Dalla politica dell’empty chair dell’era Harper a nuovi possibili spiragli di collaborazione

Fu definita la politica dell’”empty chair” la decisione dell’allora Primo Ministro canadese Stephen Harper di non partecipare a nessun meeting internazionale in cui fosse presente una delegazione russa. Una dura presa di posizione in risposta alla crisi di Crimea scoppiata nel 2014 che negli anni ha avuto effetti anche sulle rispettive strategie artiche e nell’evoluzione dello scenario internazionale della regione artica. Un’inversione di rotta è stata registrata l’anno scorso, quando il Ministro degli Esteri canadese dell’era Trudeau, Stephane Dion, in un discorso pronunciato ad Ottawa di fronte alla comunità universitaria, ha definito come non positive le conseguenze di tale atteggiamento che hanno influenzato non solo la vita del popolo canadese e di quello russo, ma anche quello ucraino con risvolti negativi anche in termini di sicurezza globale.

Essendo Canada e Russia i Paesi con la maggiore estensione territoriale al di sopra del Circolo Polare Artico lo stesso Ministro afferma: “Cooperation is often in our interest — on environmental issues, for example — given that we are Arctic neighbours, facing similar challenges due to our shared geography. It makes no sense to prevent our scientists from working with their Russian colleagues to protect the northern ecosystem.” Il dover affrontare problematiche simili, proprie di un territorio estremamente ostico simbolo identitario di molte realtà locali sia canadesi che russe, rende la cooperazione bilaterale fondamentale per fronteggiare le numerose sfide che si profilano all’orizzonte. Consapevole di ciò, nel Settembre scorso, il governo liberale di Justin Trudeau ha rilasciato l’Artcic Policy che poggia su otto pilastri fondamentali: 

  • Strong, sustainable, diversified and inclusive local and regional economies
  • Canadian Arctic and northern Indigenous peoples are resilient and healthy
  • The Canadian Arctic and North and its people are safe, secure and well-defended
  • Strengthened infrastructure that closes gaps with other regions of Canada
  • The rules-based international order in the Arctic responds effectively to new challenges and opportunities
  • Knowledge and understanding guides decision-making
  • Canadian Arctic and northern ecosystems are healthy and resilient
  • Reconciliation supports self-determination and nurtures mutually-respectful relationships between Indigenous and non-Indigenous peoples

 

Una più profonda attenzione allo stretto rapporto che sussiste tra le popolazioni che abitano il Nord e gli effetti del cambiamento climatico e un approccio meno assertivo riguardo la sovranità canadese sui territori artici caratterizzano la visione del governo guidato da Trudeau. Di certo non viene sminuita la necessità di incrementare le capacità militari canadesi, ma ciò che emerge è l’importanza del “rules-based international order in the Arctic” nel quale il Canada punta ad esercitare la sua leadership per dar voce anche alle esigenze delle comunità che lo abitano nei forum e nelle negoziazioni internazionali. La crescente presenza militare, piuttosto che come principio di deterrenza mirato a scoraggiare attacchi convenzionali da forze straniere, è orientata al rispetto della legislazione canadese nelle terre e nelle acque di pertinenza (Limes, 2019) e, soprattutto, ad una pronta reazione a catastrofi naturali che possono essere generate dallo scioglimento del permafrost, dalla fuorisucita di petrolio e inquinanti da infratrutture di estrazione petrolifera o per far fronte a condizioni atmosferiche estreme. L’Operation Nanook inaugurata nel 2007, ne è l’esempio: oltre al consueto addestramento della fanteria su terreni impervi e sulle navi da guerra, le esercitazioni si concentrano sul ruolo di supporto che le forze armate svolgono contro le minacce non convenzionali. Punto cardine della nuova Arctic Policy è di certo il riconoscimento dell’importanza del rule-based international order che come obiettivo ha quello di “responds effectively to new challenges and opportunities”.

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Un ordine concepito a forte impronta collaborativa la cui transnazionalità degli obiettivi impone un rafforzamento della cooperazione internazionale che trova riscontro nella volontà di distensione dei rapporti con la Russia: “We will take steps to restart a regular bilateral dialogue on Arctic issues with Russia in key areas related to Indigenous issues, scientific cooperation, environmental protection, shipping and search and rescue. Such dialogues recognize the common interests, priorities and challenges faced by Canada, Russia and our respective Arctic and Northern communities as they struggle to adapt to and thrive in rapidly changing conditions, such as sea-ice loss, permafrost thaw and land erosion”.

Da parte sua anche Putin ha provveduto ad approvare la nuova Artcic Policy russa il 6 Marzo 2020. Nel segno della continuità, l’asse portante è, di certo, lo sviluppo economico del Nord russo basato principalmente sull’estrazione di risorse naturali e il potenziamento della Northern Sea Route come canale commerciale alternativo alle rotte tradizionali. Senza dubbio la Russia è il Paese leader nello sviluppo artico, in termini di popolazione, sovranità territoriale, infrastrutture e potenza militare. Proprio l’importanza che il Nord russo rappresenta per Mosca scandisce l’atteggiamento collaborativo e non revisionista che il Cremlino ha adottato all’interno della sfera internazionale che si è tradotto nella firma della Dichiarazione d Ilulissat, che ben stabilisce che nessun nuovo ordine debba mai cosituirsi per governare sul Mar glaciale artico e nella ratifica della Convenzione di Montego Bay, che rappresenta il framework normativo cui tutti gli Stati artici, tranne gli Satti Uniti, fanno riferimento. Interessi ed un atteggiamento collaborativo sul piano internazionale che non esclude il Canada. Anche se non menzionato direttamente all’interno del documento, Putin si esprime così: “We are open to cooperation with Canada […] Our countries are neighbours in the Arctic and have a shared responsibility for the sustainable development of this vast region, for preserving the traditional way of life of indigenous peoples and for respecting its fragile ecosystem”.

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Andando oltre le dichiarazioni pubbliche e gli official statement contenuti nei documenti ufficiali, il rapporto Canada-Russia, superato il periodo di gelo diffusosi all’indomani della crisi ucraina, può ricevere nuova linfa e nuovi input ed estendersi al campo della ricerca congiunta e della collaborazione internazionale e bilaterale, in primo luogo per motivi di interesse nazionale. Una militarizzazione votata alla minaccia di un attacco reale non gioverebbe a nessuno dei due attori che, invece, sono ben consapevoli che solo un Artico pacifico e regolato da un framework normativo condiviso su scala internazionale possa davvero generare benefici di natura economica. Inoltre, le difficoltà climatiche ed atmosferiche che l’Artico presenta, unitamente ad un quadro infrastrutturale ancora troppo debole per generare introiti che giustifichino ingenti investimenti, rendono la cooperazione internazionale imprescindibile sia a livello bilaterale che multilaterale. In un contesto, quello artico, permeato di rapidi e radicali cambiamenti, il ruolo che i due giganti artici giocheranno nella partita per il futuro della regione sarà determinante sia per i rispettivi interessi nazionali che per la salvaguardia e la tutela di un patrimonio sociale ed ambientale transnazionale che richiede un approccio necessariamente multilaterale cui queste due potenze devono ergersi a leader responsabili.    

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Marco Volpe

Marco Volpe

Ciao a tutti,sono Marco Volpe,analista dello Iari per la regione artica. La mia passioneper l’estremo Nordviene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tantotempo,raggiunto attraverso un percorsoiniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpretare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica,soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.
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