La figura del nuovo Presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, sta facendo discutere per uno stile e un atteggiamento che tutto si confà meno che al leader di un sistema democratico. Le “curiose” battaglie e iniziative del nuovo Presidente brasiliano stanno facendo discutere, ma più che andare a soffermarci nei dettagli sull’operato di Bolsonaro andiamo a chiederci come sia possibile al giorno d’oggi che un “fascista” così palesemente dichiarato diventi il leader di un Paese democratico. Come può la democrazia affidarsi a un fascista? Una situazione apparentemente paradossale, ma che meglio di tutte forse ci spiega cos’è l’America Latina…

Dopo averlo precedentemente citato partiamo con l’inquadrare la figura di Jair Bolsonaro, chi è e cosa rappresenta l’attuale Presidente brasiliano.

Membro della camera dei deputati fin dal 1991, tra le sue tendenze politiche riconosciamo un forte conservatorismo, militarismo, esaltazione del nazionalismo brasiliano ed populista di estrema destra, è storicamente un simpatizzante dei regimi militari di stampo dittatoriale, avverso alla democrazia ripudiandola come sistema di governo efficace per la gestione di un Paese.

Presentatosi alle elezioni presidenziali del 2018 dopo l’esclusione del condannato ex presidente Lula da Silva, porta avanti le sue idee populiste di estrema destra. Al secondo turno delle elezioni del 28 ottobre sconfigge il suo rivale Fernando Haddad e diventa il nuovo Presidente della Repubblica Federale del Brasile.

Bolsonaro va a confermarsi come un personaggio alquanto istrionico e controverso. Viene accusato di fascismo dai critici brasiliani e non, mostra apprezzamento verso le dittature militari, mostra peculiarità ultraconservatrici quali il ripudio dell’omosessualità, dei pari diritti di genere, è razzista verso neri, indios e immigrati, profondamente religioso e avverso ai non-cristiani, sostenitori della tortura e della pena di morte. Non sembra certo il profilo di un leader democratico, eppure eccolo lì…

Perché?

Quello che sta succedendo in Brasile non è confinante soltanto alla sua specifica dimensione territoriale, ma rappresenta un fenomeno che tra alti e bassi continua a presentarci ciclicamente da molti anni a questa parte in tutti i Paesi latino-americani. Bolsonaro è il rappresentante di una concezione estrema del populismo sudamericano che è sempre tornato in auge nella recente storia del Sudamerica, lo abbiamo visto in passato nello stesso Brasile di Getùlio Vargas, nell’Argentina di Juan Domingo Peròn, nello stesso Venezuela di Chavez, pensieri e ideali magari differenti in alcune sfaccettature ma che partono da una base di sfiducia nelle istituzioni democratiche che portano all’avvento e al riconoscimento da parte del popolo nei confronti di leader istrionici e “carismatici” quale potrebbe essere un Jair Bolsonaro.

L’ex presidente del Brasile, Getulio Vargas

Certo, non possiamo paragonare il Brasile di Bolsonaro all’Estado Novo di Vargas degli anni ‘30/40, non ci troviamo a tutti gli effetti di fronte a una dittatura, era pur sempre un contesto storico-politico differente, eppure osserviamo nel Bolsonaro di oggi un “linguaggio” pur sempre tipico di un regime dittatoriale. Come possiamo quindi comparare avvenimenti così distanti dal punto di vista storico e politico-sociale, ricollegandoli a un unico fenomeno? Semplice, le cause.

La causa portante di questi continui corsi e ricorsi sta nella fragilità delle istituzioni democratiche. È la democrazia che, a causa della sua debolezza, danneggia la democrazia stessa.

In che senso?

La corruzione è stata per anni la spada di Damocle delle democrazie sudamericane. Parlando del Brasile e tornando indietro nel tempo, non possiamo non citare la presidenza di Lula da Silva e le significative conseguenze comportante dai suoi problemi giudiziari nei confronti dell’immaginario collettivo. Il suo periodo alla presidenza è stato senza dubbio positivo, è ricordato come uno dei presidenti più popolari della storia brasiliana, l’economia brasiliana aveva conosciuto una crescita impressionante e si era dato un potente schiaffo alla povertà, tuttavia non godendo di una maggioranza parlamentare fu costretto a rifugiarsi in una coalizione che, in Brasile, è sinonimo di patteggiamento con poteri locali e clientelari, “cooperazione” con quella corruzione che più di allontanare si è cercata di contenere. In sostanza, accettarla. Questa instabilità delle istituzione democratiche, viziate da quella corruzione che ha sempre dominato negli scenari politici sudamericani, ha contribuito all’innescare nel pensiero comune una profonda sfiducia nel concetto delle istituzioni, è proprio in virtù di ciò che nella storia abbiamo visto come certi personaggi in Sudamerica abbiano sempre potuto godere di “terreno fertile” per conquistare il potere. Come può la democrazia difendersi quando al suo stesso interno vivono i mezzi per danneggiarla? E come può il popolo riporvi fiducia? Tuttavia, e questo può anche sembrare un paradosso, il popolo inneggia alla democrazia, ma non in senso strettamente politico. Storicamente “l’educazione” democratica in Sudamerica si è sempre concentrata su questioni puramente relazionali più che istituzionali, la scarsa fiducia nel sistema politico ha allontanato progressivamente il popolo dalla vita politica spingendolo ad affidarsi e “acclamare” una grande personalità che abbia la forza e il carisma di riportare ordine e onestà, di riportare una sorta di “giustizia”. Individui che si riassumono in esponenti di ideali nazionalpopulisti.

La situazione è più complicata di quanto si pensi, è come ritrovarsi all’interno di un circolo vizioso dal quale non ci sono i mezzi concreti per uscirne. Figure come quelle di Bolsonaro periodicamente prendono il potere non soltanto in Brasile ma in molti altri Paesi del Sudamerica, essi si propongono come “soluzione” all’inadeguatezza del sistema democratico. Arriviamo alla paradossale conclusione che la democrazia è “sulla carta” ciò a cui si dovrebbe aspirare, ma, “di fatto” il metodo migliore per favorire l’ascesa dei movimenti estremisti a causa dei suoi vizi.

È forse la “grande matassa” che invischia i Paesi Sudamericani da moltissimi anni.

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