La guerra dei dazi e la questione Hong Kong stanno infiammando l’oramai storica contesa tra Pechino e Washington. Entrambe, intenzionate al raggiungimento della leadership, competono anche per il dominio di un importante strumento, destinato a cambiare non solo la finanza globale ma l’intero sistema economico. La tecnologia blockchain e il sistema delle criptovalute rappresentano il terreno del duello digitale che né Pechino né Washington hanno intenzione di perdere.

La tensione tra Pechino e Washington è alle stelle. Nel bel mezzo della guerra dei dazi e delle tensioni politico-diplomatiche aventi ad oggetto l’ex colonia britannica di Hong Kong, un fronte particolarmente caldo riguarda l’utilizzo della tecnologia blockchain sulla quale si fonda il funzionamento delle criptovalute.

La “catena dei blocchi”, venuta agli onori della cronaca nel 2009 per essere divenuta la base del sistema dei Bitcoin, rappresenta la nuova frontiera dell’hi-tech, in virtù delle sue innumerevoli applicazioni e potenzialità.  Su tale tecnologia si fondano le più di 2000 valute virtuali presenti attualmente sul mercato, le quali si contraddistinguono per la presenza di un registro digitale – composto da block collegati tra loro e resi sicuri medianti l’uso della crittografia –  in grado di memorizzare le transazioni in modo affidabile, verificabile e parmanente.

Lo scorso giugno, il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, aveva ufficialmente debuttato nel mondo delle criptovalute, annunciando Libra, una stablecoin che dovrebbe diventare operativa nel 2020, permettendo un più facile scambio di denaro attraverso i social network o app di messaggistica quali Messenger e WhatsApp. L’ambizioso progetto aveva ricevuto l’iniziale supporto di alcuni big del calibro di Paypal, Uber, Visa e Mastercard, il che non solo incrementava le garanzie dell’intero sistema Libra, ma accresceva anche il numero di mercati in cui la valuta virtuale avrebbe potuto circolare.

Tuttavia, successivamente ad un incontro della Libra Association – consorzio formato tra i soci del progetto –  il 14 ottobre a Ginevra, alcuni degli iniziali sostenitori avevano deciso di fare un passo indietro, costringendo i promotori del progetto – su tutti Facebook – a farsi maggiormente carico dell’iniziativa.  

Dopo tale incontro, presentatosi di fronte alla Commissione sevizi finanziari della Camera americana, il numero uno di Facebook aveva definito il progetto della criptovaluta “potenzialmente rischioso”, ma, tra le argomentazioni da lui addotte a favore di Libra vi era la necessità di contrastare coloro i quali, a discapito degli USA, potrebbero assumere la leadership del settore.

Il riferimento di Zuckerberg era chiaro: quel qualcuno pronto a guidare tale nuova tecnologia e a sottrarne il comando agli USA, è la Cina. Pechino, che ha da sempre dimostrato una certa cautela nei confronti delle valute digitali, considerate una potenziale minaccia alla stabilità finanziaria, starebbe infatti lavorando ad una propria criptovaluta sin dal 2014 e, immediatamente dopo l’annuncio di Libra, il progetto ha subito una netta accelerazione.

Secondo quanto riportato in ottobre dall’ agenzia di stampa Xinhua, Xi Jinping, nel corso di una sessione di studio tra i membri del Politburo del Comitato Centrale del PCC, ha elogiato l’importante e crescente ruolo che la tecnologia blockchain è destinata a ricoprire nell’ambito dell’innovazione tecnologica e delle trasformazioni industriali. Le sue parole sono state seguite dai commenti del responsabile tecnologico della Banca Popolare Cinese, Li Wei, il quale ha invitato le banche commerciali ad incrementare l’utilizzo della blockchain.

La criptovaluta di Pechino si fonderebbe su delle basi diverse da Libra: mentre il progetto di Facebook ha una matrice principalmente privata, il progetto cinese vede un netto coinvolgimento dello Stato mediante la propria banca centrale ed avrebbe come obiettivo il contrasto all’erosione della sovranità monetaria dello Stato.

Il sistema, mediante la sostituzione di una porzione del cash in circolazione, garantirebbe un maggiore controllo sulle spese realizzate dai cittadini cinesi nonché favorirebbe la lotta all’evasione fiscale, attribuendo alle autorità il potere di scrutare nel cuore del proprio sistema finanziario, pur mantenendo l’“anonimato controllato” dei suoi utenti.

A testimonianza della centralità del progetto, Pechino ha adottato un ulteriore cambio di rotta. Nonostante in aprile la National Development and Reform Commission (NDRC) avesse annunciato la volontà di inserire il mining – attività alla base della tecnologia blockchain – nell’elenco delle oltre 450 attività considerate poco sicure e dannose per l’ambiente, nel nuovo elenco, pubblicato dalla NDRC lo scorso mese e che entrerà in vigore il 1 gennaio 2020, il mining non figura tra le attività destinate a subire delle limitazioni.

La Cina domina il 70% dell’intero mercato globale di mining e di attrezzature di mining e la decisione di non limitare tale attività, presa poco dopo le parole di incoraggiamento di Xi Jinping allo sviluppo della tecnologia blockchain, costituisce un chiaro segnale proveniente da Pechino.

Le ragioni che spingono le due potenze a scontrarsi per la leadership nel settore blockchain– criptovalute sono innumerevoli, prima fra tutte l’importanza di tale tecnologia.

Essa gode di una estrema varietà in termini di applicazione essendo in grado di apportare numerosi vantaggi, quali digitalizzazione e trasformazione dei dati, decentralizzazione, tracciabilità dei trasferimenti, disintermediazioni, verificabilità e programmabilità delle attività, nei settori più disparati.

In virtù del chiaro legame con Libra, gli USA, mediante la criptovaluta di Facebook, potrebbero riuscire a dominare i pagamenti crossborder, incrementando la propria influenza sulla politica monetaria e sulla stabilità finanziaria internazionale. Pechino, dal canto suo, vuole a tutti i costi scongiurare tale eventualità che rafforzerebbe l’egemonia americana sui mercati internazionali. Questa è infatti la motivazione che ha spinto la Cina a guardare con una certa diffidenza ai bitcoin e, al contrario, a sostenere i progetti di criptovalute made in China.

Inoltre, l’iniziativa cinese di una moneta virtuale statale favorirebbe l’ambizioso progetto dell’internazionalizzazione del RMB e dell’utilizzo di una divisa cinese – seppure virtuale – negli scambi economici.

La criptovaluta targata Pechino potenzierebbe la già avanzata infrastruttura dei pagamenti digitali sia in termini di espansione al resto del mondo sia di passaggio da un modello one-to-one ad uno business-to-business (B2B). Ciò costituirebbe un enorme supporto al settore dell’e-commerce, il cui volume di scambi ha superato nel 2018 i 4 miliardi di euro. Tali fattori favorirebbero l’ascesa economica di Pechino e incrementerebbero il timore americano di uno shift di potere che agli occhi di molti sembra già avvenuto.

Lo sviluppo della blockchain e delle criptovalute è, dunque, considerato un potente strumento politico-economico necessario per difendere le proprie economie. Le recenti tensioni tra le due potenze rendono il clima molto incerto ed è impossibile al momento decifrare quali saranno i futuri sviluppi.

Fonti:

https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3017716/facebooks-libra-forcing-china-step-plans-its-own

https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3039254/chinas-cryptocurrency-miners-look-capitalise-policy-shift

https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3022441/china-close-launching-its-own-cryptocurrency-says-central

https://www.ilsole24ore.com/art/cina-pronta-rilasciare-criptovaluta-statale-e-fa-tremare-usa-ACnDZPw

https://www.cnbc.com/2019/11/22/chinese-crypto-beijing-sees-opportunity-but-concerns-linger.html

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: