consente di ridurlo in pochi anni, nonostante le elevate spese militari.

 

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Il terzo incremento avviene in concomitanza con l’ingresso in guerra al fianco dell’Asse. Nel 1943 il rapporto debito/PIL decolla fino a raggiungere il 108%. Tuttavia, grazie ad un livello di inflazione eccezionalmente alto, nel secondo dopoguerra gran parte del debito si dissolve. Nel 1946 rappresenta solo il 40% del PIL.
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Nei primi tre momenti di accumulo del debito, quindi, ristrutturazioni parziali e alti livelli di inflazione hanno permesso una risoluzione agevole del problema, riportando sempre il debito pubblico ad un livello sostenibile. Tralasciando i primi anni di ricostruzione post-bellica, in cui il rapporto debito/PIL rimane stabile, nel periodo che va dal 1950 al 1968, quello del boom economico, l’Italia cresce in media del 5% annuo il costo del debito è inferiore al tasso di crescita. Il rapporto debito/PIL nel 1964 si attesta al 33%. Questa situazione favorevole continua per tutti gli anni Sessanta. Anche se, già a partire dal 1968, a causa delle tensioni economiche e finanziarie che iniziano ad emergere sia sul piano interno sia sul piano internazionale, il rapporto sale al 41%.
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La quarta impennata avviene in un lasso temporale lungo vent’anni: tra il 1974 e il 1994. Ad oggi, non siamo ancora stati in grado di riassorbire l’eccesso di debito accumulato in quell’epoca. Gli sforzi, tuttavia, non sono mancati: siamo stati gli unici in Europa a chiudere in attivo quasi tutti i bilanci dal 1995 ad oggi. Tuttavia, la crisi del 2008 ha fatto schizzare il rapporto debito/PIL al 130% e vanificato tutti gli sforzi precedenti. Appesantiti dagli interessi sul debito e da una crescita di fatto inesistente, non siamo ancora riusciti a recuperare i livelli pre-crisi.
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Ma come siamo finiti in queste sabbie mobili?

Durante gli anni del boom economico, tutti i Paesi europei si organizzano per creare una grossa rete di welfare. In Italia il rapporto tra spesa pubblica e PIL passa dal 30% del 1960 al 40% del 1980. Negli anni Sessanta possiamo permetterci questo aumento della spesa pubblica: cresciamo ad un ritmo del 5% annuo e l’inflazione sembra essere sotto controllo. In una decade il rapporto debito/PIL aumenta in maniera piuttosto contenuta.

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Gli anni Settanta, però, iniziano a mostrare i primi segni di cedimento. Continuiamo a crescere, ma a un ritmo inferiore a quello precedente, in media del 3,4%. L’inflazione, a causa della crisi petrolifera del 1973, cresce vertiginosamente in tutto il mondo. Tuttavia, una politica monetaria permissiva da parte degli Stati Uniti garantisce tassi reali favorevoli. Nel frattempo, la spesa pubblica per sostenere le politiche di welfare promosse nel decennio precedente continua ad aumentare. Eppure, nonostante i pesanti deficit di bilancio, il rapporto debito/PIL rimane ad un livello inferiore al 60%.
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Per quale motivo?

A partire dal 1975, un accordo tra governo e Banca di Italia permette il successo delle aste dei titoli di Stato. i titoli rimasti invenduti venivano comprati dalla nostra Banca Centrale tramite l’emissione di nuova moneta. In questo modo il peso del debito non gravava sui conti pubblici, ma veniva scaricato sulla lira, che, infatti, tra il 1975 e il 1980 si svaluta del 40% rispetto al dollaro. Nel frattempo, i governi dell’epoca, senza distinzione di colore, continuano a non rispettare la benché minima disciplina di bilancio.

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Con l’avvento del nuovo decennio esplode la bomba che condanna il nostro Paese ad avere un livello di debito sempre più preoccupante.

Nel 1981, il Presidente americano Reagan e il Governatore della Federal Reserve Volcker decidono di attuare una forte politica antiinflazionistica. Nei primi sei mesi i tassi si impennano. La Banca di Italia è costretta, come tutte le banche mondiali, ad inseguire la FED. Senza inflazione, scaricare il peso del debito sulla lira diventa impraticabile, mettendo in luce quanto precario fosse il nostro equilibrio. Nel 1981 la lira si svaluta di un altro 40% rispetto al dollaro. Nello stesso anno, il ministro del Tesoro Andreatta e il Governatore della Banca di Italia Ciampi avviano il c.d. “divorzio”, con cui si libera la Banca centrale dall’onere di comprare i titoli rimasti invenduti nelle aste. Ciò permette alla lira di continuare a fare parte dello SME, il meccanismo di fluttuazioni limitate tra le valute europee, fase embrionale della successiva unione monetaria. La scelta viene contestata da tutti i partiti, ulteriore indicatore che una disciplina di bilancio responsabile non era condivisa né della destra né della sinistra.

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Le condizioni con cui ci affacciamo al 1982 non fanno invidia nemmeno ad uno Stato sud-americano:l’inflazione si attesta al 16,5%, i tassi di interesse superano il 25% e lo spread Btp-Bund tocca i 1175 punti base, record assoluto. La speranza che i governi si responsabilizzino di fronte al “divorzio” è vana. Per tutti gli anni Ottanta i bilanci di Stato vengono chiusi con saldi primari negativi, a livelli che, oggi, fanno rabbrividire. E pensare che sono anni di crescita economica e di incremento delle entrate.  Finanziarsi sui mercati inizia a diventare davvero costoso per l’Italia. Nel 1980 il rapporto debito/PIL si attesta al 56%; nel 1990 tocca quota 95%. Nel 1994, complice anche l’attacco speculativo allo SME effettuato dal finanziere George Soros nel 1992 e la conseguente svalutazione della lira, il debito supera il 120% del PIL.
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È solo da questo momento, anche a causa della firma del Trattato di Maastricht, che in Italia inizia a tenersi, finalmente, una politica di bilancio responsabile. Ma nonostante ogni anno il bilancio venga chiuso in attivo, la riduzione totale del debito è lenta e viene del tutto vanificata dalla crisi. Questo principalmente per due motivi.  Il primo sono gli interessi. Il debito italiano ha raggiunto dimensioni tali per cui, fino al 1997, la spesa per interessi non è scesa sotto la soglia del 10% del PIL. Nel corso degli anni, poi, il rapporto è diminuito costantemente fino ad arrivare al 3,4% odierno.
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Il secondo problema è la crescita. Si può affermare senza troppe remore che l’Italia non si è indebitata per investire sulla crescita economica. O se ci ha provato ha fallito. Negli anni Sessanta e Settanta il PIL italiano cresceva più in fretta rispetto a quello dei suoi vicini europei. Tuttavia, a partire dagli anni Ottanta, la tendenza si inverte. Durante il decennio successivo, il PIL italiano è cresciuto in media del 1,7% l’anno contro il 2,2% della zona euro. Nel 2000 la situazione non ha fatto che peggiorare: la crescita italiana rasenta lo zero, mentre quella dei nostri vicini supera di poco l’1%. Negli ultimi anni la crescita italiana è praticamente pari a zero.
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In questo contesto si inserisce la situazione attuale. L’epidemia ha causato un’impennata del debito e una discesa vertiginosa del PIL, facendo schizzare il rapporto oltre il 160%. Ad oggi, grazie all’acquisto massiccio di titoli di Stato italiani da parte della BCE (il 18% in più rispetto a quelli che avrebbe comprato in tempi normali), riusciamo a finanziarci con tassi di interessi convenienti. Ma, nel medio-lungo periodo, gli acquisti della BCE dovranno per forza di cose ridursi. L’Italia, a quel punto, o avrà imboccato la strada della crescita o si ritroverà in una situazione scomoda: gli investitori inizieranno a pretendere tassi di interesse proporzionati al nostro livello di rischio e, in un batter d’occhio, potremmo ritrovarci in una situazione simile a quella del 2011. In questo senso, le misure messe in campo dall’UE negli ultimi mesi e le decisioni del Consiglio europeo dei giorni scorsi potrebbero garantirci la liquidità necessaria per ripartire, con tassi convenienti e scadenze lunghissime.
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Ora è tutto nelle nostre mani. Presentare un paio di riforme credibili, realizzabile ma ambizioso, deve essere la priorità. Crescita e successivo abbattimento del debito devono essere le parole d’ordine per il futuro.Non possiamo permetterci di sbagliare. Ad oggi stiamo pagando le conseguenze di vent’anni di politiche di bilancio irresponsabili. Non possiamo permettere che le prossime generazioni si ritrovino nella stessa situazione. Dobbiamo imparare dalla nostra storia: solo una crescita costante e una diminuzione del debito possono garantirci di uscire dalla palude in cui viviamo da troppo tempo.
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