Sono numerosi i punti critici di questa candidatura e, più in generale, della tornata elettorale che si svolgerà a maggio: la forte e continua influenza del partito di Evo Morales, il rischio di non imparzialità di cui può essere accusata Añez, l’elevato numero di candidati che, se non si alleano, non garantirà la legittimità ad alcun vincitore.

Jeanine Añez ha annunciato di voler correre alle elezioni presidenziali del 3 maggio, indette dopo le dimissioni di novembre dell’ex presidente Evo Morales e di molti politici del Movimento al Socialismo (MAS). Añez, che durante il governo Morales è stata  vice-presidente del Senato ed esponente dell’opposizione di destra, attualmente ricopre la carica di Capo dello Stato ad interim dal 13 novembre, data in cui aveva giurato l’incarico autoproclamandosi presidenta della Bolivia, massima carica politica.

Le elezioni del 3 maggio si presentano come una ripetizione di quelle avvenute, in dubbie circostanze, a ottobre. Il grande timore che ha spinto la presidenta ad interim a candidarsi è la forte influenza di cui il MAS è ancora circondato nonostante l’allontanamento del suo leader; infatti, sembra esser molto apprezzato dall’opinione pubblica l’ex ministro dell’economia Luis Arce Catacora, nonché alleato di Evo Morales. Limitare la vittoria del partito di Morales è sicuramente tra le prime motivazioni che hanno convinto Jeanine Añez a presentarsi come candidata della destra boliviana. Altro fattore da tenere in considerazione è il sostegno internazionale di cui gode la presidenta, abile carta da giocare in campagna elettorale: gli Stati Uniti di Donald Trump e la maggioranza dei Paesi delle Nazioni Unite si sono dichiarati pronti a supportarla.

Al momento sono nove i candidati scesi in campo singolarmente per provare a scongiurare la vittoria del MAS guidato al momento da Luis Arce Catacora e David Choquehuanca: Carlos Mesa (Comunidad Ciudadana), Luis Fernando Camacho (Creemos), Jorge Tuto Quiroga (Libre 21), Pueblo Unido, di cui ancora non si conosce il candidato, Ruth Nina (Pan-Bol), Felix Patzi  (Movimiento Tercer Sistema), Samuel Doria Medina (Unidad Nacional), e Jenanine Añez stessa, che si presenterà alle elezioni insieme al sindaco di La Paz Luis Revilla nell’alleanza politica di destra Juntos.  

Nel corso dei prossimi mesi assisteremo a un intreccio di alleanze necessarie per non arrivare alle urne come pedine solitarie. Un timore rimane acceso: sarà considerato legittimo il vincitore delle elezioni? D’altronde, sono passati pochi mesi dall’esilio di Evo Morales e dall’instaurazione dell’autoproclamato governo di Añez. Sono ferite fresche che il Paese e i sostenitori del MAS non hanno rimarginato. C’è da aggiungere il fatto che la candidatura di un presidente non sia stata accettata da tutti: infatti, la ministra della comunicazione Roxana Lizárraga ha pubblicato una lettera di dimissioni criticando le scelte della presidenta, dove  afferma che la sua candidatura non garantisce più l’imparzialità né la neutralità necessaria per garantire il giusto svolgimento delle elezioni con le quali dovrà risolvere la crisi politica boliviana. 

Sono numerosi i punti critici di questa candidatura e, più in generale, della tornata elettorale che si svolgerà a maggio. La forte e continua influenza del partito di Evo Morales, il rischio di non imparzialità di cui può essere accusata Añez, ma anche l’elevato numero di candidati che, se non si alleano, non garantirà la legittimità ad alcun vincitore pongono la Bolivia in una situazione instabile e precaria, in cui il rischio di proteste e rivolte è sempre dietro l’angolo.

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