Quale credibilità per il Regno Unito?

Pacta sunt servanda, ossia i patti devono essere rispettati. È questo il principio cardine, sancito ufficialmente all’interno della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, su cui si basa il diritto internazionale. Se tutti gli Stati della comunità internazionale osservassero il principio del pacta sunt servanda, sarebbe possibile temperare quella situazione di “anarchia” che caratterizza il sistema internazionale in assenza di un governo superiore agli Stati. Non vi è da stupirsi se i governi autoritari spesso disattendono questo principio. Ma quando a disattenderlo è il governo di una democrazia europea altamente consolidata come il Regno Unito, le critiche sembrano risuonare più intense. Lo scorso 9 settembre, infatti, il primo ministro inglese Boris Johnson ha presentato a Westminster un disegno di legge sulla nuova organizzazione del mercato interno in previsione della fine del periodo di transizione il prossimo 31 dicembre. L’Internal Market Bill è poi stato approvato ad un primo scrutinio nella House of Commons il 14 settembre, sebbene si siano astenuti dalla votazione trenta membri del Partito Conservatore. Dal momento che il Regno Unito non farà più parte dell’unione doganale e non sarà più sottoposto alle regole del mercato unico europeo, è senz’altro legittimo che il governo delinei ora nuove norme per regolamentare le transazioni commerciali all’interno e all’esterno del Paese. Tuttavia, il problema risiede nel fatto che l’Internal Market Bill contiene al suo interno alcune disposizioni che si pongono in aperto contrasto con il Withdrawal Agreement, ratificato con l’Unione europea nell’ottobre 2019. E, dal momento che tale accordo è a tutti gli effetti un trattato internazionale, la sua violazione farebbe fortemente vacillare la credibilità del Regno Unito come attore internazionale, come ha sostenuto in un tweet il presidente del Consiglio europeo Charles Michel.

Cosa prevede il Protocollo sull’Irlanda del Nord e perché Johnson vuole disattenderlo

Le disposizioni della “discordia” fanno riferimento al cosiddetto Protocollo sull’Irlanda del Nord. Le tortuose negoziazioni portate avanti in questo ultimo anno tra il Regno Unito e l’Unione europea hanno infatti permesso di raggiungere un accordo circa l’esistenza o meno di un confine doganale tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Al fine di prevenire l’istituzione di un hard border, il protocollo stabilisce una serie di soluzioni a tutela dell’integrità dell’intera isola irlandese nel caso di mancato accordo alla fine del periodo di transizione. Innanzitutto, sarebbe garantito per l’Irlanda del Nord l’allineamento ad un certo numero di regole inerenti al mercato unico europeo. In tal modo, si potrebbe evitare di reintrodurre controlli e verifiche doganali alla frontiera, dal momento che le merci in transito nell’Irlanda del Nord sarebbero sottoposte a regolamentazione europea. L’Irlanda del Nord resterebbe comunque all’interno dello spazio doganale del Regno Unito e sarebbe dunque soggetta ai futuri accordi commerciali che il Regno Unito potrà stipulare con i Paesi terzi. Tuttavia, qualora vi sia la possibilità che le merci provenienti dal Regno Unito e transitanti verso l’Irlanda del Nord entrino nell’area doganale europea (e dunque anche nella Repubblica d’Irlanda), verrebbero riscossi i dazi doganali dell’Unione europea. Con grande sorpresa, negli scorsi giorni Boris Johnson ha deciso di rimescolare nuovamente le carte di questo gioco infinito che ormai è diventata la Brexit. In un articolo scritto per il Telegraph, il primo ministro inglese si è spinto a sostenere che, qualora l’Unione europea intendesse sposare una “interpretazione estrema” del Protocollo, l’integrità territoriale del Regno Unito verrebbe messa in pericolo. È dunque per salvaguardare la sovranità del Regno Unito – sostiene Johnson – che avrebbe presentato l’Internal Market Bill. Questo nuovo disegno di legge permetterebbe di bypassare le disposizioni del Protocollo relative alla circolazione delle merci. Ciò che Johnson non riesce a digerire, infatti, è proprio il fatto che l’Irlanda del Nord continui ad essere sottoposta alla regolamentazione doganale europea. E, per evitarlo, sarebbe disposto ad infrangere il principio di buona fede e a rompere il rapporto di fiducia instaurato con l’Unione europea.

Le reazioni al piano del governo

Dall’altro lato della Manica, come prevedibile, non hanno tardato a sollevarsi le voci dei rappresentanti delle istituzioni europee. La presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha infatti twittato: “Molto preoccupata per gli annunci del governo britannico sulle sue intenzioni di violare l’Accordo di recesso. Questo violerebbe il diritto internazionale e minerebbe la fiducia. Pacta sunt servanda = il fondamento di prospere relazioni future”. E anche il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha espresso la necessità che il Regno Unito rispetti i patti, dichiarandoche “qualsiasi tentativo da parte del Regno Unito di minare l’accordo avrebbe gravi conseguenze”. Ma anche nel Regno Unito sono risuonate alcune voci altisonanti, come quelle degli ex primi ministri Tony Blair, John Major, Teresa May e David Cameron. I primi due hanno accusato sul Times l’attuale primo ministro di infangare, così facendo, l’immagine del Regno Unito e di rovinare l’ “onorabilità” del Paese. Nell’altra sponda dell’Atlantico, poi, si è mossa anche la Commissione Affari Esteri della Camera dei rappresentati degli Stati Uniti. In una lettera rivolta a Boris Johnson, la stessa Commissione si è dichiarata profondamente preoccupata circa la volontà del governo di non rispettare l’Accordo di recesso. Si è messa addirittura in dubbio la possibilità di concludere un accordo di libero scambio tra Regno Unito e USA. La mossa di BoJo, insomma, si sta rivelando un passo falso e non sarà priva di conseguenze sul piano internazionale.

Le incognite sul futuro dei negoziati

“C’è nebbia sulla Manica”, e tale nebbia rischia di isolare in futuro non tanto il continente, quanto lo stesso Regno Unito. Se l’Internal Market Bill dovesse essere approvato senza emendamenti, Bruxelles potrebbe addirittura avviare una procedura d’infrazione e deferire il Regno Unito alla Corte di giustizia europea. Inoltre, lo spettro di un “no-deal” si fa sempre più realistico man mano che si avvicina la data del 15 ottobre, giorno stabilito da Johnson per raggiungere un accordo circa la questione del libero scambio. È ben noto che, nelle negoziazioni internazionali, al tavolo delle trattative spesso ciascuna parte cerca di massimizzare i propri interessi. La mossa di Johnson potrebbe dunque essere finalizzata a porre una certa pressione all’Unione europea per ottenere il miglior vantaggio possibile. Ma probabilmente Bruxelles non si farà piegare così facilmente da Londra. Nel suo Discorso sullo Stato dell’Unione, Von der Leyen ha invocato perfino la “lady di ferro” Margaret Thatcher, sottolineando che l’Unione non farà passi indietro su un accordo negoziato congiuntamente per tre lunghi anni. Ciò che è certo è che tra pochi mesi il periodo di transizione si concluderà ed è nell’interesse di entrambe le parti trovare un compromesso.

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