Da mesi ormai l’informazione ha un solo protagonista: Il coronavirus, che si è presentato a noi come una sfida imponente, sconosciuta e fino ad oggi inimmaginabile, probabilmente la più grande crisi della nostra epoca per conseguenze ed estensione.

Sono moltissimi i paesi coinvolti in questa emergenza e, quasi tutti i governi, hanno attraversato la “fase di negazione” in cui il virus, appena arrivato, è stato minimizzato a un “banale raffreddore” o “poco più di un’influenza” per poi mostrare la sua reale pericolosità portando all’imposizione di forti misure restrittive nei vari paesi, riassumibili nella cosiddetta Quarantena che tutti noi stiamo attraversando.

 

Tra le ultime roccaforti del negazionismo rispetto alla pericolosità del virus, c’è il presidente brasiliano Jair Bolsonaro che si è mostrato da subito scettico sulle misure restrittive imposte da molti stati del mondo per limitare il contagio da Covid-19. Il presidente, benché abbia cambiato il suo registro linguistico nella comunicazione istituzionale passando da “febbriciattola” a “grande sfida”, rimane fermo sulla sua posizione: nessun lockdown dichiarato dallo stato centrale brasiliano, il Trump dell’emisfero sud non giudica il virus sufficientemente minaccioso da cambiare le sue priorità che rimangono quelle produttive.

 

Lo sconsiderato comportamento antiscientifico di un leader che afferma che “Dio formerà scienziati e ricercatori in Brasile e nel mondo per trovare una cura per questa malattia” è stato aspramente criticato da molti attori internazionali, tra i quali leader mondiale ed esponenti dell’OMS.

Un’ondata di malcontenti ancor più significativa si è chiaramente sprigionata all’interno del Brasile, dove molti chiedono l’impeachment, dove i cittadini protestano dai balconi a suon di “caceloradas”[1] e governatori e sindaci (persino quelli del partito di Bolsonaro) impongono la quarantena nelle loro zone di competenza, in barba alle indicazioni presidenziali.

Le legali autorità locali non sono state le uniche a mobilitarsi per la tutela dei cittadini; desta infatti particolare interesse la mossa della criminalità organizzata che controlla le favelas di imporre il coprifuoco alle ore 20:00. I criminali delle favelas di Rio de Janeiro, tra cui il famoso gruppo Comando Vermelho, consapevoli di cosa la diffusione del virus significherebbe in quelle zone della città della città, hanno dato comunicazione alla cittadinanza attraverso i media e tramite altoparlante dell’imposizione del coprifuoco, affermando: “Vogliamo il meglio per la popolazione. Se il governo non ha la capacità di intervenire, il crimine organizzato risolve il problema”.

 

La vicenda brasiliana, spinge a riflessioni di vario tipo. In primo luogo, la sopracitata presa di posizione della criminalità organizzata, mette in luce il già ben noto potere delle bande criminali in alcune zone delle grandi città brasiliane. Il fatto che la criminalità organizzata abbia imposto delle misure restrittive indica non solo quanto lo stato centrale brasiliano sia debole nei contesti più poveri del paese, in cui viene lasciato spazio alle bande criminali di sostituirti allo stato, fungendo da camera di compensazione delle necessità sociali e garantendo (almeno in apparenza) sicurezza ai cittadini[2]. Ma fa anche riflettere sul fatto che persino la malavita delle favelas ha avuto più lungimiranza di un presidente che si beffa dei rischi che sta imponendo ai suoi cittadini.

In secondo luogo, la domanda che viene da porsi è cosa abbia portato il presidente brasiliano ad adottare una politica tanto controcorrente e tanto criticata che gli è costata il dissenso della maggioranza della popolazione, dei suoi governatori, dei sindaci del suo partito e che lo ha portato addirittura a cacciare nelle ultime ore il suo ministro della salute, che chiedeva rigide misure per il contenimento del Covid-19.

Alcuni sostengono che le politiche di Bolsonaro siano supportate da calcoli politici basati sulle volontà dei propri sostenitori:

– Gli evangelici, che rappresentano il 20% della popolazione brasiliana, e che sono contrari al lockdown che non solo impedirebbe l’afflusso dei fedeli nelle chiese ma anche il versamento della “decima”, il contributo chiesto ai fedeli evangelici, con cui viene supportato l’“impero mediatico” detenuto dalla comunità.

– Il 20% di ricchi imprenditori brasiliani che con i loro oligopoli temono che il lockdown porterebbe una recessione eccessiva, un fermo economico che non possono (o non vogliono) sopportare.

In fin dei conti la campagna elettorale e le idee di Bolsonaro hanno sempre fatto molta leva sulla crescita economica, e il presidente sa che se il sistema economico dovesse sgretolarsi molti consensi verrebbero a mancare. Tuttavia il dubbio che permane è: davvero mettere a rischio la salute dei cittadini e negare l’evidenza scientifica della pericolosa diffusione del virus porterà consensi a Bolsonaro? Davvero garantire il “business as usual”, per prendere in prestito la citazione di un altro presidente ex-negazionista, sarà visto dalla popolazione come una mossa vincente nella politica del presidente? Forse sì. Forse è vero che il cinismo del “moriranno delle persone, ma così è la vita” è l’unico modo per andare avanti e sarà la mossa vincente del presidente. Tuttavia, quello che vediamo ad oggi è un Bolsonaro sempre più solo, tra disobbedienza e critica locale e mondiale.

Un’ultima riflessione parte dal governo brasiliano di ultra-destra, per raggiungere il complessivo scenario internazionale. La pandemia globale ha messo in luce l’impreparazione dei movimenti populisti della destra estrema che negli ultimi anni si sono affermati in diversi stati del mondo. Da un Johnson che esclama uno sconcertante “abituatevi a perdere i vostri cari” per poi fare marcia indietro. A un Trump che a rotta di collo dichiara il lockdown e che dopo aver deciso di bloccare i fondi USA all’OMS si barcamena tra ipotesi di riapertura, sostegno alle manifestazioni anti- lockdown e consiglieri che non hanno ancora capito a cosa si riferisca il numero 19 accanto alla parola “Covid”, passando per il nostro locale leader dell’opposizione Matteo Salvini che tra apertura, chiusura e invocazione alla riapertura delle chiese nelle celebrazioni pasquali per consentire a Dio di aiutarci a sconfiggere il virus, perde consensi.

 

La politica di coloro che si professano “vicini al popolo” sembra in difficoltà davanti ad un problema concreto. Unica apparente eccezione, il leader ungherese Orban, che approfitta della pandemia globale per ottenere gli agognati piani poteri con il fine di gestire al meglio pandemia, e come prima mossa dichiara l’illegalità del cambiamento di sesso nello stato ungherese, una mossa difficilmente collegabile alla gestione pandemica.

Ciò che rimane da capire, in questo limbo in cui “Il vecchio muore e il nuovo non può nascere” è se la bizzarra gestione della pandemia da parte delle ultra destre populiste avrà degli effetti nei prossimi turni elettorali, o se il consenso rimarrà forte.

 

Bibliografia:

Note

[1] L’abitudine di sbattere pentole fuori da balconi e finestre ad ogni giorno alle 20.00 per protestare contro il presidente.

[2] Per approfondire la relazione tra stato e crimine organizzato si veda Tilly C., War Making and State Making as Organized Crime, Cambridge University Press, 1985.

 

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