Nicolas Maduro ha recentemente esultato per il ritiro del Venezuela dall’OAS (Organizzazione degli Stati Americani), etichettandola in maniera provocatoria come il “Ministero delle Colonie Statunitensi”. Maduro esorta la popolazione a dire no all’invasione statunitense, non nasconde timori riguardo a un attacco USA e avverte le forze armate di tenersi sull’attenti in vista di un’eventuale offensiva americana. In più, da notare come il recente fallimento del piano di opposizione venezuelana fortifichi la posizione di Maduro, l’amministrazione Trump si trova alle strette e “punta il dito” contro gli attori internazionali sostenitori del Presidente venezuelano. Il ritorno del Titolo III dell’Helms-Burton Act del 1996 e l’embargo (el bloqueo) inasprisce il “gelo” con Cuba

È ormai palese come la crisi venezuelana stia diventando in maniera indiretta un terreno di scontro tra gli attori politici dello scenario internazionale, l’autoproclamato Presidente ad interim Juan Guaidò ha ricevuto il riconoscimento finora di Stati Uniti e dell’Unione Europea, mentre tra i principali sostenitori di Maduro troviamo Cina e Russia. E qual è il ruolo di Cuba in questa storia?

Malgrado Cuba lo neghi, secondo gli USA l’isola caraibica sta giocando un ruolo fondamentale all’interno della questione venezuelana, secondo gli americani la campagna contro Maduro guidata dal leader dell’opposizione (Guaidò) non ha trionfato finora a causa dell’influenza di migliaia di cubani dentro la struttura militare e dell’intelligence venezuelana. Considerando come negli ultimi tempi Maduro abbia fortificato la sua posizione, l’amministrazione Trump decide di “aggirare” il problema focalizzandosi su coloro che (a detta sua) sono i principali “aiutanti” del regime di Maduro. Come colpire Cuba? Il ritorno del Titolo III dell’Helms-Burton Act del 1996: embargo.

Innanzitutto, che cos’è questo Helms-Burton Act?

Questa legge, introdotta nel 1996 e rispolverata adesso da Trump, aggrava l’embargo di naturale commerciale, economica e finanziaria imposto dagli Stati Uniti contro Cuba, gli americani ritireranno tutti i finanziamenti verso le organizzazioni internazionali che violeranno l’embargo e annullerà le importazioni verso quei Paesi che effettueranno con Cuba nella stessa misura delle importazioni da questi effettuate. La piena attivazione della legge Helms-Burton permette agli americani, e ai cubani diventati americani, di poter far causa al governo cubano per l’esproprio di terreni, porti e altre proprietà avvenuti negli anni Sessanta. Non a caso, rifacendoci proprio a questo punto, negli ultimi giorni sono partite le prime denunce come testimonia il “caso Carnival”, con la denuncia attuata presso il tribunale di Miami da parte degli eredi della compagnia che gestiva le istallazioni portuarie all’Avana e a Santiago di Cuba; senza contare il caso delle denunce pervenute anche contro compagnie spagnole per installazioni turistiche a Cuba in terreni espropriati dalla Rivoluzione, non a caso anche l’UE ha preso la parola riguardo agli effetti causati dall’embargo statunitense, Federica Mogherini (responsabile dei rapporti internazionali UE), ha parlato di “tensioni non necessaria che minano la fiducia transatlantica”.

Una mossa pesante quella effettuata da Trump, se durante la presidenza Obama abbiamo visto come i rapporti USA-Cuba si siano riavvicinati le recenti azioni di Trump stanno riacuendo quello che per anni è stato etichettato come “uno scontro infinito”. Le risposte di Cuba non si sono fatte attendere, il duro provvedimento dell’amministrazione Trump è un affronto che mira a destabilizzare l’economia interna dell’isola caraibica, senza contare che il pretesto con il quale Trump è passato “alle maniere forti” è considerato del tutto infondato: Cuba insiste nell’affermare che non ha mai attuato una politica di favoreggiamento nei confronti di Maduro, e che le presenze cubane in Venezuela fossero solo ed esclusivamente di carattere pacifico.

Il diktat di Trump è molto semplice, usando il “pugno duro” esige che vengano soddisfatte le sue richieste prima di allentare la morsa, riassumibile in “o contro Maduro o contro di me”.

La mossa del Presidente USA è ricollegabile a una strategia molto semplice, ovvero quella di “strozzare” il più possibile Cuba mettendo ulteriormente in difficoltà un’economia che già sta attraverso un momento difficile. Nell’ultimo periodo l’isola caraibica sta cercando di risollevare la testa con nuove disposizioni del governo in termini di incremento della produzione agricola e limitazione di importazioni, ma come ben sappiamo non ci si può attendere dei sensibili miglioramenti dall’oggi al domani, occorre tempo, ed è proprio in virtù di questo che Trump cerca di “prolungarlo” asfissiando l’economia cubana.

La questione venezuelana è molto cara agli USA in quanto fondamentale per Trump riuscire a:

– Preservare il valore dell’influenza americana nel Sud America e assicurarsi il controllo delle maggiori riserve di greggio e gas del mondo

– Evitare che “intrusi” come Cina e Russia (sostenitori di Maduro) possano venire a ficcare il naso proprio “sotto casa”

Non è un mistero che la politica di Trump sia sempre stata “aggressiva” e agli antipodi con la precedente gestione, è fondamentale per gli Stati Uniti impedire che l’America Latina possa essere soggetta ad altre potenze quali Cina (molto vicina a Maduro a causa di prestiti che i cinesi hanno recapitato al governo venezuelano in crisi economica) e Russia (che ha sempre cercato di far leva su vicinanze “ideologiche” con alcuni Paesi sudamericani per insidiare l’egemonia statunitense in America Latina), ergo non è un caso che gli USA siano sostenitori di Guaidò.

E in quanto a Cuba non è tanto importante capire se essi siano effettivamente o meno protagonisti di favoreggiamento verso Maduro (malgrado essi abbiano ribadito di negare le accuse americane), quanto piuttosto vedere come reagiranno alla mano sul collo che gli ha messo l’amministrazione Trump. In questi casi è sempre il risultato finale che stabilisce se una mossa si è rivelata giusta o sbagliata, Trump ha scelto di ricorrere alle maniere forti e di ricorrere a tecniche di logoramento per indurre un Paese terzo (in questo caso Cuba) a sostenere i suoi interessi, la mossa può rivelarsi vincente, ma può anche rivelarsi un’arma a doppio taglio in quanto al momento le intenzioni di Cuba sono quelle di non mollare a un palese (per loro) ricatto degli Stati Uniti.

vSolo il tempo potrà dirci se la mossa di Trump si rivelerà vincente o un autogol.

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Stefano Privitera

Stefano Privitera

Stefano Privitera. Laurea in Relazioni Internazionali. Per lo IARI analizza la politica interna italiana
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