L’elezione di Luis Arce alla presidenza della Bolivia dimostra che l’ex presidente Evo Morales non è stato dimenticato.

Il 18 ottobre 2020 in Bolivia, dopo numerosi e contestati rinvii, si sono svolte le elezioni presidenziali – a quasi un anno di distanza dall’insediamento del governo di transizione di Jeanine Áñez. A novembre 2019, a seguito delle proteste e delle conseguenti dimissioni del presidente Evo Morales, accusato di brogli elettorali dopo 14 anni al potere, e davanti ad un mancato accordo tra le forze di opposizione, il presidente del Senato Áñez aveva assunto i poteri con l’obiettivo prioritario di convocare nuove elezioni presidenziali.  Ad aver avuto la meglio, con il 55% dei voti, è stato Luis Arce con MAS, El Movimiento Al Socialismo, ovvero il partito dell’ex presidente Morales, che si trova ora in esilio in Argentina.

 

LE RAGIONI DEL TRIONFO

In primis, bisogna analizzare la figura di Luis Arce. L’economista boliviano ha ricoperto la carica di Ministro dell’Economia al fianco di Morales dal 2006 al 2017 (e successivamente ad inizio 2019) ed è considerato l’artefice del milagro económico boliviano, il notevole progresso economico e sociale vissuto della Bolivia – la quale si trasformò, con il MAS al potere, in uno dei Paesi più in crescita dell’intera America Latina durante il cosiddetto “boom delle materie prime”. L’esperienza dimostrata da Arce è stato l’elemento chiave per la sua elezione a presidente, ora che la Bolivia si trova costretta a fronteggiare una delle peggiori crisi economiche della sua storia.

Un elemento da ritenere altrettanto importante è sicuramente la popolarità del MAS e di Evo Morales in Bolivia. Bisogna ricordare, infatti, che l’arrivo al potere di quest’ultimo, nel 2006, è stato un evento storico e significativo per il Paese. Sebbene il 45% della popolazione della Bolivia sia indigena, Morales è stato il primo presidente indigeno in tutta la storia del Paese, caratterizzata da governi militari e colpi di Stato. È questo il motivo per cui quando nel 2019 rassegna le dimissioni e si rifugia in esilio, lascia un Paese profondamente diviso e polarizzato: da un lato chi lo accusava di frode elettorale, dall’altro i suoi fedeli sostenitori che lo consideravano il loro legittimo presidente.

Alla popolarità – forse mai scomparsa – del MAS, si è contrapposta in questi mesi l’avversione al governo provvisorio. La senatrice dell’opposizione Jeanine Áñez, arrivata al potere come presidente ad interim, è stata aspramente criticata (anche dalla Comunità Internazionale) per la dura repressione inflitta ai manifestanti pro – Morales: candidatasi alla presidenza nel momento di maggior popolarità, ha dovuto ritirarsi a metà campagna elettorale per mancanza di appoggio. Inoltre, sebbene l’obiettivo principale della sua amministrazione avrebbe dovuto essere quello di convocare al più presto le elezioni presidenziali, queste sono state più volte rimandate. In aggiunta, bisogna tener conto delle difficoltà incontrate dal governo pro tempore durante il Coronavirus. La gestione della pandemia da parte della Áñez è stata soggetta a feroci critiche con casi di malasanità e corruzione. Il MAS (e l’ombra di Morales) sembra essere, quindi, risuscitato dalle proprie ceneri. Basterà a riunificare il Paese?

 

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Giorgia D'Alba

Giorgia D'Alba

Sono Giorgia D’Alba e per IARI mi occupo di America Latina.Nata a Lecce nel 1995, ho conseguito con il massimo dei voti prima la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e successivamente la laurea magistrale in Scienze Internazionali presso l’Università di Torino. Ho studiato a Lisbona e a Buenos Aires edho partecipato ad un progetto di ricerca presso l’Istituto Sociale del Mercosur in Paraguay. Appassionata di America Latina, convinta europeista, viaggiatrice.
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