Il 31 dicembre è ormai vicino e il rischio di un no-deal è sempre più alto. Le negoziazioni tra Regno Unito e Unione europea sono in una fase di stallo e nessuna delle due parti sembra voler fare ulteriori concessioni. A quattro anni e mezzo dalla vittoria del “Leave”, molto probabilmente il Regno Unito saluterà l’Unione senza un accordo.

The worst case scenario, ossia il peggior scenario possibile. Nei processi di decision-making, gli attori coinvolti sono soliti configurare uno scenario ipotetico assai negativo che potrebbe realizzarsi in seguito al manifestarsi di uno specifico evento. L’evento in questione che si è manifestato? Brexit. Lo scenario peggiore che può verificarsi? No-deal. Se prima questa parola risuonava quasi come una “minaccia” lontana, ora, a soli due mesi dal termine del periodo di transizione, quando verrà tagliato ufficialmente il cordone ombelicale che tiene legato il Regno Unito all’Unione europea, lo scenario di un’uscita senza accordo è sempre più plausibile. L’ultimo vertice europeo tenutosi il 15 ottobre, giorno coincidente con la scadenza dell’ultimatum lanciato da Johnson per la conclusione dei negoziati, di fatto non ha sancito nulla di concreto. Ma come si è arrivati a questo stallo? E per quali ragioni il rush finale delle trattative è stato così deludente?

La procedura d’infrazione contro il Regno Unito

Quando sarà scritta dai posteri l’“ardua sentenza” su questo lungo addio, un capitolo importante verrà sicuramente dedicato alla violazione esplicita dell’Accordo di recesso da parte del Regno Unito in seguito alla presentazione a Westminster dell’Internal Market Bill. Il disegno di legge sul mercato interno, infatti, si pone in aperto contrasto con il Protocollo sull’Irlanda del Nord, dal momento che sancisce per il Regno Unito la possibilità di disattendere la regolamentazione doganale europea per le merci transitanti nell’Irlanda del Nord (qui un’analisi più dettagliata sul tema). Se, inizialmente, Bruxelles aveva reagito alla notizia della violazione di un trattato internazionale – qual è appunto il Withdrawal Agreement – solo attraverso una condanna a parole, il 1° ottobre l’Unione è passata ai fatti. La presidente della Commissione Ursula Von der Leyen, infatti, ha annunciato l’apertura di una procedura d’infrazione contro il Regno Unito. “La Commissione ha deciso di inviare una lettera di messa in mora al governo britannico. È il primo passo di una procedura d’infrazione” – ha dichiarato Von der Leyen alla stampa; e ha aggiunto: “la lettera invita il governo britannico a inviare le sue osservazioni entro un mese. La Commissione continuerà a lavorare intensamente per un’attuazione completa e tempestiva dell’Accordo di recesso”. La procedura d’infrazione, disciplinata dall’articolo 258 del TFUE, permette alla Commissione, in stretta collaborazione con la Corte di Giustizia, di contrastare le violazioni del diritto comunitario da parte di uno Stato membro. Sebbene il Regno Unito non sia più uno Stato membro, per tutta la durata del periodo transitorio è soggetto al diritto dell’Unione e alla giurisdizione della Corte. Come si risolverà la procedura? Generalmente, tale azione legale comporta tempi molto lunghi prima di dispiegare a pieno i propri effetti (sanzioni), ma il tempo è sempre più stretto. Tutto dipenderà dai risultati delle ultime trattative. Se sarà raggiunto il tanto agognato accordo d’uscita tra Londra e Bruxelles entro il 31 dicembre, decadranno i presupposti per l’infrazione. In caso contrario, la procedura andrà avanti.

Le delicate trattative sulla pesca, sul level playing field e sulla risoluzione delle dispute

Vi sono poi almeno tre nodi ancora da sciogliere, sui quali da mesi i negoziati si sono incagliati. Il riferimento è all’accesso alle acque territoriali inglesi per la pesca, alla questione relativa al level playing field e agli organismi giurisdizionali per la risoluzione delle controversie tra Regno Unito e Unione europea. Relativamente alla pesca, da sempre regolata dal mercato unico e dal sistema delle quote, il Regno Unito reclama ora il pieno controllo delle proprie acque territoriali, anche se quasi esclusivamente per una questione simbolica, dal momento che la pesca contribuisce solo con lo 0,1 % al PIL inglese. Il blocco degli Stati europei “marittimi”, tra cui Francia, Paesi Bassi, Belgio e Danimarca, verrebbe fortemente penalizzato dalla volontà del Regno Unito di limitare l’accesso alle proprie acque attraverso la concessione di piccole quote da rinegoziare su base annuale. Pertanto, sarà necessario trovare un compromesso per tutelare i pescatori europei. In secondo luogo, l’Unione europea preme affinché, nella regolazione dei rapporti commerciali, siano mantenute tutte quelle norme europee legate agli aiuti di Stato, alla protezione dell’ambiente, alla tassazione, ai diritti dei lavoratori. Quello che l’Unione vuole preservare, insomma, è il mercato unico, impedendo a Londra di “giocare” in maniera sleale nella competizione di mercato. Dal canto suo, il Regno Unito non vuole rinunciare alla propria libertà legislativa, in particolare in materia di aiuti di Stato, reclamando la libertà di sovvenzionare le imprese, soprattutto in questo periodo di crisi economica alimentata dalla pandemia. Infine, l’Unione europea insiste affinché la risoluzione giuridica delle dispute commerciali tra le due parti rimanga, almeno in parte, in capo alla Corte di Giustizia, soprattutto per le questioni relative al level playing field. Ma, anche in questo caso, il Regno Unito si è più volte dichiarato contrario. Il paese, infatti, non sarà più legato al diritto comunitario e, pertanto, rivendica il diritto di sottrarsi alla giurisdizione della Corte.

Unione europea e Regno Unito sempre più lontani

È chiaro che la posta in gioco rimane alta, ma è altrettanto chiaro che il dado è quasi tratto. Lo scorso 15 ottobre, i Capi di Stato e di governo dei 27 hanno constatato “con preoccupazione che i progressi sulle principali questioni di interesse per l’Unione non sono ancora sufficienti per raggiungere un accordo”, ribadendo però “la determinazione dell’Unione ad avere un partenariato quanto più stretto possibile con il Regno Unito […] soprattutto per quanto riguarda la parità di condizioni, la governance e la pesca”. I rappresentanti delle istituzioni europee, da Charles Michel a Ursula Von der Leyen, si sono dichiarati favorevoli al raggiungimento di un accordo, ma non a qualsiasi prezzo. Per tale motivo, il capo negoziatore dell’Unione Michel Barnier è stato esortato ad intensificare le trattative con la controparte inglese David Frost. In un gioco di accuse incrociate, l’Unione è stata sollecitata dal Regno Unito a cambiare posizione negoziale, mentre il Regno Unito è stato invitato ad intraprendere tutte quelle “mosse necessarie” per fornire all’Ue le garanzie richieste. Boris Johnson, nel frattempo, ha annunciato che il Paese deve prepararsi ad uscire dall’Unione senza un accordo. Le future relazioni commerciali – ha poi sottolineato il primo ministro inglese – presumibilmente seguiranno il “modello Australia”, che si basa sulle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio e quindi sull’imposizione di dazi e tariffe. Cosa aspettarsi, dunque, nelle prossime settimane? Per l’interesse di entrambe le parti, c’è da augurarsi che venga “deposta l’ascia di guerra” nelle negoziazioni, almeno per raggiungere un accordo ridotto ai minimi termini. E forse questo augurio si sta traducendo in realtà, dal momento che il portavoce della Commissione Daniel Ferrie ha affermato su Twitter che i due team di negoziatori hanno stabilito alcuni principi per riprendere le trattative. Altrimenti, l’addio del Regno Unito all’Unione europea avrà sicuramente un sapore amaro.

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